L'analisi degli esiti elettorali in Africa rappresenta un'occasione per fare il punto sullo stato dei processi di consolidamento della democrazia in questa regione. Vediamo allora in modo più specifico l'andamento delle elezioni del 2006 nei paesi interessati.

Nella Repubblica Democratica del Congo il corretto svolgimento delle elezioni del 2006 ha rappresentato un risultato storico, essendo sostanzialmente le prime in più di quarant'anni d'indipendenza del paese. La vittoria di Joseph Kabila alle elezioni presidenziali (58%, contro il 42% ottenuto da Jean-Pierre BEMBA Gombo) sembra porre l'ultimo tassello necessario per l'avvio di un processo di ricostruzione politica ed economica. Dopo i 32 anni in cui Mobutu ha governato brutalmente il paese (1965-1997), anni caratterizzati dalla violenza, dal progressivo declino economico e da un latente conflitto etnico, la RDC (ex Zaire), è stata teatro di un perverso intreccio tra guerra civile e scontri tra le potenze regionali: Angola, Namibia, Rwanda, Uganda e Zimbawe. Dal 1994 al 2001 il paese è piombato nel caos e nella crisi economica. Il processo di pacificazione intrapreso da Joseph Kabila (succeduto al padre Laurence Kabila, assassinato nel 2001), che ha portato nel 2002 alla firma degli accordi di Pretoria, ha consentito una progressiva normalizzazione del paese e l'avvio di procedure democratiche. La speranza è che le elezioni del 2006 (presidenziali e legislative), sancendo un primo successo di tale processo, abbiano un impatto positivo anche sull'economia del paese, permettendo di mettere a frutto le sue enormi potenzialità.

Anche la Mauritania ha visto aumentare nel 2006 il proprio rating in termini di libertà politiche, grazie agli sforzi intrapresi per garantire un certo livello di pluralismo politico ed una struttura elettorale effettivamente funzionante. Anche qui, tuttavia, il contesto rimane quello di un paese ben lontano da standard democratici. Salito al potere con un colpo di stato nel 1984, Maaouya O. S. A. Taya ha governato la Mauritania per vent'anni, mostrando solo timidi sforzi di liberalizzazione, culminati con elezioni locali sostanzialmente regolari nel 2001. Tuttavia, nel 2005 un colpo di stato incruento ha deposto Taya ed il governo è passato nelle mani di un consiglio militare guidato dal Col. Ely O. M. Vall, con il proposito dichiarato di garantire le condizioni per regolari elezioni. In effetti, nel dicembre 2006 si sono svolte le elezioni parlamentari, il cui andamento è apparso sostanzialmente corretto. Al momento, tuttavia, la Mauritania rimane uno stato autocratico in cui il potere permane nelle mani dei militari. Solo con le elezioni presidenziali, previste per il 2007, si potrà avere - o meno - conferma di un effettivo passaggio di potere.

Anche in Zambia le elezioni del 2006 hanno dato segnali incoraggianti. Rispetto ai casi ora esaminati, in cui elementi positivi s'innestano in un quadro ancora ampiamente non-democratico, lo Zambia rappresenta piuttosto un esempio di stabilizzazione di un regime semidemocratico: qui, pur in un contesto caratterizzato da una formale liberalizzazione politica e dall'apertura della competizione elettorale ad altri attori, il regime rimane egemonizzato da un singolo partito (il MMD, partito del presidente Mwanawasa). Attraverso il dominio dell'apparato statale, il partito mantiene uno stretto controllo sulle risorse politicamente rilevanti - risorse finanziarie, settore pubblico, controllo dei media - azzerando l'effetto del pluralismo formale. Le ultime elezioni (vinte da Levy Mwanawasa con il 43 % dei voti, contro lo sfidante M. Sata 29%) sembrano mostrare un allentamento dei controlli sull'opposizione, ma una netta separazione del partito dallo stato è ancora di là da venire.

In Ciad, le elezioni presidenziali del maggio 2006 sono state ritenute sostanzialmente corrette. Tuttavia il profilo democratico del paese appare irrimediabilmente deficitario. Il Ciad fornisce un tipico esempio di un fenomeno che trova in Africa ampia diffusione, ovvero della distorsione dei meccanismi democratici in seguito ad un'estrema personalizzazione del potere. Il presidente Idriss Deby, regolarmente eletto con il 64% dei voti, è in realtà in carica sin dal 1990, e la sua rielezione è stata possibile solo grazie ad un referendum che nel 2005 ha rimosso il limite di mandato. Inoltre, le già precarie condizioni di sicurezza interna al paese - retaggio di trent'anni di guerra civile - si sono ulteriormente aggravate in seguito alla crisi del vicino Darfur (Sudan), con riflessi negativi sull'effettivo esercizio delle libertà civili. 


