La sempre maggiore disponibilità di fonti d'informazione e l'amplificazione che i media scelgono di dare a certi argomenti ci fanno spesso percepire una realtà che non rispecchia ciò che avviene effettivamente. Uno dei casi più clamorosi, viste l'attenzione e la partecipazione con cui viene recepito dall'opinione pubblica, è senza dubbio quello degli omicidi.

Benchè molti studi indichino come esista una correlazione inversa tra il tasso di criminalità e il livello di sviluppo, sono proprio i cittadini dei paesi più avanzati a sentirsi minacciati e a vivere nell'insicurezza. I Paesi poveri con forti disuguaglianze sociali sono infatti quattro volte più esposti ai rischi di crimini violenti rispetto alle società più egualitarie e in genere la crescita economica, pur con tutte le sue contraddizioni, è in grado di ridurre il verificarsi di crimini violenti. Ma quanto è ancora diffuso nel mondo l'omicidio, il simbolo della violenza interpersonale per eccellenza?

Quasi mezzo milione di persone hanno perso la vita a causa di omicidi volontari nel 2012 (437.000 contro i 468.000 del 2010), secondo i dati del rapporto Global Study on Homicide 2013 (Figura 1), presentato lo scorso aprile dallo United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC). Lo studio si concentra esclusivamente sui casi di morte illegali procurati intenzionalmente da una persona su un'altra. Sono quindi esclusi i caduti in guerre e conflitti.

La distribuzione geografica è tutt'altro che uniforme (Figura 2): quasi la metà degli omicidi, infatti, sono commessi nelle Americhe e in Africa (36 e 31 per cento rispettivamente) , mentre Asia, Europa e Oceania (28, 5 e 0,3 per cento) possono contare su tassi relativamente bassi .

Lo studio stima che siano circa 750 milioni le persone che vivono in paesi con alti tassi di omicidi, il che significa che quasi la metà dei casi si verificano in paesi che rappresentano circa l'11 per cento della popolazione globale e che quindi la sicurezza personale è ancora una grande preoccupazione per più di una persona su dieci al mondo.

La media globale degli omicidi si attesta a 6,2 su 100.000 persone, con picchi nell'Africa del sud e in America centrale (30 e 26 vittime rispettivamente), mentre in Asia orientale ed Europa sud-occidentale si sono registrati nel 2012 tassi molto inferiori, che in alcuni casi non raggiungono 1 su 100.000 (Figura 3). Preoccupa la tendenza in crescita in Nord Africa e in Africa orientale, oltre che in alcune zone dell'Asia meridionale, a causa dell'instabilità politica, mentre sono incoraggianti i progressi del Sudafrica, che ha visto gli omicidi scendere da 64,5 nel 1995 a 31 su 100.000 persone nel 2012.

Gli omicidi collegati alle attività di gang e gruppi criminali organizzati (Figura 4) hanno un peso enorme nelle Americhe (30%), mentre in Asia, Europa e Oceania non raggiungono l'1%, circostanza che ha portato il livello degli omicidi in quei paesi a crescere da cinque a otto volte di più rispetto agli altri dagli anni '50. La violenza pare fuori controllo soprattutto in Honduras, Venezuela ed El Salvador, paesi che i cartelli del narcotraffico, soprattutto messicani, utilizzano come rotte e basi per i traffici di stupefacenti verso gli Stati Uniti.
L'Honduras è il paese più violento del pianeta (Figura 5), con un tasso di 90,4 omicidi intenzionali ogni 100 mila abitanti; seguono a distanza Venezuela (53,7), Belize (44,7) ed El Salvador (41,2). La poco felice lista continua con, fra gli altri, Guatemala (39,9 ogni 100 mila abitanti), Sudafrica (31), Colombia (30,8), Brasile (25,2) e Messico (21,5).

Fra i paesi avanzati gli Stati Uniti continuano a detenere il primato con il tasso più alto (4,7), circa quattro volte quello dei principali paesi europei, mentre il Giappone è al di sotto dello 0,5. Parte del rapporto analizza singoli casi regionali, soffermandosi anche sull'Italia, grazie alle nostra poco invidiabile fama per gli omicidi di stampo mafioso (Figura 6). Pur essendo diminuiti di oltre l'80 per cento dal 1992 al 2012, le morti correlate a questo fenomeno continuano a rappresentare una cifra significativa (circa il 10-15 per cento) di tutti gli omicidi commessi in Italia.

