Le prossime guerre in Medio Oriente saranno per l’acqua. Questa ormai celebre profezia di Ismail Serageldin, ex vicepresidente della Banca Mondiale, risale al 1995. Da allora è stata più volte smentita, seppur ancor più spesso evocata per tentare di spiegare complesse tensioni geopolitiche. Classe 1944, originario di Giza, Serageldin rifletteva una sensibilità tutta egiziana. Il Nilo è infatti la pressoché unica fonte idrica affidabile dell’Egitto, di cui però è il paese più a valle. “Una questione di vita o di morte”, come dichiarato dal presidente egiziano al-Sisi. Nonostante quindi possa vantare dei diritti storici, l’Egitto vive una condizione di precarietà strutturale, alla quale ha da sempre reagito attraverso un atteggiamento decisamente muscolare. La sua principale argomentazione è semplice: “Noi siamo l’Egitto, noi siamo il Nilo”. A cui aggiunge la più pragmatica spiegazione dell’inferiore volume di precipitazioni che il paese a valle riceve rispetto ai rivieraschi a monte, con la conseguente necessità di assicurarsi una maggiore quota di acqua del fiume. E sono proprio le acque del Nilo che nel 1979 hanno ispirato il pionieristico lavoro di John Waterbury, che ha poi avviato il fortunato filone accademico degli studi idropolitici: “Hydropolitics of the Nile Valley”.

È forse arrivato il momento di veder avverarsi la profezia? Probabilmente ancora no, ma qualcosa sta succedendo. E andrebbe monitorato. Dal 2011 l’Egitto ha una preoccupazione in più. L’Etiopia ha infatti avviato il progetto di una grande diga sul Nilo Azzurro: la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), per la cui costruzione è stata incaricata l’italiana Salini-Impregilo (Figura 1). Il fiume contribuisce al 55% dell'acqua totale del Nilo calcolato all'altezza della diga di Assuan. Un ulteriore 12% viene fornito dall'Atbara e dal Sabat, due affluenti che nascono sempre in Etiopia. Il Nilo Bianco contribuisce con il restante 33%. L’Etiopia sta quindi reclamando un’egemonia idrica regionale che impensierisce il Cairo. Posta a 500 km a nord-ovest dalla capitale Addis Abeba e vicino al confine con il Sudan, la diga diventerà la più grande di tutta l'Africa. Sarà lunga 1800 metri e alta 170 metri, per un volume complessivo di 74 miliardi di metri cubici annuali. Ai lati della diga verranno costruite due centrali elettriche con una potenza installata di 6000 MW e una produzione prevista di 15000 GW/h annui. Una volta completa ridurrà di 22 miliardi di metri cubici all’anno la quota d’acqua garantita all’Egitto dai trattati internazionali e considerata da al-Sisi intoccabile.
I lavori, che impegnano 8500 persone (di cui 8200 da comunità locali) più 1250 tra fornitori e subappalti (dati aprile 2017), sono però in ritardo rispetto alla scadenza originaria, che avrebbe visto la diga ad oggi completata.

L’Egitto gode di una posizione di assoluto privilegio nei trattati che regolano le acque del Nilo fin dai tempi coloniali. Il trattato anglo-egiziano del 1929 assicurava 50 miliardi di metri cubici al paese a valle, e solo 4 miliardi al Sudan. Gli altri, perché non esistevano ancora come realtà indipendenti, ne erano esclusi. Inoltre l’Egitto ottenne il diritto di rigettare qualsiasi progetto di costruzione promosso dagli stati a monte. Nel 1959, un nuovo trattato tra Egitto e Sudan aumentò le quote ad entrambi, pur non modificando significativamente le proporzioni. Da allora all’Egitto spettano 55,5 miliardi di metri cubici all’anno, che il Cairo considera il minimo indispensabile per sostenere la propria economia (Figura 2).

L’Etiopia, esclusa dai precedenti accordi, non è però più disposta a riconoscere tale privilegio all’Egitto. Nel 2010, il Nile Cooperative Framework Agreement è stato rigettato dal Cairo, ma ha compattato il fronte degli stati a monte. Dei 7 firmatari, Etiopia, Ruanda e Tanzania hanno ratificato il trattato, mentre Kenya, Burundi e Uganda rimangono nell’accordo, ma in attesa di ratifica. La nuova cooperazione è di fatto una sconfitta dell’Egitto, che ora si trova in una posizione di inferiorità geografica, infrastrutturale e diplomatica. Rimane la superiorità militare, che però va considerata all’interno di un quadro geopolitico più ampio. Se infatti nel 2015 il Sudan aveva tentato un compromesso diplomatico, poi fallito, tra Etiopia ed Egitto, oggi Khartoum e il Cairo si trovano su posizioni opposte lungo la linea di faglia geopolitica che sta scuotendo il Medio Oriente e il Nord Africa.

