Qualche lettore si ricorderà di Lin Piao, storico leader rivoluzionario cinese, che affermava che le “campagne” del mondo avrebbero assediato e conquistato le “città”. Le cose oggi si sono ribaltate: la popolazione totale delle città del mondo è sul punto di superare la popolazione totale delle campagne. Come si può vedere dalla Figura 1, la quota delle città sulla popolazione del pianeta era del 25 per cento nel 1950 ed è pertanto raddoppiata nel giro di 58 anni. Tenendo presente che la popolazione del pianeta è aumentata da 2,5 a circa 6,5 miliardi di persone, se ne può concludere che la popolazione delle città è cresciuta di più di 5 volte, quella agricola appena del 60 per cento.

Questa crescita è naturalmente avvenuta soprattutto grazie alle migrazioni che hanno fatto sì che oggi ci siano 416 agglomerazioni urbane (elenco delle Nazioni Unite ) che superano il milione di abitanti contro  poco più di un centinaio di cinquant’anni fa.

Alcune di queste agglomerazioni hanno dimensioni semplicemente enormi, come i 35 milioni di Tokyo e i quasi 20 di Città del Messico, e più generalmente il concetto stesso di città, con un centro storico ben definito, aree semicentrali e periferie sta rapidamente mutando. Ormai, invece che di città, sempre più spesso si parla di “agglomerati urbani”, i cui confini precisi sono difficili da individuare, con una nebulosa di aree centrali. Tra questi si distinguono le “metacittà” (con più di 20 milioni di abitanti) e le “megacittà” (da 10 a 20 milioni). Secondo le stime e le proiezioni della Nazioni Unite, tra appena 7 anni, ossia nel 2015, le “metacittà” saliranno a quattro (Tabella 1) mentre le “megacittà” saranno una quindicina.

Come si può vedere dalla Figura 2, la crescita urbana si concentra soprattutto nei paesi poveri. Nei paesi ricchi è sempre più frequente che la popolazione ricca si trasferisca in centri più piccoli, lontani dalla congestione e immersi nella campagna. Tale trasferimento è sicuramente facilitato dagli sviluppi delle comunicazioni che consentono di svolgere a distanza un numero crescente di attività lavorative ben remunerate; nei paesi ricchi, poi, i pensionati – una parte crescente della popolazione - si trasferiscono volentieri fuori delle città, considerate faticose e inquinate .

 

Per questo la popolazione delle grandi città europee e nordamericane è prevista sostanzialmente costante, ma con forti variazioni nella composizione: gli emigrati ricchi sono sostituiti da immigrati poveri.
Ma perché mai i poveri vanno in città, soprattutto nei paesi a basso reddito per abitante ed esiste una correlazione assai marcata tra povertà di un paese e crescita della popolazione urbana (Figura 3)?

Precisamente perché i poveri vogliono sfuggire alle campagne, percepite non già come “rivoluzionarie”, come le voleva Lin Piao, ma conservatrici e statiche. In città gli immigrati hanno comunque delle chances in più, senza contare che in molti paesi poco avanzati le città – percepite come centro del potere politico – godono di particolari riguardi come prezzi artificialmente bassi  dei generi di prima necessità che evitino il malcontento e “tengano buona” la popolazione. L’aveva già sperimentato l’Impero Romano. Per tenere bassi questi prezzi, molti paesi pagano pochissimo i prodotti agricoli delle campagne e obbligano gli agricoltori a venderli all’ammasso il che naturalmente stimola l’emigrazione.

Quest’immigrazione povera non finisce certo nelle città-giardino, ma nelle bidonvilles, baraccopoli o slums, come si preferisce chiamarle. A tutt’oggi si stima (Figura 4)che un miliardo di persone(quasi un essere umano su sei) viva in queste abitazioni insufficienti e precarie, dove l’autorità pubblica sovente non arriva e talora – come è successo recentemente a Rio de Janeiro e, in parte, a Johannesburgla criminalità organizzata sfida apertamente il governo per il controllo del territorio.

Rendere maggiormente vivibili le baraccopoli, costruire un ordine sociale e un assetto ecologico sostenibile: è questa una sfida politica ed economica, oggi largamente ignorata, dalla quale dipenderà in buona parte l’andamento del XXI secolo.

                                                  Mario Deaglio

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