È stata presentata l'ultima edizione del rapporto annuale sulla libertà economica realizzato dal Fraser Institute (Economic Freedom of the World: 2011 Annual Report, The Fraser Institute), il think tank canadese che sostiene e promuove, da diversi anni, politiche a favore del libero mercato.

Si tratta di un'edizione particolarmente attesa, che fornisce elementi utili per valutare, a livello di libertà economica, le conseguenze della crisi e degli interventi che i vari governi hanno approntato per fronteggiarla nei 141 paesi considerati (Figura 1). L'indice misura solo alcuni aspetti del "vivere economico" di un paese, però numerosi studi hanno evidenziato come una maggiore libertà economica possa essere determinante per favorire la crescita (Figura 2).

Il rapporto del 2011 contiene gli indicatori relativi al 2009, l'ultimo anno per cui sono disponibili i dati necessari per il calcolo delle diverse componenti. Dall'analisi dei risultati emergono alcune tendenze interessanti.

A livello globale, la libertà economica è diminuita sensibilmente e si è avvicinata, nel periodo forse più duro della crisi, ai livelli minimi registrati negli ultimi trenta anni. Questo "scivolamento" verso il basso è frutto delle politiche di intervento intraprese dai governi per fronteggiare la difficile congiuntura. Sarà interessante verificare se i paesi che hanno perso terreno su questo fronte saranno in grado  di ritornare, in tempi ragionevoli, almeno ai livelli pre-crisi.

Hong Kong continua a mantenere la prima posizione, seguito da Singapore e dalla Nuova Zelanda. Lo Zimbabwe chiude la classifica, insieme al Myanmar, al Venezuela e all'Angola. Gli Stati Uniti vedono diminuire il proprio livello di libertà economica e passano dalla sesta alla decima posizione.

In Europa (Figura 3) perdono terreno tutti i paesi che hanno subito più pesantemente i riflessi della crisi finanziaria: Grecia, Irlanda e Portogallo arretrano, rispettivamente, di otto, quattordici e sei posizioni. La Francia passa dal 34° al 42° posto mentre tiene bene la Germania, che guadagna quattro posizioni e diventa 21a a livello mondiale.

E l'Italia? L'Italia (Figura 4) perde cinque posizioni rispetto all'anno precedente, e si colloca soltanto al 70° gradino della classifica mondiale, con un voto pari a 6,81 in una scala da uno a dieci. Nell'Unione Europea, solo Slovenia e Grecia fanno peggio. Il dato è tanto più significativo se si considera che la discesa in classifica non è solo il frutto di un miglioramento relativo delle performance degli altri paesi: il voto dell'Italia sta diminuendo, anche in valore assoluto, dal 2005.

 

Paghiamo lo scotto di due "insufficienze" nelle aree di analisi relative al peso dello stato e della tutela dei diritti di proprietà.

Il risultato insoddisfacente nell'area relativa al peso dello stato (5,27, 108a posizione a livello mondiale) è dato da un elevato livello di consumi pubblici, di trasferimenti e di sussidi, insieme ad elevate aliquote marginali sui redditi.
Le cause all'origine del voto insufficiente riguardante la tutela dei diritti di proprietà (5,76, 60a posizione) sono ascrivibili ai bassi giudizi sulla qualità del sistema giudiziario e alla difficoltà di far rispettare accordi contrattuali in caso di controversia.

È interessante notare come, nel campo della regolamentazione, l'Italia mantenga un giudizio sufficiente ma stia comunque perdendo terreno dal 2005, dopo un lento ma costante percorso di miglioramento che durava dagli anni Ottanta.
I voti positivi per quanto riguarda la libertà negli scambi commerciali e, soprattutto, per quanto riguarda la solidità del sistema monetario sono almeno in parte il frutto dell'appartenenza all'Unione Europea.

È vero che ci sono aspetti del vivere economico che alcuni indici, come quello del Fraser, potrebbero non cogliere. L'Italia, però, ottiene risultati non eccellenti anche in indicatori che misurano altri aspetti riguardanti il background istituzionale che gli investitori trovano se decidono di investire nel nostro paese.

Il Global Competitiveness Index del World Economic Forum colloca l'Italia in coda tra i paesi del G7 e alla 48a posizione a livello mondiale. L'indice Doing Business della Banca Mondiale, che valuta le condizioni che favoriscono lo sviluppo delle attività imprenditoriali nei diversi paesi, colloca l'Italia all'80° posto. Non proprio in vetta alla classifica.

È importante, soprattutto in questo periodo di crisi, non trascurare i campanelli di allarme che emergono da queste analisi.

Se l'Italia vorrà riconquistare competitività e uscire dal periodo di bassa crescita che dura, ormai, da due decenni, è fondamentale che vengano affrontati i problemi che ne limitano lo sviluppo e che la relegano nella parte bassa delle classifiche che misurano e confrontano la qualità istituzionale e il background economico dei vari paesi.

                                          Gabriele Guggiola

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