Il 24 dicembre 2017, il presidente turco Erdogan è atterrato nella capitale sudanese Khartoum per rafforzare i rapporti economici (Figura 3) e discutere di alcune questioni di sicurezza regionale. Tra gli accordi di cooperazione alla sicurezza firmati nella capitale del Sudan, c’è anche la concessione alla Turchia di amministrare l’isola di Suakin nel Mar Rosso. Ed è qui che la questione idrica rischia di intrecciarsi pericolosamente alle profonde tensioni geopolitiche regionali. L’isola di Suakin era un tempo una base navale ottomana e l’Egitto teme che Ankara voglia tornare ad avere una sua base militare permanente nel Mar Rosso (Figura 4). Timore fondato, poiché Suakin, posta davanti a La Mecca, andrebbe a formare un triangolo di presenza militare con le altre due basi turche già presenti nella regione: in Qatar e in Somalia (Figura 5). È una mossa che inasprisce le già delicate relazioni tra Turchia ed Egitto. Erdogan sosteneva infatti il governo della Fratellanza Musulmana andato al potere in seguito alle rivolte della cosiddetta ‘primavera araba’ e guidato da Morsi. Deposto dal colpo di stato militare guidato da al-Sisi, Morsi è diventato lo specchio delle paure di Erdogan, impegnato proprio in quegli anni a disinnescare la capacità d’intervento in ambito civile dell’esercito turco, da sempre ostile alle forze dell’Islam politico.
Gli accordi turco-sudanesi vanno letti all’interno di un quadro più ampio. Il presidente sudanese al-Bashir aveva, nei mesi precedenti, fatto visita al Qatar, per rafforzare gli accordi di cooperazione e sicurezza. Qatar e Turchia sono i principali sponsor dei Fratelli Musulmani, nemici giurati del regime egiziano. Le mosse diplomatiche hanno così innescato una nuova tensione regionale. Il 4 gennaio scorso, il Sudan ha richiamato il proprio ambasciatore al Cairo per “consultazioni”. Le motivazioni sarebbero le tensioni militari nel Triangolo di Hala’ib, 20.500 chilometri quadrati al confine tra i due paesi e delimitato a ovest dal Mar Rosso (Figura 6). Una questione rimasta congelata negli ultimi 20 anni, ma che ha assunto una rinnovata importanza in seguito al controverso accordo che vede la cessione da parte egiziana delle isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita (Figura 7). Khartoum ha denunciato tale intesa che, di fatto, ridefinisce i confini tra Sudan ed Egitto in maniera unilaterale. In dicembre, quindi, ha inviato una lettera alle Nazioni Unite, nella quale dichiarava il suo totale rifiuto dell’accordo tra egiziani e sauditi.

Il rapido susseguirsi degli eventi e delle tensioni ha portato l’Egitto a posizionare una portaelicotteri nel Mar Rosso e truppe dell’esercito negli Emirati Arabi Uniti ed in Eritrea. Il Sudan ha quindi risposto ammassando migliaia di unità militari al confine con l’Eritrea, paese che si è confrontato militarmente con l’Etiopia l’ultima volta nel 2016. Così, l’intreccio geopolitico torna a battere alle porte del Nilo. Il primo ministro etiope Hailemariam Desalegn ha invitato il ministro della Difesa sudanese e promesso di accelerare la costruzione della diga, dopo aver rigettato il precedente tentativo egiziano di tagliare fuori il Sudan dalle negoziazioni sul progetto idrico etiope. Mentre recentemente al-Sisi ha assicurato che l’Egitto non vuole alcuna guerra per l’acqua, il Cairo ha chiesto alla Banca Mondiale di intervenire per sbloccare l’impasse della diga Grand Renaissance, ma ha anche giurato di difendere la propria quota di acqua del Nilo. Addis Abeba ha però rifiutato l’arbitrato della Banca Mondiale e ha aggiunto che la diga “è questione di vita o di morte”. Esattamente come per il Cairo.

Difficile dire se una guerra può scoppiare solamente per l’acqua. Certamente quella del Nilo è sempre più incandescente. Ma i grattacapi, in fondo, sono tutti per Washington. Infatti gli schieramenti che si sono venuti a delineare in questo febbrile incastro di tensioni fanno tutti capo agli Stati Uniti. Da una parte si trovano la Turchia, membro riluttante NATO, il Qatar, che ospita la più grande base militare americana fuori dai confini statunitensi, il Sudan e l’Etiopia, altro alleato USA. Dall’altra ci sono l’Egitto, importante partner regionale di Washington, l’Eritrea e, sullo sfondo, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, pilastro della strategia americana della regione. E chissà se a Mosca non stiano pensando di approfittare del torpore diplomatico della Casa Bianca.

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