In Costa Rica il candidato socialdemocratico ed ex-Presidente Óscar Arias ha conquistato nel 2006  la presidenza con un margine ristrettissimo sul principale avversario, Ótton Solís, che critica aspramente il trattato di libero scambio con gli Stati Uniti fermamente voluto da Arias, il quale non può però contare sulla maggioranza congressuale.

Il rinnovo del Parlamento unicamerale in El Salvador ha confermato al potere l'Alleanza Nazionale Repubblicana (ARENA), il partito di destra cui appartiene il Presidente Elias Antonio Saca Gonzalez. Il Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Martì, storico avversario di sinistra ai tempi della dittatura e della guerra civile degli anni '80, ha comunque perso per pochi voti, aggiudicandosi appena due seggi in meno della stessa ARENA.

Le elezioni più contestate del 2006  in America Latina sono quelle tenutesi in luglio in Messico, i cui risultati sono stati accettati ufficialmente dal candidato sconfitto (Andrés Manuel López Obrador, l'ex-sindaco di Città del Messico a capo del Partito della Rivoluzione Democratica e leader di una forte protesta populista dopo la comunicazione dei risultati elettorali) solo a fine novembre, facendo temere un periodo di forte instabilità istituzionale nel Paese. Il tribunale elettorale federale ha confermato solo in settembre la vittoria, di strettissimo margine e con la sorpresa degli osservatori esterni, dell'avvocato ed economista (con studi ad Harvard) Felipe Calderón,  candidato del Partito di Azione Nazionale, il raggruppamento conservatore del presidente uscente Vicente Fox. In dicembre, Felipe Calderón ha formato il suo gabinetto, di cui fanno parte molti tecnocrati con legami con l'establishment del Partito Rivoluzionario Istituzionale, che, prima di Fox, aveva governato il Paese per settant'anni e che può costituire l'alleato privilegiato all'interno del Congresso, in cui il partito del neopresidente non può contare sulla maggioranza assoluta.  La stabilità dei mercati finanziari (Figura 1), l'attenzione  agli investimenti privati nazionali ed esteri con l'obiettivo di creare posti di lavoro, la lotta alla corruzione, al crimine organizzato e al traffico di droga, e il rapporto di buon vicinato con gli Stati Uniti continuano a rappresentare le linee-guida del nuovo governo messicano.

Anche nei Paesi più poveri e istituzionalmente più deboli dell'area si è svolta una rilevante tornata elettorale. Nell'apatia generale, in Guyana il presidente uscente, Bharrat Jagdeo, e il suo Partito Progressista, sono risultati vincitori di stretta misura nelle elezioni di agosto, caratterizzate dall'assenza (sorprendente) di episodi violenti. Per larga parte della sua storia post-coloniale, la Guyana è stata caratterizzata da tensioni etniche tra la popolazione indigena (sostenitrice del Partito Progressista) e la popolazione di origine africana (sostenitrice del Partito del Congresso Nazionale del Popolo, della Riforma e della Guyana Unita, che ha governato il Paese dal 1964 al 1992). L'economia rimane stagnante, con l'industria dello zucchero in crisi, e con il traffico di droga (il cui giro d'affari per il Dipartimento di Stato americano rappresenta il 20% del PIL) gestito dal crimine organizzato, spesso responsabile dell'uso politico della violenza che si registra nel Paese.

In Honduras, a gennaio ha assunto la presidenza Manuel Zelaya, del partito liberale, la cui piattaforma elettorale ha messo al primo punto la lotta alla povertà (il Paese è la seconda nazione più povera dell'America Centrale).

Nel 2006, si sono registrate elezioni anche nelle due nazioni che si dividono l'isola Hispaniola. Nella Repubblica Dominicana il Presidente Leonel Fernández, che aveva ereditato nel 2004 una pesante situazione economica e che in due anni è riuscito ad imporre le proprie politiche malgrado la forte opposizione in Parlamento, facendo crescere il PIL del paese del 9,3% nel 2005 e a ridurre l'inflazione dal 50% al 7,4%, è uscito rafforzato dalle elezioni congressuali di maggio, che vedono il partito del Presidente (il Partito della Liberazione Dominicana) ed i suoi alleati ottenere più del 50% dei voti.

