Tra i problemi più urgenti che la Repubblica Popolare Cinese si trova oggi a dover affrontare, particolare attenzione merita la crisi ambientale di cui il gigante asiatico è sia artefice sia vittima

Il degrado ambientale del territorio cinese, iniziato parallelamente alle riforme economiche, si manifesta in tutta la sua gravità attraverso la rapida desertificazione del suolo, l'inquinamento atmosferico e idrico, le alluvioni frequenti e la crescente scarsità d'acqua. Tuttavia, oltre alle preoccupazioni domestiche, la sostenibilità ambientale del modello economico cinese è al centro della legittima apprensione di tutta la comunità internazionale.

La Cina è diventata, dal 2007, il primo produttore mondiale di CO2, superando gli Stati Uniti (Figura 1). La travolgente crescita economica degli ultimi trent'anni si è infatti basata  su un modello industriale ed energetico totalmente dipendente dal carbone, che ha contribuito ad esacerbare gli effetti nefasti dell'effetto serra a livello mondiale. Ancora oggi il carbone serve a produrre il 71% circa dell'energia consumata in Cina (Figura 2).

E' quindi evidente che qualsiasi sforzo internazionale nella lotta al cambiamento climatico debba fare i conti con le politiche di Pechino. Qual è dunque la risposta della leadership cinese a un problema così grande e incalzante? Nell'ottobre del 2007, durante il XVII Congresso Nazionale del PCC, Hu Jintao ha inaugurato un'inedita campagna di partito il cui obiettivo è assegnare un'importanza prioritaria al tema della protezione ambientale e dell'utilizzo efficiente delle risorse. 'Cultura della conservazione' è la nuova espressione attraverso cui la leadership vuole annunciare alla comunità internazionale, oltre che alla popolazione cinese, che l'anima del partito è oggi abitata da una sensibilità differente.

Il ruolo di primo piano che la Cina ha assunto nei negoziati internazionali sul clima testimonia in parte questa nuova tendenza. Il contesto in cui Pechino ha conquistato un profilo di altissimo livello è sicuramente la Convezione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico. Nel corso della penultima conferenza organizzata in seno alla Convenzione, il vertice di Copenaghen del 2009, la Cina ha promesso di ridurre la propria intensità di carbone del 40-45% (rispetto ai valori del 2005) entro il 2020. Tuttavia ha espresso chiaramente il rifiuto di aderire a qualsiasi trattato che vincoli tutti i Paesi in maniera indifferenziata. Rigorosamente ferma sulle proprie posizioni, la dirigenza cinese si è resa portavoce delle istanze dei Paesi emergenti e in via di sviluppo difendendo strenuamente il principio delle 'comuni ma differenziate responsabilità'. Secondo i delegati cinesi spetta ai Paesi occidentali assumersi la responsabilità storica della genesi del riscaldamento globale.
Tutti gli altri Paesi dovrebbero invece essere liberi di proseguire il proprio percorso di crescita economica, impegnandosi nella riduzione delle emissioni, ma senza doversi assumere impegni e target vincolanti.  

Secondo Pechino, inoltre, le latecomer economies dovrebbero beneficiare di aiuti tecnologici e finanziari da parte dei Paesi industrializzati per poter convertire rapidamente il proprio sistema produttivo in un modello più sostenibile. Proprio su questi temi, su cui la Cina non è intenzionata a concedere alcun margine di trattativa, si è parzialmente arenata l'ultima conferenza della Convenzione, tenutasi a Cancun nel 2010.La posizione di Pechino all'interno delle negoziazioni internazionali sul clima è attualmente molto forte e autorevole. La causa non risiede solo nell'ormai imponente statura economica della Cina, ma anche nei successi ottenuti nell'ambito del Meccanismo di Sviluppo Pulito (MSP), uno dei meccanismi di mercato previsti dal Protocollo di Kyoto.

Il MSP prevede la realizzazione di progetti di riduzione delle emissioni nei Paesi emergenti e in via di sviluppo (dove il costo marginale di riduzione delle emissioni è minore) e stabilisce un mercato attraverso cui scambiare i certificati di riduzione (CER) ottenuti (Figura 3). Attualmente la Cina vanta il maggior numero di progetti realizzati (Figura 4) e un'offerta di CER corrispondente al 58% del totale mondiale (Figura 5). Oltre al prestigio internazionale, il successo dei progetti MSP cinesi permette a Pechino di raggiungere tre importantissimi risultati domestici: l'upgrading nel settore delle tecnologie pulite, i cospicui guadagni derivati dalla vendita di CER sul carbon market internazionale e naturalmente la riduzione dell'inquinamento atmosferico (733milioni di tonnellate di CO2 risparmiate dal 2001 a oggi).

