Elezioni 2008 in Asia meridionale

Il 2008 per l’Asia meridionale, benché tra molte contraddizioni e con transizioni costituzionali complesse e non sempre pacifiche, rappresenta la fine dei regimi autoritari (Figura 1), siano essi militari (Pakistan, Bangladesh), civili (Maldive) o monarchie assolute (Nepal, Bhutan).

In Pakistan, dopo l’assassinio di Benazir Bhutto, carismatica leader del Partito del Popolo Pakistano (PPP) nel dicembre 2007, il 18 febbraio, dopo una violenta campagna elettorale che lascia sul terreno più di 400 morti, si tengono finalmente le prime elezioni libere dell’era del generale-presidente Musharraf.
La popolarità emotiva che circonda il PPP porta alla vittoria,  ma non al trionfo, il vedovo della Bhutto, Asif Zardari, cui la moglie ha lasciato in eredità il partito: Zardari vince un terzo dei seggi (88), corrispondenti al 33% dei voti.

Con grande sorpresa, Nawaz Sharif, già ex-primo ministro e rivale di Benazir Bhutto e di Musharraf, con il suo partito della Lega Musulmana del Pakistan (Nawaz) [PML (N)] conquista circa un quarto dei voti, passando da 18 a 65 seggi. In particolare, Sharif ottiene una grande vittoria nel Punjab (in Pakistan, non si governa a Islamabad senza il controllo di Lahore) nonostante le ingenti somme di denaro spese nella regione da Musharraf  e dal  suo partito della Lega Musulmana del Pakistan (Quaid) [PML (Q)] per acquistare il consenso. Sharif vince per la strenua opposizione a Musharraf, impopolare ai massimi livelli anche per il sostegno concesso agli USA nella guerra al terrorismo. Non sorprende, quindi, la disfatta del PML (Q), che, con il 16% dei voti, conquista solo 42 seggi su un totale di 268.

Muttahida Majlis-e-Ammal (MMA), il blocco di 6 partiti islamisti “creato” dall’esercito e alleato di Musharraf, che nel 2002 aveva vinto 59 seggi e guadagnato il controllo dell’instabile provincia della frontiera nord-occidentale, crolla a 3 seggi e perde la provincia, registrando anche il ritiro di un partito della coalizione, la Jamaat-e-Islaami, che preferisce boicottare le elezioni. Con il ritorno dell’Afghanistan alla democrazia, anche in Pakistan fa capolino un nuovo soggetto politico, il partito nazionale Awami (ANP), che si presenta come partito nazionalista Pushtun (l’etnia maggioritaria in Afghanistan) nella provincia frontaliera, in lotta contro la corruzione e l’insicurezza registrate durante il governo del MMA: l’ANP vince 10 seggi al parlamento di Islamabad.

Il quadro politico del Pakistan è complicato anche dalla tendenza degli eletti di cambiare casacca a seconda delle convenienze politiche, e delle famiglie latifondiste del sud di stringere gli accordi di potere, indipendentemente dal nome del partito al governo. In base ai risultati elettorali, Sharif e Zardari, con la dichiarazione di Murree, dal nome della zona residenziale fuori Islamabad dove viene sottoscritta l’intesa, si accordano per governare insieme sia lo Stato sia il Punjab, per chiedere le dimissioni di Musharraf (infatti, i due partiti non dispongono del 75% dei voti necessari per l’ impeachement del presidente, il cui partito peraltro controlla ancora lo Stato), e per reinstallare alla loro carica 60 giudici licenziati dal generale. D’altro canto, né Zardari né Sharif avevano potuto candidarsi alle elezioni, in presenza di precedenti condanne e/o accuse di corruzione.

A marzo, Yousafa Raza Gillani del PPP diventa Primo Ministro a capo di un governo di coalizione, ma la tregua tra i due rivali è di breve durata. A maggio, Sharif dichiara di volere subito riammettere i giudici tramite una risoluzione parlamentare e fare loro dichiarare l’incostituzionalità dell’elezione di Musharraf nel 2007, mentre Zardari preferirebbe ricorrere ad una modifica costituzionale; Zardari infatti, nel frattempo amnistiato da Musharraf, potrà candidarsi all’elezione, mentre al contrario Sharif ha ancora bisogno dell’aiuto dei giudici per rimuovere il divieto a candidarsi a cariche pubbliche vigente nei suoi confronti.

