Il continente africano sta attraversando una fase di continua e sostenuta crescita economica che riguarda un numero significativo di paesi in diverse regioni. Dalla metà degli anni Novanta si è infatti verificato un cambiamento di rotta rispetto ai decenni precedenti, caratterizzati da decrescita e stagnazione. L'Africa è oggi la seconda area a maggior tasso di crescita economica a livello mondiale, dopo quella asiatica, con una decina di paesi tra le prime 20 economie per tasso di crescita del PIL, che è valsa loro l'etichetta di "leoni africani", parafrasando il successo ottenuto in passato dalle "tigri asiatiche".

Questa fase di crescita economica ha messo in luce le potenzialità di un continente troppo a lungo rimasto ai margini degli interessi economico-finanziari internazionali. L'enorme disponibilità di risorse naturali, spesso scarsamente sfruttate, ha contribuito a stimolare gli scambi commerciali con nuovi e sempre più influenti partner internazionali,  Cina, India e Brasile su tutti, attirando contemporaneamente  ingenti investimenti in settori chiave, come quello delle materie prime minerarie, dei beni alimentari e dei servizi (telecomunicazioni in primis). Inoltre, la costante crescita demografica ed un progressivo, benché lento, aumento del potere d'acquisto delle popolazioni africane, anche grazie ai primi successi dei programmi di lotta alla povertà, hanno fatto riflettere sull'enorme bacino di consumatori che l'Africa può offrire da qui ai prossimi decenni.

Questo straordinario interesse per il continente africano, in particolare nelle regioni a sud del Sahara, ha garantito tassi di crescita medi del PIL del 5-6% all'anno, nonostante la prolungata fase di crisi economico-finanziaria manifestatasi negli ultimi anni a livello internazionale, con diversi paesi africani che possono vantare risultati in doppia cifra (secondo il Fondo Monetario Internazionale, nei prossimi 5 anni, Sao Tome & Principe potrebbe crescere a tassi medi di oltre il 30%, il Sud Sudan di circa il 18% e la Guinea del 16%).

Tuttavia non mancano gli elementi di debolezza, che emergono con maggior evidenza all'aumentare della crescita economica. Gran parte degli osservatori internazionali e degli operatori economico-finanziari interessati al continente africano concordano nell'individuare nel gap infrastrutturale uno dei più preoccupanti ostacoli allo sviluppo economico-commerciale dell'Africa. Nonostante negli ultimi anni siano stati fatti sensibili passi in avanti per migliorare la dotazione infrastrutturale del continente, con numerosi progetti in fase di progettazione o di attuazione, la situazione rimane critica sia a livello di singoli stati, sia in ambito regionale.

Il ritardo infrastrutturale del continente africano

Nel Logistic Performance Index 2012, l'indice della Banca Mondiale che registra il livello di sviluppo infrastrutturale nei vari paesi a livello mondiale, dei 155 paesi presi in considerazione, 8 degli ultimi 10 sono africani, mentre il Sud Africa è risultato primo tra le economie upper-middle income¸ con la 23ma posizione a livello mondiale (l'Italia è 24ma).

Dal punto di vista dei trasporti, la rete stradale è peggiore di quella degli anni Settanta-Ottanta e circa il 70% della popolazione africana vive a più di 2 Km da strade percorribili durante tutto l'anno. Anche gli Stati più vasti e popolosi hanno reti stradali limitate (Figura 1) e intere regioni sono prive di infrastrutture moderne di comunicazione stradale in grado di collegare più paesi.

La percentuale di strade pavimentate sul totale varia notevolmente da paese a paese ed è comunque bassa rispetto agli standard internazionali: solo 9 paesi africani superano la media mondiale (64,9%) e la media delle economie Upper-Middle Income (57,9%) e tra essi vi sono solo paesi dell'area nordafricana e i piccoli arcipelaghi (Figura 2).

