Abbattuto il Muro di Berlino (1989), si era chiusa l'era della contrapposizione EST-OVEST in essere dal termine della Seconda Guerra mondiale: la cosiddetta Guerra Fredda, sintetizzata nella Cortina di Ferro (Figura 1), il confine che divideva l'Occidente ricco e consumistico dai Paesi dell'area di influenza sovietica.

Un muro, un vero muro blindato che, nel linguaggio comune di noi occidentali cresciuti nel dopoguerra, è stato collegato a due concetti fondamentali: da un lato era, per noi, una protezione rispetto all'espansionismo sovietico; dall'altra era il limite invalicabile alle aspirazioni di libertà  dei popoli che risiedevano, appunto, oltre Cortina.Con la caduta del Muro, la speranza di tutti dava per scontato che l'irrobustimento di Eurolandia sarebbe passato anche attraverso l'estensione dei confini "occidentali" fino agli Urali. Ora che molti Paesi dell'ex blocco sovietico hanno un piede nell'Euro, il termine stesso di Cortina di Ferro è passato di moda.

Negli ultimi anni i mezzi di informazione, anche perché costretti dagli eventi, hanno identificato altri spauracchi: il fondamentalismo islamico, gli attentati internazionali, la guerra in Irak.

Ma i fatti dell'estate 2008 spingono ad osservare bene l'atlante, arrivando a suggerire che si sta delineando una nuova linea calda di confine, forse una nuova Cortina di Ferro.
Questa linea, una specie di cicatrice etnico-geografica-religiosa (Figura 2), prende le mosse dai Balcani (al momento sonnolenti, ma sicuramente alla ribalta per le sanguinose pulizie etniche incrociate degli anni '90), passa in Turchia (dove si registra un confronto strisciante, ma aspro, fra visione laica e musulmana dello Stato), attraversa il Kurdistan (lo Stato inesistente di un popolo ben esistente ed osteggiato da tutti i Governi della regione -), apre una diramazione verso Libano e Palestina (inutile ricordare il perenne stato di guerra di queste terre), un'altra che invece si spinge fino all'importante nodo del Caucaso (infiammatosi proprio nell'estate '08 - Figura 3), poi attraversa Irak e Iran (dove c'è lo spettro della bomba atomica), transita per l'Afghanistan (episodi di guerriglia contro le forze di pace) ed il Pakistan (crisi istituzionale) e a quel punto si divide: un ramo prosegue verso Est lungo l'altipiano del Tibet (repressione in atto), per poi piegare verso Pechino (intesa come sede del Governo cinese); un altro cavalca le catene montuose che segnano i confini fa i Paesi ex Sovietici e la Cina, transita nella provincia cinese dello Xinjiang (altro epicentro di attentati estivi, proprio in corrispondenza con le Olimpiadi -) e si ricongiunge al precdente proprio in corrispondenza di Pechino.

A ben vedere, si intuisce una sorta di fil rouge che corre lungo questa linea, trasformandola in una nuova frontiera di tensione. Una prima caratteristica comune di questa cerniera è costituita dalla contrapposizione etnica, culturale e religiosa. Nel primo tratto della cerniera, sono i popoli di fede musulmana quelli che "premono" per entrare nel giardino dei ricchi e, di fronte alle difficoltà, reagiscono con posizioni fondamentaliste, che spesso degenerano in guerriglie e atti terroristici.  Successivamente si assiste addirittura ad un'inversione del ruolo ricoperto dalle etnie musulmane, che devono "difendersi" dalla politica inevitabilmente imperialista della Cina.

Quasi sempre, però, queste contrapposizioni mascherano un aspro confronto di tipo economico o addirittura di potere politico, a sua volte strumentale per questioni di natura economica. I fatti di cronaca rilevanti nei mesi estivi del 2008 invitano a concentrare l'attenzione su due tratti ben definiti di questa linea: il conflitto caucasico e gli attentati nella Cina nord-occidentale.