Per la mancata risoluzione della questione Sharif lascia il governo, e non vi fa ritorno nemmeno quando ad agosto Musharraf si dimette, proprio prima dell’inizio della procedura di impeachment. Zardari viene così eletto presidente del Pakistan dal parlamento federale e dai parlamenti provinciali. Secondo un detto popolare Zardari, noto come Mr 10% per la sua uniforme “parcella” in caso di intervento in un affare, ora è divenuto Mr 100%.
Infatti, egli eredita la presidenza con tutti gli enormi poteri che la funzione aveva acquisito, con modifiche costituzionali, durante l’era di Musharraf. Zardari ora deve gestire un paese tra i più insicuri al mondo, perennemente sull’orlo del collasso economico (Figura 2 e Figura 3), e con intere aree in mano alle milizie islamiche pro-talebane, con le quali è costretto a mantenere un atteggiamento ambiguo. Non è un caso pertanto che in Pakistan, in controtendenza con il resto del mondo, il Presidente americano Obama, che durante le primarie aveva considerato come possibile un attacco militare a questo paese, sia altamente impopolare.  

Pesantemente colpito dalla crisi alimentare nella prima parte dell’anno, il Bangladesh per la prima volta si dota di una lista completa di elettori registrati, mentre il governo militare, salito al potere con un golpe nel dicembre 2007, continua ad arrestare migliaia di boss malavitosi e politici locali, sperando di porre fine per sempre alla vasta rete di corruttele che attanaglia il Paese fin dalla sua indipendenza dal Pakistan. Nonostante più di cento membri del parlamento siano in carcere o in fuga, il governo militare è costretto ad ammettere la sconfitta del suo progetto, e ad accettare il ritorno all’impunità, per facilitare il ritorno alla democrazia: perciò rilascia Khaled Zia, leader del partito nazionalista bengalese (BNP), e  fa rientrare dall’esilio americano lo sceicco Hasina Wajed della Lega Awami, entrambe già in carcere per corruzione. In caso contrario, i rispettivi partiti avrebbero boicottato le elezioni. Disponendo di un potere vastissimo (per nulla intaccato dal tentativo dell’esercito di liberarsene), incentrato su un mix di culto della personalità e di clientelismi di ogni tipo, le due signore, chiamate anche “le due principesse”, si ripresentano alle elezioni di dicembre dopo essersi alternate al potere dal 1991 al 2007.

Le elezioni, straordinariamente corrette e partecipate (70% è il dato dell’afflusso al voto), riportano al potere come primo ministro lo sceicco Hasina, figlia del leader dell’indipendenza, e la sua Lega Awami, che passa da 62 seggi ottenuti nelle elezioni del 2001 agli attuali 230, che le consentiranno di governare insieme a un gruppo di alleati. Il BNP, al potere dal 2001 al 2006, crolla da 193 a circa 27 seggi, mentre Jamaat-e-Islami, il maggiore partito islamista, riduce il suo bottino da 17 a 2 seggi. Conseguentemente, nel Paese dovrebbero registrarsi condizioni di maggiore stabilità, di maggiore attenzione ai problemi della povertà e del cambiamento climatico (il Paese periodicamente soccombe a disastrose inondazioni), e di minore spreco di risorse per le lotte politiche intestine, con l’inevitabile corredo di una diffusa corruzione.

In attesa delle elezioni nazionali del maggio 2009, in India vanno registrate le elezioni statali a Delhi e in altri quattro stati del nord. Il partito del Congresso, guidato da Sonia Gandhi, vince a Delhi, nel Rajasthan (strappando il governo all’opposizione) e nel Mizoram, mentre il partito indù del Bharatiya Janata Party (BJP) si conferma nel Madhya Pradesh e nel Chattisgarh. L’agitato spettro terroristico dopo gli attentati di Mumbai (di cui un sondaggio rivela che solo il 46% degli indiani è a conoscenza) sembra ritorcersi contro il BJP, ma anche il partito del Congresso, se vorrà vincere le prossime elezioni, dovrà occuparsi seriamente degli effetti della crisi economica globale all’interno di un Paese in cui la povertà e le disparità sociali continuano ad essere diffuse (Figura 4). 

