Le precedenti analisi relative ai risultati delle elezioni del 2006 nel continente europeo  avevano segnalato il profilarsi di diverse situazioni di probabile instabilità(vedi anche Balcani ed Europa Centrale alle urne).
Le cause di tale instabilità sono diverse (Figura 1): vanno dall'esiguità ed eterogeneità delle maggioranze parlamentari (Italia), alla prolungata difficoltà di formare un governo a causa di contrasti interni alle potenziali coalizioni (Repubblica Ceca), all'emergere di scandali (Ungheria), al persistere di forti tensioni legate a specifiche issue (come l'immigrazione in Olanda o gli equilibri tra le comunità etniche in Bosnia-Erzegovina), al crearsi di difficili coabitazioni istituzionali (Ucraina). Risulta quindi opportuno, ad alcuni mesi di distanza, tornare ad analizzare la situazione politica in questi paesi al fine di evidenziarne i più recenti sviluppi. 

Il caso che ha maggiormente catturato l'attenzione della stampa, anche in ragione degli importanti riflessi geopolitici della vicenda, è quello dell'Ucraina. Le elezioni del marzo 2006 avevano visto tornare al potere, nelle vesti di primo ministro, Victor Yanukovich, sconfitto alle elezioni presidenziali del 2004 dalla coalizione 'arancione' guidata da Victor Yushenko. Si è quindi venuta a creare una improbabile coabitizione tra i leader dei due schieramenti, quello filo-occidentale, guidato da Yushenko (Presidente), e quello filo-sovietico impersonato da Yanukovich (Primo Ministro). L'equilibrio tra le due cariche si è rivelato sin da subito difficoltoso, e l'ennesimo scontro tra presidente e premier ha portato ad elezioni anticipate il 30 settembre 2007. Questa tornata elettorale ha segnato un altro ritorno, quello di Yulia Timoshenko, già primo ministro nel 2005: il suo partito ha conquistato circa il 31% delle preferenze mentre il Presidente Yushenko, con il partito Nostra Ucraina, si è attestato al 14% ed il Partito delle Regioni guidato da Yanukovich ha ottenuto il 35% (seguono il partito comunista con il 5% ed il centrista Litvin con il 4%, mentre le formazioni socialiste non sono riuscite a superare la soglia di sbarramento del 3%- Figura 2). Tuttavia, la situazione politica appare ora tutt'altro che chiara. Da una parte, l'estrema lentezza nel conteggio dei voti ha alimentato i sospetti di brogli; dall'altra, mentre Yanukovich ha dichiarato la propria vittoria ed il diritto a governare - ma per formare un governo serve il 50 % dei seggi -, la Timoshenko ha respinto con fermezza l'ipotesi di grande coalizione avanzata dal Presidente. Per uscire da questa fase di stallo l'opzione più probabile è quella del ricompattarsi del 'blocco arancione' con il ritorno della Timoshenko al ruolo di premier; tuttavia, senza l'appoggio di Litvin o del Partito comunista tale maggioranza non sembra in grado di garantire la necessaria stabilità. Quel che è certo, è che le elezioni hanno evidenziato ancora una volta come l'Ucraina rimanga un paese spaccato in due, profondamente diviso tra i due opposti schieramenti (Figura 3).  Sullo sfondo, gli enormi interessi legati alle privatizzazioni delle imprese statali ed il delicato rapporto con la Russia, forte del monopolio sull'importazione di gas ucraino, sono certamente da inserire tra le variabili che rendono ancora più delicata la costruzione di una coalizione di governo.  

In Bielorussia, l'esito delle elezioni presidenziali del 2006 segna la continuità di un regime di stampo dittatoriale, nel quale i meccanismi democratici sono forzati al punto da essere svuotati di ogni significato (ad esempio la sostituzione del Parlamento eletto con un assemblea nominata dal Presidente). Alexander Lukashenko diviene presidente nel 1994, nelle prime elezioni 'libere' del paese: da allora, attraverso un mix di populismo e repressione di stampo sovietico, instaura quella che è stata definita una 'autocrazia consolidata', utilizzando lo strumento referendario per estendere il suo mandato prima (1996) e per eliminare i vincoli alla propria rieleggibilità poi (2004). Le elezioni, che si svolgono in un clima intimidatorio e in assenza di minime garanzie di libertà, trasparenza e legalità, sono in realtà un plebiscito dall'esito scontato. La tornata elettorale del marzo 2006 non si distacca da tale andamento: Lukashenko è confermato presidente con l'82% dei voti. Considerato alla stregua di uno 'stato canaglia' dagli Stati Uniti, auto-esclusosi dalle politiche di vicinato dell'Unione europea, il paese rimane in balia dell'influenza russa e delle 'bizzarrie' del proprio 'presidente-sultano', fattori entrambi che non inducono grandi speranze riguardo a possibili progressi democratici.