 

Nel settore delle rinnovabili importanti passi avanti sono stati compiuti dopo l'entrata in vigore della Legge sull'Energia Rinnovabile (2005) e la formulazione del Piano di Sviluppo dell'Energia Rinnovabile a Medio e Lungo Termine (2007).
Il governo ha assunto un ruolo di guida e stimolo del settore mettendo a punto un complesso sistema di incentivi e misure ad hoc.

Di particolare importanza è stata l'introduzione di feed-in-tariffs* per l'energia rinnovabile prodotta, di sussidi per gli impianti fotovoltaici in via di realizzazione, un sistema di appalti per la costruzione di centrali eoliche di grandi dimensioni e i numerosi programmi governativi per l'elettrificazione rinnovabile delle aree rurali. Il sostegno del governo è stato così marcato da scatenare spesso accuse di protezionismo, per esempio in riferimento al requisito, imposto alle compagnie produttrici di turbine eoliche, di utilizzare componentistica prodotta in Cina per almeno il 70%.

Nonostante l'energia rinnovabile consumata conti ancora solamente per il 6% circa del totale, l'impressionante performance delle imprese cinesi nel mercato globale del fotovoltaico e dell'eolico (Figura 6) sembra indicare che la direzione intrapresa è quella giusta.
Il Dodicesimo Piano Quinquennale, formulato dalla Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme nell'aprile del 2011,  ha stabilito che entro il 2015 le fonti non fossili dovranno coprire l'11,4 % del totale dell'energia consumata.

Attualmente la maggior parte della produzione di celle fotovoltaiche e turbine eoliche è destinata all'estero. Tuttavia, con la progressiva diminuzione del costo di produzione degli impianti solari ed eolici è prevedibile una discreta espansione del mercato domestico.

Nel settore delle tecnologie pulite è stata inoltre data grande importanza alla ricerca, all'innovazione e allo sviluppo di nuovi brevetti. In linea con il concetto cardine dell'attuale strategia di sviluppo, lo scientific development, la leadership cinese è intenzionata a costruire un sistema d'innovazione nazionale che possa alleviare l'eccessiva dipendenza tecnologica di cui soffre la Cina attualmente.

Obiettivo di Pechino è portare al 2,5 % del PIL la spesa destinata in ricerca e sviluppo entro il 2020 (Figura 7).
Il Piano a Medio e Lungo Termine per lo Sviluppo Scientifico e Tecnologico (2006 - 2020) ha come ambiti prioritari proprio l'innovazione nelle energie rinnovabili, nella conservazione delle risorse idriche e nelle tecnologie per la protezione ambientale.

Il Programma 973, attivato nel 1997 e ancora in corso, è invece destinato alla ricerca teorica e alla pubblicazione di articoli accademici.
E' opportuno osservare che degli 8,2 milioni di RMB destinati al programma, il 28% sono destinati alla ricerca sull'energia, la protezione ambientale e la conservazione delle risorse naturali (Figura 8).

Nonostante questi sforzi, convertire il proprio modello di sviluppo sarà una sfida tutt'altro che facile. La capacità del governo cinese di indirizzare in modo rapido ed efficace le risorse del Paese sul raggiungimento degli obiettivi prefissati è sicuramente un vantaggio non trascurabile.

Tuttavia le criticità strutturali di un Paese vasto come la Cina possono essere una barriera difficile da superare. 
Gli interessi delle amministrazioni locali, la necessità di mantenere un tasso di crescita elevato, l'aumento esponenziale della domanda energetica e la crescente motorizzazione generano non poche perplessità tra gli osservatori internazionali.

Solo nel lungo periodo si potrà verificare la validità delle strategie di Pechino e la capacità del Paese di percorrere fino in fondo la strada verso un cambiamento sostanziale del proprio modello produttivo e di consumo.

                                       Francesco Silvestri
 
 
*meccanismo attraverso cui lo Stato stipula dei contratti a lungo termine con i produttori di energia rinnovabile, fissando un prezzo di acquisto per kWh basato sul costo di produzione (ad esempio in Cina il prezzo dell'energia solare è fissato a 0,15 RMB per kWh).
L'obiettivo è incentivare gli investimenti nel settore e garantire una copertura delle spese di produzione

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