Ciò influisce fortemente su tempi e costi del trasporto di merci, soprattutto per i numerosi paesi senza accesso diretto al mare. In Africa, infatti, i prezzi per il trasporto delle merci sono i più alti al mondo, nonostante i bassi costi di manodopera e capitale, fino a cinque volte maggiori che negli altri paesi in via di sviluppo. Uno studio condotto dalla Banca Mondiale nel 2008 ha stimato che trasportare una tonnellata di merce sulla rotta Douala (Camerun) - N'Djamena (Ciad), di circa 1.100 Km, costa 11 centesimi di US$ al Km, contro i 2 centesimi in Pakistan e i 3,5 centesimi in Brasile. Trasportare un container standard (40 piedi) dal porto di Mombasa (Kenya) al Sud Sudan (poco meno di 2.000 Km) può costare fino a 20.000 US$ e richiedere tre settimane.

Anche il sistema ferroviario presenta notevoli difficoltà e contribuisce a limitare il potenziale di sviluppo commerciale interno e regionale. Nonostante siano stati realizzati diversi piani di espansione ed ammodernamento del sistema ferroviario africano, la gran parte del network continentale risulta sconnesso e quasi ovunque si limita a collegare i principali porti con le regioni interne (in gran parte caratterizzate da bacini minerari o piantagioni). L'unico network regionale attualmente significativo è quello incentrato sul Sud Africa, che può vantare il sistema ferroviario più ampio e avanzato del continente, e diretto verso i paesi a nord, come Zimbabwe, Zambia e Repubblica Democratica del Congo (Figura 3).

Se si prende in considerazione il rapporto di Km di ferrovie per abitante, l'Africa è lontana dalle medie internazionali: Gabon (0,520 Km ogni 1.000 abitanti) Botswana (0,480) e Sud Africa (0,396) si avvicinano ai livelli europei (che hanno medie da 0,200 a 1. L'Italia ha un rapporto di 0,333 Km ogni 1.000 abitanti). La maggior parte dei paesi africani ha un livello di copertura della rete ferroviaria tra 0,050 e 0,030 Km ogni mille abitanti.

Più ancora del settore dei trasporti, quello della produzione e distribuzione di energia risulta il limite maggiore alla crescita della capacità produttiva e commerciale continentale: il continente manca di un'adeguata capacità di generazione di energia, ha un basso livello di penetrazione delle reti elettrificate, bassi consumi energetici e servizi spesso inefficienti e caratterizzati da alti costi.

Nei 48 paesi dell'Africa subsahariana, il totale della capacità di produzione di energia installata è di poco inferiore ai 70 GW, circa l'equivalente di quella della Spagna. Se si toglie dal conteggio il Sud Africa, la capacità totale scende a una trentina di GW. Inoltre, oltre un terzo del totale è spesso inutilizzabile a causa di impianti vecchi e di scarsa manutenzione. Questi dati appaiono ancora più critici se si pensa che negli anni Ottanta del secolo scorso la capacità installata di produzione di energia nel continente africano era uguale a quella dell'Asia meridionale, che da allora ha visto notevolmente migliorare i propri risultati in campo energetico, così come in altre aree in via di sviluppo.  

In generale, meno di un terzo degli Africani ha accesso all'energia elettrica (un quinto se si considera solo l'Africa subsahariana), contro una media mondiale di quasi il 75%, con notevoli sperequazioni tra regione e regione ed all'interno dei sistemi nazionali, anche nei più sviluppati come il Sud Africa. Secondo alcune stime della Banca Mondiale, stando ai livelli attuali, entro il 2050 solo il 40% degli Africani avrà accesso all'energia elettrica.

I consumi di energia elettrica sono i più bassi al mondo: a fronte di una Media mondiale di 2.975 KWh di energia elettrica consumata pro capite, la media dell'Africa subsahariana è di 552 (che scende notevolmente se si toglie il Sud Africa), quella del Nord Africa è di circa 1.800, mentre solo due paesi africani, Sud Africa e Libia, hanno consumi paragonabili a quello delle principali economie in via di sviluppo (Figura 4).Problematica anche la situazione relativa alle infrastrutture idriche (Figura 5e igienico-sanitarie (Figura 6): due terzi degli Africani non hanno accesso ad adeguate strutture igienico-sanitarie e un terzo non ha accesso all'acqua potabile. I dati risultano ancora più critici se comparati con quelli di altre regioni in via di sviluppo.

