Le prime libere elezioni tenutesi  il 23 Maggio 2012 in Egitto, la successiva condanna all'ergastolo per l'ex presidente Mubarak e le nuove manifestazioni di piazza contro le assoluzioni dei suoi due figli e la mancata concessione della pena di morte, oltre all'abolizione dello stato d'emergenza dopo 31 anni, sono un'efficace sintesi di come l'Africa sia senza dubbio il continente con i più ampi margini di espansione futura e di mutamenti epocali.

Ma la variabile che per ora continua a crescere con maggior intensità, creando non pochi interrogativi sul possibile sviluppo generale, è quella della popolazione.
Il recente rapporto African Economic Outlook 2012, curato da African Development Bank, OECD Development Centre, United Nations Economic Commission for Africa (UNECA) e United Nations  Development Programme (UNDP), affronta principalmente proprio il problema di come far sì che i giovani diventino un'opportunità per una futura crescita economica.
Il numero complessivo di giovani africani è infatti destinato a raddoppiare entro il 2045, visto l'attuale ritmo di crescita del 2,7 per cento annuo, imponendo ai Paesi la creazione di posti di lavoro (Figura 1) e l'aiuto nell'apprendimento di nuove conoscenze tecniche, una sfida immensa, ma anche la chiave di volta per un progresso futuro ormai non più dilazionabile.

Tra il 2000 e il 2008 (Figura 2), malgrado i tassi di crescita economica fra i più alti al mondo e una migliore educazione della gioventù, l'Africa ha creato solo 16 milioni di posti di lavoro per i giovani fra i 15 e i 24 anni, con la conseguenza che , attualmente, questi rappresentano il 60% dei disoccupati nel continente, circa 40 milioni di individui, di cui 22 milioni hanno smesso di cercare lavoro, in particolare le donne.
Uno spreco di risorse e talenti ancora più preoccupante di quello che investe la "vecchia" Europa e che impone l'adozione di nuove politiche, anche per tutelare la coesione sociale e la stabilità dei governi.
Nel Nord Africa e in Sudafrica in particolare il tasso di disoccupazione giovanile è ben oltre il doppio di quello degli adulti.

Si calcola che nel 2040 la forza lavoro in Africa raggiungerà il miliardo di individui, sorpassando Cina e India e ponendosi così al primo posto al mondo.
La sola crescita non è sufficiente a garantire lavoro produttivo; il lavoro per le nuove generazioni è in gran parte un problema di qualità nei paesi a basso reddito e di quantità in quelli a medio reddito: nei primi molti giovani lavorano ma restano poveri, nei secondi (Sudafrica, Africa del nord) prevalgono invece i disoccupati, malgrado una migliore educazione (Figura 3). 

La disoccupazione, inoltre, mina la crescita stessa avendo come conseguenza la povertà. In media il 72 per cento dei giovani africani vive con meno di 2 dollari al giorno e l'incidenza della povertà fra i giovani in Nigeria, Etiopia, Uganda, Zambia e Burundi è superiore all'80 per cento.
Più a lungo lo stato di disoccupazione si protrae, più è minata la possibilità stessa di un futuro lavorativo, data la mancanza di professionalità e di esperienze maturate.

L'African Economic Outlook analizza nel dettaglio anche lo sviluppo economico, sociale e politico dei singoli paesi e del continente un tempo definito "senza speranza" dall'Economist, ma ora rinominato "pieno di speranza" dalla stessa rivista, alla luce della crescita del PIL del 5 per cento nel 2010 (e forse citando le parole del Pontefice).
Il 2011, secondo le stime recepite nel rapporto, è stato meno brillante (3,4 per cento) soprattutto a causa dei contraccolpi economici della "primavera araba" (Figura 4), ma anche di una congiuntura internazionale nuovamente cupa

 

Il Nord Africa è cresciuto infatti solo dello 0,5 nello scorso anno (3,6 punti in meno del 2010), ma le economie sub-Sahariane hanno continuato ad espandersi oltre il 5 per cento.
Non si devono dimenticare inoltre le difficoltà politiche di paesi come Costa d'Avorio, Libia e Sudan e la severa crisi alimentare  nell'Africa orientale, oltre a un generale aumento dell'inflazione
(Figura 5).

Le previsioni per il 2012 sono tornate ad essere rosee, con la graduale ripresa dell'area nordafricana e pur con le incognite dovute alla crisi europea: la crescita è attesa al 4,5 per cento (4,8 nel 2013), sebbene la contemporanea crescita del 2 per cento della popolazione ridurrebbe l'aumento del PIL pro capite a un più modesto 2 - 2,5 per cento.

In generale (Figura 6), il continente dovrebbe continuare a beneficiare della buona salute delle economie emergenti, Cina e India soprattutto, che sono diventate di importanza fondamentale sia per gli investimenti sia per il commercio africano.

Il rapporto sottolinea l'importanza della diversificazione delle economie africane. La crescita globale dei prezzi delle merci ha favorito quei paesi ricchi di risorse, come Nigeria e Algeria con il petrolio, Sudafrica e Ghana con l'oro e Zambia con il rame, ma quando la bolla scoppierà sarà necessario non farsi trovare impreparati.

I prezzi di alcune merci e manufatti sono probabilmente destinati a scendere a causa della domanda più bassa o della maggior offerta e già adesso gli alti volumi di esportazioni, che sono stati i principali fattori di crescita, danno segnali meno positivi in alcuni paesi a causa dei problemi di alcuni importanti partner commerciali.
La Nigeria, per esempio, ha diminuito la sua dipendenza da petrolio e gas investendo nelle telecomunicazioni, nel commercio, nel settore manifatturiero e nell'industria cinematografica; il Sudan sarà costretto ad analoghe politiche dopo la secessione del Sud Sudan da cui provenivano il 75 per cento dei suoi introiti petroliferi.

Sarà necessario accelerare la rimozione degli ostacoli all'"informal business" che mantiene un ruolo importante nell'economia africana, pur colpito dalla crisi economica, soprattutto nelle aree rurali dove una migliore educazione alle nuove tecnologie agricole colmerà il divario fra le tradizioni apprese dai giovani e le capacità richieste dalla produzione moderna.
La forte crescita della popolazione e il necessario ridimensionamento del settore pubblico in molti paesi rende quindi di vitale importanza la creazione di un forte settore privato ai fini occupazionali, attualmente assai carente.

Le risorse finanziarie non sono necessariamente la giusta via per lo sviluppo, specialmente quando a beneficiarne sono ristrette élite o funzionari corrotti, come è accaduto troppo spesso in passato.
Anzi, i cinque paesi con i più alti tassi di crescita nell'ultimo decennio sono stati Rwanda, Sierra Leone, Etiopia, Mozambico e Mali, nazioni povere o emergenti da conflitti, che hanno dimostrato come politiche intelligenti possano migliorare le capacità delle popolazioni anche con risorse finanziarie limitate.

Va comunque dato per scontato che restano necessari e vitali i fondi per scuole, ospedali, servizi pubblici e strade, che tradizionalmente provengono dall'assistenza ufficiale allo sviluppo (ODA) e dagli investimenti esteri diretti (FDI), oltre che dalle rimesse dall'estero, destinate a crescere ulteriormente in futuro.

                                                   Luca Deaglio

 

 

                                         

 

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

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