Da sempre l'Orso russo non ha accettato facilmente l'indipendenza del nodo caucasico e nel recente passato si sono già registrati non pochi sfrigolii (si pensi alla Cecenia). La regione è un crocevia di oleodotti (Figura 4), tramite i quali si può "ricattare" l'Europa occidentale, ma le strutture sono in essere da tempo e non si capirebbe perché doveva esplodere proprio adesso il conflitto per questo motivo.
Le ragioni sono collegate all'ipotesi di coinvolgimento nella NATO sia della Georgia che, soprattutto, dell'Ucraina: infatti sono stati impostati i protocolli per questi due Paesi, in modo parallelo ed indipendente da quello che dovrebbe portare la Russia nell'orbita NATO.

Naturalmente a Mosca non va giù che Georgia ed Ucraina possano entrare nella NATO con uno status pari al suo ed ha reagito. Più che "colpire" la Georgia, Mosca ha voluto dare, innanzi tutto, un severo avvertimento all'Ucraina, che ha ereditato buona parte della flotta sovietica del Mar Nero e non poche testate nucleari. Infatti, tempi rapidi per il coinvolgimento di Tiblisi e, soprattutto, Kiev nella NATO potrebbero indebolire la posizione di Mosca nella trattativa per il suo coinvolgimento diretto.

Inoltre  la Russia morde il freno su un altro fronte della nuova (teorica) cortina di ferro. Nella provincia cinese dello Xinjiang, storicamente noto come Turkestan orientale, i recentissimi attentati hanno portato davanti agli occhi di tutto il mondo come il governo cinese non attui soltanto una feroce repressione in Tibet, ma anche ai danni degli Uiguri, una etnia di origine turca e di fede mussulmana. In pratica una popolazione con molti legami verso i Paesi ex sovietici dell'Asia Centrale. Tuttavia lo Xingjiang è parte integrante della Cina e ciò impedisce a Mosca di ergersi come "difensore" dei perseguitati.  In realtà non vi sarebbero giustificazioni per una posizione del genere) e sorge quindi il dubbio che la politica del nuovo asse Medvedev-Putin punti, sotto sotto, alla ricostruzione del grande impero russo, dapprima zarista, poi sovietico.

In quest'ottica emerge a posteriori la sensibile delusione russa per il riconoscimento del Kosovo da parte dei Paesi occidentali (ultimo atto del dissolvimento della Jugoslavia intesa come Grande Serbia, ciò la longa manu slava sui Balcani).

Parallelamente, sembra delinearsi il desiderio moscovita di riallungare le mani oggi sul Caucaso e forse domani sull'Asia Centrale, zona che fu già teatro, a metà ottocento, di una guerra non dichiarata, ma non per questo senza esclusioni di colpi bassi, fra l'impero zarista, in espansione verso sud est, e quello britannico, in movimento dai possedimenti indiani verso nord ovest.

Tornando al conflitto caucasico, si capisce che la partita, seppur giocata a colpi di cannone sulla popolazione georgiana, è molto più sottile. Da un lato Mosca ambisce a sedersi al tavolo della NATO con pari dignità, forse addirittura come unico rappresentatnte dell' ex impero russo (prima zarista, poi sovietico). Dall'altra Washington, e in particolare il Presidente Bush ormai in scadenza di mandato, vuole realizzare un importante successo di politica internazionale: quello di "assoggettare" l'ex nemico della guerra fredda. In altri termini, Bush vuol far vedere che è lui che ha portato, al guinzaglio l'orso russo al tavolo comune.

Un'altra voce raccolta in questi giorni afferma che, in assenza di tale risultato, l'atteggiamento dell'Amministrazione USA sia quello di ri-sensibilizzare l'opinione pubblica sul possibile ritorno di una Russia "nemica", al fine di facilitare il successo del candidato repubblicano alle prossime presidenziali.