 

 

Sul fronte dell'ICT (Information & Communication Technology), giungono dati confortanti anche se permane forte il gap con il resto del mondo.
Le Nazioni Unite hanno stimato che circa il 35% della popolazione mondiale ha accesso a internet e che, nel 2011, il 63% della crescita di utenti di internet al mondo si è verificata nei paesi in via di sviluppo, seppur con notevoli differenze tra regione e regione: a fronte di un aumento del 26% della penetrazione di internet nei paesi in via di sviluppo, il tasso di penetrazione media in Africa sub-sahariana è stato inferiore al 15%.

A fine 2012, il 15,6% della popolazione africana (167 milioni di persone) aveva accesso ad internet (Figura 7), contro una media mondiale del 34,3% (73% nei paesi Ue), mentre il totale degli Africani che sono iscritti a Facebook è di poco superiore ai 51,6 milioni (poco più del doppio degli utenti italiani).

Se nel continente africano è sempre più significativo il calo nell'utilizzo delle linee telefoniche fisse (un trend comune a livello internazionale), con livelli notevolmente più bassi degli altri continenti, un' immagine chiara delle diverse "velocità" di sviluppo attualmente vissute dal continente africano è quella che proviene dalla telefonia mobile
L'Africa non si discosta. infatti, dai livelli del resto del pianeta, con i primi 10 paesi africani per numero di utenze mobili registrate che superano tutti la media mondiale di 85,6 utenze ogni 100 persone (Figura 8). La rapida evoluzione vissuta dal settore della telefonia mobile in Africa è dovuta all'ampia strategia di penetrazione portata avanti da diverse compagnie telefoniche africane e internazionali, tra le quali spiccano le europee Vodafone, Télefonica e Orange, l'indiana Airtel e la Sudafricana MTN, il più grande network di telefonia mobile in Africa, presente in oltre 20 paesi.

Un annoso problema che richiede ampi e rapidi interventi

L'assenza di adeguati sistemi infrastrutturali non è un problema nuovo per il continente africano. Sin dagli anni successivi all'ottenimento dell'indipendenza, diversi paesi africani avevano cercato di migliorare e ampliare i propri sistemi infrastrutturali, tentando di attrarre investimenti a livello globale, da parte di paesi amici o delle istituzioni finanziarie internazionali. Tuttavia, il risultato registrato non fu dei migliori: tra il 1960 e la metà degli anni Novanta, se la media dei paesi in via di sviluppo era stata di oltre il 15% del PIL in piani di ampliamento e miglioramento delle infrastrutture nazionali, il continente africano poteva vantare livelli inferiori al 10%, con ampie sperequazioni tra regione e regione.

La scarsa rilevanza del contesto africano a livello globale, l'impatto dei conflitti interni e regionali e la cattiva gestione dei progetti e delle relative risorse finanziarie da parte di molti governi africani hanno a lungo contribuito a limitare gli effetti positivi potenzialmente insiti in questi piani di sviluppo. Anche nell'ultimo decennio, caratterizzato da tassi di crescita dell'economia elevati, l'investimento medio in infrastrutture per il continente africano è stato di circa il 4-5% del PIL, contro poco meno del 15% per la Repubblica Popolare Cinese.

Attualmente le reti e gli impianti di trasporto, di distribuzione dell'energia e dei collegamenti telefonici via cavo sono carenti o necessitano di ingenti interventi di miglioramento, ampliamento o realizzazione ex novo in gran parte del continente africano, sia a livello urbano, di comunicazione tra centro e periferia, sia a livello intra-regionale. Inoltre, gran parte delle infrastrutture di comunicazione e commerciali attualmente disponibili, sono rimaste pressoché simili a quelle realizzate in epoca coloniale e specificamente pensate per garantire i collegamenti con le ex madrepatrie e non per connettere internamente il continente. Anche gli ingenti investimenti che da oltre un decennio provengono dalla Repubblica Popolare Cinese, non stanno modificando questa impostazione.