Situazione completamente opposta nella vicina Lettonia, dove il processo di integrazione europea è stato un potente volano per il progresso delle riforme economiche e politiche, portando il paese all'ingresso nell'UE nel 2004. Il 7 ottobre 2006 si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento, il cui risultato però non ha modificato gli equilibri tra le diverse formazioni politiche. Pertanto, il primo Ministro uscente Aigars Kalvitis, del Partito Popolare, ha potuto presentare un nuovo esecutivo, costituito dalla stessa coalizione di centro-destra guidata da Kalvitis dall'aprile 2006 (Partito Popolare, Unione dei Verdi e degli Agricoltori, Primo Partito -Via Lettone) cui si è aggiunto il Partito nazionalista Per la Patria e la Libertà. Tra i punti critici che il governo dovrà affrontare, insieme al contenimento dell'inflazione (oltre il 6%) e la scarsa crescita del reddito pro-capite (il più basso di tutta l'UE), vi è la delicata questione delle politiche restrittive nei confronti della minoranza russa, politiche che hanno già causato tensioni sia con l'UE che con l'ingombrante vicino orientale.

Salendo verso l'Europa del nord, troviamo invece un risultato in parte annunciato, quello delle elezioni svedesi, che vedono la sconfitta della coalizione socialdemocratica, da 12 anni alla guida del paese. Sfatando la tradizione che vuole in Svezia la sinistra perdente in campagna elettorale e vincente alle urne, l'Alleanza per la Svezia, la coalizione di centrodestra formata dal partito moderato (Moderaterna 27.8%,), dal partito liberale (Liberalerna 8%), dal partito Cristiano Democratico (Kristdemocraterna 6.9%,) e dal partito centrista (Centerpartiet, 8.3%)

è riuscita ad aggiudicarsi, seppur con minimo scarto, la maggioranza dei seggi. Risultato questo che non è da interpretare, tuttavia, come il tramonto del 'modello svedese'.
Gli elettori svedesi hanno mostrato più volte riluttanza ad abbandonare il loro invidiato stato sociale, e la coalizione di centro destra si è quindi presentata con un programma di riforma moderato, volto al 'miglioramento' del welfare tramite la lotta alla disoccupazione e una maggiore attenzione al sistema scolastico e sanitario. Al premier Fredrik Reinfeldt spetta ora il difficile compito di accontentare l'anima liberale e riformista della propria coalizione, senza intaccare eccessivamente un sistema che rappresenta l'orgoglio nazionale.

In Finlandia si sono svolte invece, a fine Gennaio 2006,  le elezioni presidenziali, che hanno visto la vittoria al ballottaggio (51.8%) della socialdemocratica Tarja Halonen, già in carica dal 2000. Dato il tradizionale ruolo della figura del presidente in questo paese, la conferma della Halonen può essere letta come un consenso alle linee di politica estera del paese: Europeismo (la Finlandia è il solo dei paesi nordici ad aver adottato l'Euro) e non-allineamento (la maggioranza dei finlandesi si oppone all'ingresso nella NATO, anche se vi sono ovviamente forme di cooperazione).
Il fatto che alla presidenza vi sia una donna non deve poi stupire, in un paese in cui la rappresentanza femminile nella politica è di poco inferiore alla metà: certamente un esempio per tutta l'Europa.