Una situazione non dissimile da quella del Ciad, sebbene lievemente più rosea sotto il profilo democratico, è quella del Gambia. La tensione con il Senegal, che circonda quasi completamente il paese, è latente ma costante, con ripercussioni negative sulla sicurezza interna.

Il fallito tentativo di colpo di stato in marzo ha poi portato all'adozione di misure ulteriormente restrittive. Simili anche gli effetti del personalismo: Yahya Jammeh arriva al potere nel 1994 attraverso un colpo di stato. Il ritorno nominale al governo civile avviene nel 1996, con l'adozione di una nuova costituzione e la proclamazione di libere elezioni. Tutte le elezioni presidenziali, comprese quelle del settembre 2006, sono vinte dal presidente in carica Jammeh, per il quale la costituzione da lui promulgata non prevede limiti di mandato.

L'esempio più lampante della capacità del dominio personale di piegare i meccanismi elettorali ai propri scopi è forse quello del Gabon. L'attuale presidente, El Hadj Omar Bongo, ha infatti dominato la scena politica del paese per circa quarant'anni. All'introduzione nominale del multipartitismo negli anni novanta non ha fatto seguito un reale processo di liberalizzazione: le elezioni continuano ad essere controllate, e vinte, dal regime, mentre l'opposizione manca delle risorse e delle libertà necessarie per un'equa competizione politica. Come ampiamente prevedibile, nelle elezioni di dicembre per l'Assemblea Nazionale il Parti Démocratique Gabonais, il partito del Presidente ed ex partito unico, ha conquistato più dei 2/3 dei seggi. Nonostante il suo scarso rendimento in termini democratici, il Gabon rimane uno dei più stabili e prosperi paesi africani.

Anche il caso dell'Uganda può essere inserito nello schema appena esaminato. Dopo i truculenti regimi dittatoriali di Idi Amin (1971-79) e Milton Obote (1980-85), che causano al paese circa 400.000 morti, il potere passa nelle mani di Yoweri Museveni nel 1986. Quest'ultimo avvia uno stentato processo di liberalizzazione nel quadro di un 'esperimento di 'democrazia senza partiti'. Dopo vent'anni, le elezioni del febbraio 2006 - che aprono alla competizione tra partiti - confermano nuovamente Museveni presidente con il 59.3% dei voti, mentre il suo partito (National Resistence Movement) conquista la maggioranza assoluta dei seggi.

In Madagascar sembra invece ormai affermata e stabilizzata una forma di 'pluralismo irresponsabile': la presenza di elezioni più o meno regolari e di differenti gruppi politici che si alternano al potere nasconde infatti un profondo distacco tra l'elettorato e l'elite politica, che governa in modo del tutto autoreferenziale. Le elezioni del 2006, vinte dal presidente in carica Marc Ravalomanana (54.8%), hanno inoltre fatto segnalare la presenza di diverse irregolarità, con la squalifica di un candidato dell'opposizione e casi segnalati di voto multiplo.

In questo panorama, il Benin rappresenta una delle poche, consolanti eccezioni. Dopo gli intensi sforzi di riforma degli anni novanta, il paese sembra ormai ben avviato sul percorso del consolidamento democratico. Le elezioni presidenziali del 2006, vinte da un outsider, il candidato indipendente Thomas Yayi Boni (con il 74.5% dei voti) sembrano suggellare il successo di questo processo.

Per quanto riguarda infine gli stati situati su microisole ed arcipelaghi, nel 2006 si sono tenute elezioni a Capo Verde, alle Seychelles, alle isole Comore ed a Sao Tomé e Prìncipe. Nelle isole Comore lo svolgimento corretto delle elezioni presidenziali, unito al declino dell'influenza dei militari sul processo politico, sembra confermare il progresso del consolidamento democratico intrapreso. Sviluppi di segno contrario per quanto riguarda le elezioni delle Seychelles, che hanno visto vincere il presidente in carica James Michel, con il 53.7 % dei voti, ma hanno anche dato il via ad una serie di restrizioni nei confronti dell'opposizione dello sconfitto Wavel Ramkalawan (Seychelles National Party, 45%).

Le elezioni svoltesi a Sao Tomé e Principe (Fradique De Menezes 60%) e a Capo Verde (Pedro PIRES confermato presidente con il 51.2%) sembrano invece sostanzialmente confermare lo status dei due paesi che, dopo gli enormi progressi ottenuti negli anni novanta, figurano stabilmente tra gli stati più democratici di tutta l'Africa.

Per concludere, Angola e Costa d'Avorio (cosi come l'Egitto per le elezioni locali) hanno posticipato elezioni precedentemente annunciate per il 2006, contribuendo in questo modo a confermare i pessimi risultati ottenuti in questi anni in termini di democratizzazione dei propri regimi.

                                                   Enrico Fassi 

Commenti

Comments are now closed for this entry