In Israele si sono svolte in marzo le prime elezioni del dopo-Sharon, che hanno sancito la vittoria di Kadima, il nuovo partito centrista fondato dallo stesso Ariel Sharon al momento del ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza, ora guidato dal Primo Ministro Ehud Olmert. Kadima, tuttavia, ha ottenuto solamente una maggioranza relativa dei seggi (28, rispetto ai 20 conquistati dai laburisti e agli 11 ottenuti dal Likud), rendendo necessario il varo di un governo di coalizione con i laburisti, all’interno di un parlamento molto più frammentato rispetto al passato, con la presenza di molti piccoli partiti a destra del Likud (ad esempio Yisrael Beiteinu) e populisti di sinistra (ad esempio, Gil, il partito dei pensionati). Il governo israeliano continua a mantenere una posizione di disponibilità al dialogo con i palestinesi, e non è ostile al ritiro unilaterale da alcune aree della West Bank occupata nel 1967, pur in coerenza con le esigenze di sicurezza di Israele, ma tali aperture sono state sempre più difficili da concretizzare nel corso dell’anno, considerati gli sviluppi politici all’interno dell’Autorità Palestinese.

In gennaio, infatti, nei Territori Palestinesi si sono tenute le elezioni parlamentari, per la prima volta dal 1996, con la partecipazione alla competizione di Hamas, il movimento islamista (considerato dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica), che non riconosce il diritto all’esistenza di Israele. Suscitando sorpresa e sconcerto nelle capitali europee e a Washington, i risultati delle elezioni hanno assegnato a Hamas 74 seggi su 132, segnando una chiara vittoria sul partito al governo Al Fatah, un tempo guidato dal carismatico leader Yasser Arafat, che aveva dominato la politica palestinese fin dalla stessa creazione dei territori palestinesi. Hamas si è rafforzato nei Territori creando una diffusa rete di servizi sociali e assistenziali (dalle scuole agli ospedali), criticando al contempo la gestione corrotta e nepotistica del potere da parte di Al Fatah. La reazione di Israele è stata immediata: il governo di Tel Aviv ha bloccato il trasferimento del gettito fiscale e doganale all’Autorità Palestinese, e rifiuta il dialogo con un governo “terrorista”, guidato dal leader di Hamas Ismail Haniyeh. Dal canto loro, gli Stati Uniti e l’Europa, interrompendo il flusso di aiuti finanziari ai palestinesi (che costituiscono più di un quinto del bilancio dell’Autorità), premono su Hamas affinchè riconosca Israele e rinunci al ricorso alla violenza. Per cercare di superare lo stallo, a settembre viene raggiunto un accordo tra il Primo Ministro e il Presidente Mahmoud Abbas (conosciuto anche come Abu Mazen e appartenente ad Al Fatah) per la creazione di un governo di unità nazionale, con l’affidamento al Presidente della conduzione dei negoziati con Israele. Peraltro, tali negoziati sono complicati dalla posizione ambigua di Hamas, che (in qualità di governo e non di partito) è pronta ad accettare uno Stato palestinese, solamente se concesso entro i confini precedenti al 1967, e a concedere semplicemente una tregua di lungo periodo con Israele, senza promettere la fine delle ostilità.

 

Tuttavia, la lotta di potere interna alle fazioni palestinesi, insieme alla complessità dello scenario mediorientale, trasforma presto la situazione politica e sociale dei Territori in una guerra civile (soprattutto nella striscia di Gaza), che rende ancora più miserevole la qualità della vita dei palestinesi, soggetti a continui controlli e limitazioni negli spostamenti, anche in seguito all’edificazione della barriera protettiva realizzata da Tel Aviv per separare i Territori da Israele. I colloqui di pacificazione tra Hamas e Al Fatah, che si svolgono alla Mecca all’inizio del 2007 sotto gli auspici sauditi, rappresentano l’ultimo tentativo di porre fine alle divisioni interne.

In Iran, le elezioni locali e l’elezione dell’Assemblea degli Esperti registrano un calo di consensi per le fazioni politiche legate al Presidente Mahmoud Ahmadinejad. L’Assemblea degli Esperti, malgrado si riunisca solo due volte all’anno, è potenzialmente l’organo più importante del Paese, in quanto può formalmente rimuovere la guida suprema della rivoluzione islamica, nominandone una nuova. Il leader supremo, attualmente l’Ayatollah Ali Khamenei, ha più poteri del Presidente in quanto ne può annullare gli atti. I risultati elettorali vedono la vittoria della fazione guidata da Akbar Hashemi Rafsanjani, ex-Presidente comunemente annoverato tra i pragmatici, sull’ala guidata dall’ Ayatollah Taqi Mesbah Yazdi, considerato il mentore del Presidente. Ahmadinejad sembra dovere scontare la mancata realizzazione delle promesse di sviluppo in campo economico e il crescente isolamento, rafforzato dalle sanzioni delle Nazioni Unite, sul piano internazionale.

Con un consenso superiore al 70% dei voti espressi, invece viene rieletto alla presidenza dello Yemen Ali Abdallah Salah, al potere dal 1990, anno dell’unificazione tra il Nord e il Sud del Paese.

Si conferma nelle monarchie del Golfo Persico la tendenza ad affiancare il sovrano assoluto da un organo consultivo, eletto con voto popolare. In Bahrein, si elegge un Consiglio dei Rappresentanti. Nel Kuwait, malgrado la proibizione di formare partiti politici, una coalizione di islamisti, liberali e sciiti riesce ad ottenere una riforma elettorale e ad eleggere, in giugno, un parlamento unicamerale, con lo scopo di combattere la corruzione del regime, retto dalla dinastia degli Al-Sabah. Dal 2005 in Kuwait anche le donne godono del diritto di voto.

Giuseppe Gabusi

Commenti

Comments are now closed for this entry