Ma rispetto al passato, si registra una novità: fra i due storici contendenti della guerra fredda, ora si inserisce anche un terzo giocatore, cioè l'Unione Europea, che, con l'ambizione di svolgere un ruolo di mediazione, in realtà porta avanti anche un suo obiettivo di ri-negoziare l'equilibrio fra USA ed Europa all'interno della NATO. Insomma, l'Europa inizia a considerarsi un unico Paese, dalle dimensioni continentali, e non solo più la semplice somma dei Paesi membri: di conseguenza, anche i Leader europei giocano una loro partita per far si che il nuovo mandato presidenziale americano inizi con le carte ben chiare sul tavolo dei rapporti di forza USA - Europa.

In questa ampia partita per definire i prossimi rapporti di forza fra le principali potenze mondiali, c'è anche un quarto giocatore, al momento silenzioso e un po' in disparte, ma tutt'altro che assente: la Cina. Pechino sta a guardare l'evoluzione della bagarre e in particolare le mosse russe, ma non abbassa la guardia, proprio perché non vuole assolutamente che l'ondata secessionista (oggi impegnata nelle repubbliche di Abkhazia e Ossezia del Sud) possa in un domani oltrepassare le montagne dell'Asia centrale e coinvolgere la provincia cinese dello Xinjiang. Il Governo cinese è da tempo impegnato a cinesizzare la regione attraverso l'immigrazione di popolazione dalle regioni orientali. Il tutto è confermato dalla freddezza con la quale Pechino ha accettato la posizione russa al recente vertice tagiko del Gruppo di Shangai.

Le elezioni presidenziali statunitensi si stanno avvicinando e ciò lascia presagire che i giochi in atto , pur accentuandosi nelle prossime settimana, si concluderanno in tempi relativamente brevi. Tutto bene, quindi per noi cittadini europei? Scampato pericolo di un'escalation di tensione? Forse questo si, ma non dobbiamo sottostimare i rischi impliciti della situazione.
Il fatto che siamo geograficamente lontani dalla portata dei tank russi che operano in Caucaso non ci deve far dimenticare che, nell'attuale mondo globalizzato,  le crisi finanziarie si propagano con velocità impensabile rispetto al  passato.

I principali mercati finanziari già hanno i loro problemi, in seguito alla crisi dei mutui subprime esordita nell'estate 2007, e ciò li rende decisamente meno robusti nei confronti di eventuali ripercussioni provenienti dal mercato russo.
Quest'ultimo ha visto peggiorare rapidamente il suo quadro: i capitali internazionali non amano le situazioni critiche ed hanno già iniziato a fuoriuscire dalla Russia. Si calcola che, dall'inizio della crisi caucasica, circa 12 miliardi di Dollari siano già "scappati". L'indice borsistico RTX ha perso circa il 25% - 30% dai massimi di inizio estate (Figura 5) e, graficamente parlando, ha violato al ribasso la linea di sostegno di lungo periodo. Ora il rischio è che possa scendere fino ai livelli del 2005 (cioè in area 1.000 - 1.100), praticamente dimezzandosi rispetto alle punte di metà '08.

Il cambio ha chiaramente risentito in negativo di tutto ciò (Figura 6): anche per "colpa" di un Dollaro capace di recuperare unilateralmente proprio nelle settimane estive, il Rublo ha ceduto nei confronti della moneta USA quasi il 10% dall'inizio della crisi.
La crisi politica si inserisce dunque in un quadro economico russo già surriscaldato, come dimostra l'andamento dell'inflazione tendenziale (Figura 7), che, anche per le pressioni dei rincari petroliferi,  era già balzata al 15%, massimo degli ultimi 5 anni, ad inizio estate '08, cioè prima delle tensioni in Caucaso.

La situazione non è quindi da sottovalutare, neppure da parte di quei Ministri degli Esteri europei, che (nell'attuale frangente) si pavoneggiano nel ruolo di mediatori fra il Cowboy americano e l'Orso russo. A parte le eventuali tempeste finanziarie con epicentro nel mercato russo, occorre tenere presente che l'economia europea ha un profondo interscambio commerciale con la Russia (Figura 8): la salute non certo brillantissima della congiuntura occidentale, sull'orlo della recessione,  inviterebbe a smorzare sul nascere ogni possibile rischio di nuova guerra fredda.

 

                                                 Carlo Crovella

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