Cambio della guardia in Australia (Figura 1), dove le elezioni parlamentari di novembre registrano la sconfitta senza sorprese del partito liberale del primo ministro John Howard, alla ricerca di un terzo mandato dopo undici anni al potere. Conquistando la maggioranza assoluta alla camera dei rappresentanti, il partito laburista del nuovo leader Kevin Rudd torna al governo, mentre il partito liberale incassa la peggiore sconfitta della sua storia.

Nonostante il governo conservatore abbia accompagnato l'Australia nel più lungo periodo recente  di boom economico ininterrotto (17 anni), caratterizzato da crescita del PIL (Figura 2) e da bassa disoccupazione (Figura 3), l'elettorato si è preoccupato dei possibili eccessi di arroganza di un eventuale terzo mandato di Howard. Con una popolarità già in declino a causa del sostegno agli Stati Uniti nella guerra in Iraq, e con segnali inflattivi già presenti nel Paese, il primo ministro, incurante dei sondaggi,  aveva promesso un aumento della spesa con una riduzione delle tasse per favorire la libertà di scelta della classe media (ad esempio, nel settore dell'istruzione), ed aveva difeso la riforma di diritto del lavoro che prevedeva la sostituzione della contrattazione collettiva con i contratti individuali.

Il nuovo primo ministro ha promesso una politica estera meno allineata alle scelte dell'alleato americano, con la negoziazione del ritiro delle truppe dall'Iraq, ed ha annunciato la ratifica del protocollo di Kyoto. Ci si attende anche una rinnovata attenzione all'Asia, ed in special modo alla Cina: non solo perché quest'ultima ha contribuito a trainare il boom australiano, ma anche perché Kevin Rudd è stato diplomatico a Pechino e conosce profondamente il Paese asiatico.

Nel giovane Stato di Timor Est si registrano le elezioni presidenziali di maggio (le prime dal 2002, anno dell'indipendenza), con la vittoria di José Ramos-Horta, primo ministro del paese e premio Nobel per la pace, contro Francisco Guterres, candidato ufficiale del Fretilin, il partito al potere.

Ramos-Horta viene sostenuto dal presidente uscente, Xanana Gusmão, leader militare del movimento indipendendista, entrato in conflitto nel 2006 con il precedente primo ministro del Fretilin, Mari Alkatiri, accusato di avere inutilmente fomentato la violenza nel Paese con il licenziamento di una larga parte degli effettivi militari e di non avere speso, a beneficio dello sviluppo economico e sociale, le risorse finanziarie ottenute dallo sfruttamento di nuovi depositi di gas e di petrolio scoperti in mare tra Timor Est e l'Australia.  Gusmão fonda pertanto un nuovo partito, il Congresso nazionale per la ricostruzione di Timor. Nelle elezioni parlamentari in giugno, con in palio i 65 seggi della Camera, Gusmão cerca di ottenere la carica di primo ministro, ma la vittoria spetta al Fretilin con il 29% dei voti, benché in calo di consensi rispetto alla precedente tornata elettorale.            

 

Tuttavia, il Fretilin non riesce a formare una coalizione di governo, e Ramos-Horta sceglie Gusmão come primo ministro, alla testa di una coalizione del suo nuovo partito con tre partiti di centro-sinistra, che fin dall'inizio si presenta molto debole per il continuo rifiuto del Fretilin di riconoscere come lecita la decisione del nuovo presidente eletto.

Nel mese di febbraio 2008, proprio un commando di ex soldati, riuniti sotto una sigla (Appellanti) che contesta il loro licenziamento dalle fila dell'esercito regolare e guidati dal maggiore Alfredo Reinado, compie un attentato contro il presidente ed il primo ministro, possibile preludio ad un colpo di stato. Mentre Gusmão ne esce illeso e Reinado viene ucciso, Ramos-Horta è ferito gravemente ed immediatamente trasportato e ricoverato a Darwin, in Australia. Viene dichiarato lo stato di emergenza, e Canberra decide di rafforzare il proprio contingente militare a Timor Est, che insieme alle forze ONU di peacekeeping cerca da anni di assicurare stabilità sull'isola.

A fine giugno, la Papua-Nuova Guinea va alle urne per rinnovare il mandato quinquennale del Parlamento. I tre principali partiti in lizza sono: il partito conservatore all'opposizione, che propone istruzione gratuita, tagli fiscali e sussidi all'industria mineraria; l'Alleanza Nazionale di Sir Michael Somare, che ha guidato un governo, per la prima volta dall'indipendenza ottenuta nel 1975 dall'Australia, per l'intera durata della legislatura; il partito della Nuova Generazione, capeggiato da Bart Philemon, ex-ministro delle finanze nel governo Somare. Tuttavia, l'alto numero dei candidati alle elezioni e le decine di piccoli partiti riflettono affiliazioni claniche che inevitabilmente si riflettono in governi di coalizione che richiedono compromessi e complesse trattative.

Malgrado le elezioni si svolgano in un clima assai meno violento di quello registrato nelle precedenti consultazioni del 2002, e il processo democratico goda di forte consenso tra la popolazione, è assai poco probabile che l'esito elettorale ponga fine all'inefficienza ed alla corruzione delle strutture istituzionali, all'interno di un Paese caratterizzato dall'economia stagnante, dalla geografia complessa (che rende Papua Nuova Guinea il paradiso degli antropologi), dalla crescente diffusione dell'AIDS e della criminalità, e dal decadimento dei servizi scolastici, della sanità e delle infrastrutture di trasporto. Il Paese continua a dipendere molto dagli aiuti allo sviluppo (l'Australia rimane il primo donatore, benchè continui a manifestare perplessità sulla trasparenza dell'utilizzo dei fondi). Comunque, i risultati confermano al potere, in un quadro comunque di frammentazione dei partiti, Sir Michael Somare e l'Alleanza Nazionale.

Nelle Isole Marshall, che godono di uno status di libera associazione con gli Stati Uniti, il partito del primo ministro filo-americano Kessai Note perde le elezioni di gennaio in favore del partito di opposizione AKA. Gli atolli delle Isole Marshall sono state teatro di 67 esperimenti nucleari americani dal 1946 al 1958, e gli Stati Uniti, con un accordo del 2003, hanno offerto 3,5 miliardi di dollari ed il diritto ai marshalliani di lavorare e vivere in America, a fronte della concessione, fino al 2066, di un atollo come obiettivo dei missili provenienti dalla California, nell'ambito dei test del nuovo programma missilistico "guerre stellari". Il nuovo presidente, Litokwa Tomeing, vuole ri-negoziare l'accordo e minaccia di abbandonare il riconoscimento diplomatico di Taiwan in favore della Cina popolare - una prospettiva non proprio favorevole agli interessi militari americani nel Pacifico. 

                                            Giuseppe Gabusi

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