Un'altra situazione in bilico era apparsa quella dell'Olanda, dove il crescere della tensione legata ai temi dell'immigrazione e dei rapporti con le minoranze etniche aveva già avuto importanti ripercussioni sulla vita del governo Balkenende. In un clima sempre più teso, caratterizzato da episodi efferati come gli omicidi del politico anti-immigrazione Pim Fortuyn (2002) e del regista Theo Van Gogh (2004), le dure posizioni del Ministro dell'Immigrazione, Rita Verdonk, avevano infatti portato alla crisi del governo nel Giugno 2006 e ad elezioni anticipate in novembre. L'esito elettorale ha portato di nuovo il premier cristiano-democratico Balkenende a formare un governo, ma il copione si è ripetuto in modo pressoché identico: in un contesto già surriscaldato, l'intransigenza della Verdonk conduce prima ad un rimpasto e poi nuovamente alla crisi. Dopo lunghe contrattazioni, nel febbraio 2007 Balkenende presenta un nuovo governo, il quarto, in coalizione con i liberali; tuttavia, la presenza di due ministri musulmani - Ahmed Aboutaleb, di origine marocchina e Nebahat Albayrak, di origine turca - è sufficiente per far di nuovo esplodere la polemica. Il governo sembra determinato a resistere alle pressioni, ma il clima rimane certamente teso, come dimostrato recentemente dal dibattito relativo alle spese per la protezione della parlamentare di origine somala Hirsi Ali, minacciata di morte per le sue denuncie verso l'Islam tradizionale.

Spostandoci infine verso i paesi latini, in Portogallo, Anibal Cavaco Silva ha vinto le elezioni presidenziali del gennaio 2006, con oltre 30 punti di distacco sul secondo candidato, divenendo così il primo presidente di centro-destra dalla Rivoluzione dei Garofani del 1974. Se per alcuni versi il ruolo del presidente è cerimoniale, va ricordato che egli possiede anche la prerogativa di nominare il primo ministro, conformemente ai risultati elettorali, così come di sciogliere il parlamento ed indire nuove elezioni (come avvenuto nel 2005). La vittoria di Cavaco Silva, dovuta soprattutto alla frammentazione della sinistra con ben cinque candidati, è anche la grande sconfitta del 'padre della patria' Mario Soares, sceso in campo per far fronte ad una destra a suo dire pericolosa per la stabilità del paese. Mentre la coabitazione con il premier socialista Jose Socrates poteva sulla carta risultare difficile, i due sembrano aver trovato un'intesa sulla necessità di contrastare energicamente la stagnazione economica.

Infine, tra i paesi che mostrano un precario equilibrio di governo occorre senza dubbio citare l'Italia. Le elezioni del 2006 hanno visto la vittoria della coalizione di centro-sinistra, ma con uno scarto di voti minino ed una risicata maggioranza parlamentare, in particolar modo al Senato. Dopo la difficile approvazione di una legge finanziaria particolarmente rigorosa, nel febbraio 2007 il governo è caduto a seguito di un voto relativo alla politica estera (Afghanistan). Riconquistata la fiducia dalla propria maggioranza, il premier Romano Prodi tenta ora di proseguire con il proprio programma di riforme, ma diversi temi rischiano di creare tensioni nella disomogenea coalizione che lo sostiene: dalla politica estera alla riforma delle pensioni, al riconoscimento delle 'coppie di fatto', alla riforma della legge elettorale. Da ultimo, lo scioglimento dei due maggiori partiti del centro-sinistra, Margherita e Democratici di Sinistra, confluiti nel nuovo Partito Democratico, potrebbe avere influenze importanti sulla frammentazione del sistema partitico italiano, a destra come a sinistra, con possibili implicazioni anche sulla vita del governo Prodi.

Da citare, per concludere, le elezioni parlamentari svoltesi a Cipro, geograficamente lontana ma membro dell'Unione Europea dal 2004. Ancora una volta, dopo il fallito doppio referendum sull'unificazione promosso dalle Nazioni Unite nell'aprile del 2004 (fallito in quanto il progetto di unificazione non ha ottenuto la maggioranza di entrambe le comunità), le elezioni hanno interessato solo una parte dell'isola, quella greco-cipriota (che è anche la sola riconosciuta dall'UE). L'esito di queste elezioni sembra lasciare del tutto inalterato il quadro politico, anche se emergono alcuni segnali di distensione nei rapporti tra il Presidente cipriota Papadopolous ed il leader turco-cipriota Mehmet Ali Talat. È a questo dialogo che sono ora affidate le speranze per mettere fine al più presto allo 'stato d'eccezione' dell'isola, divisa ormai da oltre trent'anni.

                                                   Enrico Fassi 

 

 

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