Cinquant’anni fa il Lago d’Aral, vero e proprio mare interno delle steppe asiatiche al confine tra il Kazakistan e l’Usbekistan, dalle acque moderatamente salate e ricchissime di pesci, era grande come la Lombardia e il Veneto messi assieme (Figura 1); oggi ne restano poche pozze fangose per una superficie complessiva non maggiore della Val d’Aosta. Con una trasformazione rapida e inesorabile si è trasformato in un deserto di sale, nel quale svettano le carcasse arrugginite di vecchi battelli (Figura 2) e talvolta persino i resti di antichi stabilimenti balneari.

Colpa del global warming, il famigerato “riscaldamento globale” diranno subito molti lettori. E invece no. Colpa del local planning, un processo di pianificazione economico-territoriale dagli esiti disastrosi che data dai tempi dell’Unione Sovietica. La storia è all’incirca questa: le repubbliche sovietiche del Kazakistan, dell’Usbekistan e del Turkmenistan decisero di puntare sulla coltivazione intensiva del cotone per uscire da uno stato di cronica povertà. La coltivazione del cotone richiede una grande quantità d’acqua: dove prenderla?

La risposta era semplice: da due grandi fiumi, l’Amu Darya e il Syr Darya, lunghi più di duemila chilometri l’uno, i quali scorrono verso nord rispettivamente dai monti del Turkestan e dall’altopiano del Pamir e si gettano ambedue proprio nel Lago d’Aral. I fiumi vennero imbrigliati con numerose dighe l’acqua utilizzata per produrre più cotone. Al Lago d’Aral ne arrivò sempre di meno (Figura 3).La trasformazione, come mostra appunto la Figura 1, fu dapprima lenta e poi rapidissima. Nel 1982 terminò ogni attività di pesca. Nel 1990 il lago si divise in due con la formazione del Lago d’Aral piccolo, totalmente in territorio kazako;

dieci anni più tardi la superficie lacustre si era ridotta al 10-20 percento dello specchio d’acqua originario e l’isola di Vozojdenya, dove i sovietici avevano immagazzinato le loro armi biologiche più letali, proprio perché si trattava di un luogo remoto, divenne raggiungibile a piedi.
Nel frattempo, la fine dell’Unione Sovietica privava il cotone del suo sbocco. Nel frattempo, il fondo salato del lago dava origine a tempeste di sabbia che limitavano molto la magra agricoltura tradizionale; per aumentare le rese del cotone si usarono a piene mani diserbanti e pesticidi; e si formò così uno dei più orribili deserti salati del mondo.

L’Usbekistan, ha di fatto rinunciato a recuperare il lago; anzi, grazie a un recente accordo con la società russa Yukos e la società cinese CNPC, conta di estrarre gas naturale che si troverebbe in grande quantità sotto la superficie salata (sperando di non fare un altro…buco nell’acqua che non esiste più). Il Kazakistan, al contrario, punta al recupero del Lago d’Aral piccolo: ha costruito una diga per evitare il disperdersi delle acque verso Sud e un canale perché il Syr Darya torni a versare le sue acque nel lago.

Questa storia esemplare ha molte, diverse morali. La prima è che assai spesso il deterioramento ambientale è local anziché global (altro esempio: le nevi del Kilimangiaro scompaiono per il taglio delle foreste sottostanti che modifica la circolazione dell’aria più che per l’innalzarsi della temperatura). La seconda è che la programmazione, se ha uno spazio nel mondo d’oggi, deve essere flessibile; gli errori vanno riconosciuti anziché ignorati o nascosti. La terza è che il degrado ambientale, quando colpisce, lo fa in pochi anni. Lasciandoci tutti disperatamente all’asciutto.

                                                  Mario Deaglio 

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