 

In febbraio, il contrastato ritorno democratico alla presidenza di Haiti dell'agronomo René Préval, dopo che egli stesso aveva lanciato accuse di brogli ai suoi oppositori, segna la fine di un lungo e difficile processo di transizione politica e istituzionale gestito dalle Nazioni Unite, dopo la violenta cacciata di Jean-Bertrand Aristide nel 2004. Il compito immediato del Presidente, ancora prima di iniziare a porre rimedio allo sfacelo economico del Paese, è quello di ricostruire il tessuto politico, caratterizzato dalla coesistenza di una forte lobby di uomini d'affari e di politici della vecchia guardia e di una base sociale poverissima che sostiene Préval e che rappresenta quella parte del Paese che vive nei bassifondi degradati, dove il potere è in mano alle gang criminali. Disperatamente bisognoso di aiuti internazionali (disinteressati e non), il Paese ha ricevuto le prime offerte dal Venezuela e dal Brasile.  Le successive elezioni parlamentari, in aprile, hanno confermano il successo del partito del Presidente (Lespwa, che significa "speranza"), benchè l'assenza di una maggioranza assoluta abbia obbligato Préval a formare un governo di coalizione. 

Il ritorno più sorprendente nella politica latinoamericana del 2006 è tuttavia quello di Daniel Ortega, democraticamente eletto Presidente del Nicaragua. Ortega, già Presidente del Paese durante la rivoluzione sandinista dal 1979 al 1990 che aveva posto termine alla dittatura filo-americana di Anastasio Somoza, in novembre ha battuto nettamente il candidato sostenuto dagli Stati Uniti, promettendo una nuova cultura politica di pluralismo costruttivo, lontano dagli eccessi rivoluzionari, dall'ardore anti-americano e dalle politiche inflazionistiche da lui sostenute negli anni '80. Malgrado il sostegno americano al suo rivale, Ortega ha promesso di cooperare con gli Stati Uniti, offrendo sicurezza agli investitori esteri che negli ultimi anni hanno cambiato aspetto soprattutto alla costa pacifica del Paese. D'altro canto, il Nicaragua rimane il secondo Paese più povero dell'emisfero occidentale, dopo Haiti, ed è vittima di continue crisi energetiche; pertanto l'aiuto offerto da Chávez, sotto forma di petrolio venduto a prezzo politico, non può non essere accolto da Ortega.

Nelle pacifiche elezioni parlamentari del 2007 in Giamaica, il partito laburista (di centro-destra), all’opposizione, vince di stretta misura, ponendo fine a diciotto anni di governo del partito nazionale del popolo (di centro-sinistra). Nonostante il miglioramento della stabilità democratica rispetto agli anni ’70 ed ’80, il partito guidato da Bruce Golding (in parlamento dal 1972) deve affrontare atavici problemi del Paese, quali la persistenza di un’economia stagnante(Figura 2), e di una criminalità organizzata che si nutre del business della droga.

Al contrario, la campagna per le elezioni presidenziali in Guatemala è una delle più sanguinose nella storia del Paese, dopo il suo ritorno alla democrazia, registrando almeno 45 assassinii con motivazione politica . Al ballottaggio si scontrano Otto Peréz Molina, un ex-generale, e Alvaro Colom, un uomo d’affari di centro-sinistra, che si rivela vincente con il 53% dei voti. Non vi è alcuna speranza di vittoria invece per la candidata Rigoberta Menchù, premio Nobel per la pace e pioniera dei diritti delle minoranze indigene in America centrale. Tuttavia, la bassa affluenza alle urne (48% degli elettori), ed il supporto di soli 52 seggi su 158 del congresso, rende la vittoria di Colom sicuramente debole di fronte ai pressanti problemi del paese, rappresentati dalla criminalità organizzata e dalla diffusa povertà.

A Trinidad e Tobago, il Movimento Nazionale del Popolo del primo ministro Patrick Manning vince le elezioni parlamentari, sfruttando un momento particolarmente felice delle isole-stato, ricche di giacimenti di gas naturale.

Molte aziende di Trinidad hanno forti interessi nelle Barbados, dove nel gennaio 2008, dopo 13 anni all’opposizione, il partito laburista democratico torna al potere con il suo leader, David Thompson. Le Barbados, con un’economia florida basata sul turismo, sulla canna da zucchero e sui servizi di trasporto navali, sono la democrazia più stabile dell’area (la prima assemblea eletta a livello nazionale risale al 1639), e la meno corrotta.

Nello stesso mese, nel Paese meno democratico dell’area, Cuba, si tengono elezioni per l’assemblea nazionale senza candidati dell’opposizione, in attesa di conoscere gli sviluppi istituzionali del dopo-Castro.

                                            Giuseppe Gabusi 

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