In uno studio del 2011 ("Flagship Report of the Africa Infrastructure Knowledge Program"), l'African Development Bank (AfDB) ha stimato in 93 miliardi di US$ all'anno i costi per portare le infrastrutture fisiche del continente africano a livelli accettabili per gli standard attuali. Questa cifra rappresenta più del doppio del valore dei progetti di realizzazione o miglioramento delle infrastrutture  realizzati in Africa nel recente passato.

Nel settore energetico, dove gli investimenti sono considerati più urgenti, servirebbero circa 40 miliardi di US$ all'anno, ossia oltre il 6% del PIL continentale, a fronte di una media attuale di circa il 1,8% del PIL (che sale a quasi il 3% se si considerano i paesi con le economie più fragili).

Dei circa 45 miliardi all'anno di US$ di investimenti in infrastrutture attualmente messi a disposizione in Africa, circa due terzi provengono da fonti domestiche, mentre solo 15 miliardi di US$ provengono dall'estero.

A pesare sullo scarso afflusso di investimenti dall'estero pesano diversi fattori. La crisi economico-finanziaria che ha colpito i principali partner occidentali del continente africano (Stati Uniti e Paesi Ue) ha ridotto consistemente l'afflusso di investimenti in settori critici, come quello della distribuzione di energia, mentre la percezione circa il permanere dell'instabilità politico-istituzionale e di bassi livelli di sicurezza in alcune aree, ha aumentato la valutazione del rischio paese e ha portato alla diminuzione degli investimenti da parte degli operatori privati.  Mentre in altre parti del mondo (ad es. in America Latina e in Asia mediorientale) la cooperazione pubblico-privata (cosiddetta Private Public Partnership - PPP) ha contribuito largamente negli ultimi anni allo sviluppo delle infrastrutture a livello nazionale e regionale, in Africa questa componente degli investimenti è praticamente assente: su oltre 190 miliardi di US$ di investimenti in infrastrutture per i trasporti stradali che sono stati impiegati nei paesi in via di sviluppo tra il 1990 e il 2011, solo il 2% ha riguardato progetti in Africa subsahariana.
Inoltre, la maggior parte degli investimenti privati in infrastrutture riguarda il settore delle telecomunicazioni e dell'informatica, il comparto dell'energia e i trasporti, mentre sono quasi inesistenti gli investimenti privati nelle infrastrutture igienico-sanitarie e in quelle idriche, considerate di vitale importanza per il progresso della crescita in Africa, soprattutto a fronte dell'aumento demografico e dei processi di urbanizzazione.

Le analisi più pessimistiche prevedono una costante diminuzione dei flussi di investimento nelle infrastrutture africane nei prossimi anni: secondo Oxford Analytica, dagli attuali 40-45 miliardi di US$ all'anno, si arriverà a poco meno di 30 miliardi di US$ entro il 2020. Un risultato ben lontano dagli obiettivi indicati dall'Unione africana e la Banca Mondiale.

Da questo punto di vista, crescono i tentativi di stimolare l'afflusso di investimenti da fonti interne al continente. Ad agosto 2012, il presidente dell'AfDB, Donald Kaberuka, ha annunciato un piano per un massiccio programma di investimenti con l'obiettivo di sviluppare e migliorare il sistema infrastrutturale a livello continentale, con particolare riferimento ai sistemi di trasporto stradale e ferroviario, alle strutture portuali e agli impianti di produzione e distribuzione dell'energia. Secondo i calcoli dell'AfDB, attingendo a solo il 5% delle riserve nazionali dei paesi africani, si potrebbero liberare circa 22 miliardi di US$, che uniti ai finanziamenti di altri investitori internazionali, potrebbero raggiungere i 40 miliardi di US$, più del doppio di quanto annualmente viene messo a disposizione da AfDb e Banca Mondiale per l'Africa, rendendo meno improbabile e più sostenibile il raggiungimento degli obiettivi di crescita del continente.

                                                        Aldo Pigoli

 

                                               

                                    

                                  

                                          

 

 

                                               

                                                                         

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

Commenti (1)

Commenti  

#1 paolo 2016-04-08 16:37
Sottoscrivo parola per parola. Opere come questa (http://www.webuildvalue.com/it/opere-e-progetti/neckartal-dam-far-fiorire-il-deserto.html) sono sviluppo



Grazie per il contributo!
QF
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