Complessivamente, circa l'80 per cento delle vittime e il 95 per cento dei responsabili sono uomini; a livello globale il tasso di omicidi maschile è quasi quattro volte superiore a quello femminile ( 9,7 contro 2,7 su 100.000), con il consueto picco nelle Americhe, dove è preoccupante in particolare la percentuale di vittime fra i 15 e i 29 anni: più di uno ogni sette omicidi nel mondo riguarda giovani maschi in questa fascia di età che vivono nelle Americhe (Figura 7). Più in generale, oltre metà delle vittime sono sotto i 30 anni, mentre circa l'8 per cento sono bambini di età inferiore a 15 anni.
Le vittime sono in prevalenza di genere femminile solo nelle violenze domestiche (43.600, circa il 70 per cento), un ambito che rappresenta quasi il 15 per cento di tutti gli omicidi.

Mentre infatti gli uomini sono in genere uccisi da qualcuno che non conoscono, quasi la metà delle vittime di genere femminile sono vittime di persone a loro vicine.
Le percentuali sono particolarmente preoccupanti in Asia, Europa e Oceania: nel 2012 ben 19.700 donne sono state uccise dai loro partner in Asia e, come le cronache purtroppo riferiscono quasi quotidianamente, anche in Italia il fenomeno non accenna a diminuire: i dati Istat mostrano che è costante nel tempo, con una media che si attesta più o meno sui 120 casi l'anno (10 al mese). Malgrado l'amplificazione data dai media, il nostro dato è comunque molto inferiore a quelli di Francia, Germania e Svezia e pone il nostro paese fra gli ultimi posti al mondo per numero di vittime di sesso femminile.

Come è intuibile, le da fuoco sono il principale mezzo usato nel perpetrare omicidi: 4 volte su 10 a livello globale sono la prima causa di morte, seguite a distanza da coltelli ed armi affini, mentre altri mezzi come lo strangolamento o l'avvelenamento sono meno comuni (Figura 8).
Le società che escono da conflitti e dove c'è ampia disponibilità di armi, oltre che leggi ancora deboli e una forte impunità di cui si avvantaggia il crimine organizzato, sono le più esposte al fenomeno.
Ad Haiti il tasso di omicidi è salito da 5,1 nel 2007 a 10,2 nel 2012 su centomila persone. In Sud Sudan, nel 2013, è addirittura salito a 60, fra i più alti al mondo. Paesi come Sierra Leone e Liberia, dove il processo di riconciliazione e le strategie anti-crimine sono state più efficaci, hanno visto invece aumentare la sicurezza.

La disponibilità di armi è, prevedibilmente, il fattore decisivo nel commettere questo tipo di reato; il fatto che in alcuni paesi oltre la metà degli assassini abbiano agito sotto l'influenza di alcool non sembra così rilevante: un ubriaco senza una pistola spesso non è in grado nemmeno di affrontare una rissa... Altre sostanze illecite, come cocaina, anfetamine o stimolanti di vario genere possono essere associate a comportamenti violenti più o meno gravi, ma non esiste una documentazione attendibile. Nella maggioranza dei casi chi ha intenzione di commettere un omicidio è già alterato di per sé per motivi personali, razziali, religiosi o politici, e l'uso di alcool o droghe sembra più la conseguenza di un'attitudine mentale violenta che la causa di un delitto.

Il tasso di condanne per omicidio volontario a livello globale è di 43 ogni 100 omicidi, con forti disparità a livello regionale, variando dal 24 per cento delle Americhe a un più confortante 81 per cento dell'Europa. Pare dunque che sia auspicabile un atteggiamento più rilassato, ma non per questo fatalista, di fronte a un fenomeno legato alla natura stessa dell'uomo, ma oramai meno diffuso e subdolo di altri generi di violenza, quanto meno nel mondo occidentale.
Per il resto, sembra ancora valida la frase di Sartre: "quando i ricchi si fanno la guerra tra loro, sono i poveri a morire."

 

 

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