 

Nelle Maldive, l’impopolare presidente Maumoon Abdul Gayoom (da 30 anni al potere) promette elezioni multipartitiche, dopo che un attentato nei suoi confronti era fallito. Il presidente sconta le critiche alla repressione condotta in nome della lotta contro l’islamismo radicale (un attentato a Male, nel settembre 2007, aveva ferito 12 turisti, spaventandone i milioni che ogni anno frequentano gli atolli dell’arcipelago), e deve constatare il fallimento del tentativo di forgiare l’identità maldiviana attorno a un islam moderato. Un’alleanza tra il partito democratico maldiviano e il partito religioso conservatore Adhaalathi porta alla vittoria alle prime elezioni presidenziali multipartitiche di ottobre Mohamed Nasheed, un ex prigioniero politico, con il 54% dei voti, anche se il partito di Gayoon (Dhivei Rayyithunge Party) continua ad avere la maggioranza in parlamento, almeno fino alle prossime elezioni, previste per febbraio 2009.

Il nuovo Presidente ha davanti a sé molti problemi da affrontare: la sovrappopolazione, l’esistenza di un Paese “duale” (da un lato, un paradiso che si regge sull’economia del turismo internazionale, e dall’altro un Paese in via di sviluppo con estese sacche di disagio sociale), la disoccupazione giovanile, l’aumento del crimine e la diffusione della droga e l’estremismo islamico strisciante, anche se le Maldive rimangono tuttavia il Paese con il più alto PIL pro-capite dell’Asia meridionale.
Fa notizia, in autunno, la prima promessa sensazionale del neo-Presidente: destinare una parte dei proventi della fiorente industria turistica all’acquisto all’estero di territori in cui trasferire la popolazione, quando l’innalzamento delle acque dovuto al riscaldamento globale avrà causato la sommersione dell’arcipelago.

Il 2008 è l’anno in cui il processo politico di due storiche monarchie himalayane ha esiti diametralmente opposti per le sorti della corona. In Nepal, le elezioni per l’assemblea costituente si tengono il 10 aprile. Sono in lizza più di 70 partiti, dagli ex-guerriglieri maoisti ai realisti. Inaspettatamente, guidati da Pushpa Kamal Dahal, detto Prachanda (“il fiero”), i maoisti vincono le elezioni, guadagnando 119 seggi su 224 nel primo turno, e il 33% dei voti nel secondo turno, benché non riescano a conquistare la maggioranza dei 601 seggi totali dell’assemblea, che ha il  compito di riscrivere la costituzione entro 30 mesi dal suo insediamento.

Definiti terroristi dagli USA, co-responsabili della guerra civile che ha causato più di 10.000 morti tra il 1996 e il 2006, i maoisti hanno da allora deposto le armi e sono entrati in un governo di coalizione chiamato a guidare la transizione del Paese. Secondo gli osservatori UE presenti, le elezioni si sono tenute in un’atmosfera generale di paura e intimidazione, ma l’indubbio successo dei maoisti va inquadrato nel contesto di una diffusa reazione contro la vecchia e corrotta leadership del Partito del Congresso Nepalese (NC) e del partito di sinistra dei Marxisti-Leninisti uniti. Il declino della figura del re Gyanendra si riflette nella scomparsa dei partiti monarchici, che non riescono ad ottenere neanche un seggio a elezione diretta.

Infatti, per espresso mandato, l’assemblea deve confermare la decisione provvisoria del dicembre 2007 di abolizione della monarchia: lo fa in maggio, con 560 voti contro 4. Il re, ultimo erede della dinastia Shah di una monarchia con 239 anni di storia, lascia il palazzo reale nell’impopolarità generale, dopo che con un colpo di Stato incruento, nel tentativo di porre fine alla guerra civile, si era proclamato monarca assoluto nel 2005. Autorizzato a rimanere in Nepal, Gyanendra tornerà a fare l’uomo d’affari, come quando sul trono sedeva il fratello Birendra, assassinato con tutta la famiglia in circostanze mai del tutto chiarite.

Secondo la costituzione provvisoria della neonata Repubblica, il governo di coalizione (formato da 7 partiti) deve rimanere in carica fino all’approvazione della nuova costituzione. A luglio, viene eletto alla presidenza della repubblica Ram Baran Yadav, del Partito del Congresso del Nepal, con il sostegno di tutti i partiti della coalizione tranne i maoisti. Ad Agosto è invece Prachanda a raccogliere i frutti del successo elettorale e a diventare Primo Ministro. I Maoisti sono molto popolari tra i poveri per il loro grido di lotta contro il feudalesimo: la loro piattaforma elettorale si basa sulla riforma della proprietà terriera, sull’approvazione di pari diritti per le donne e per gli appartenenti alle caste inferiori, ma anche sulla coesistenza del settore pubblico e del settore privato, e del capitale nazionale e straniero. La sfida più importante per il Paese, oltre a quella dello sviluppo, rimane comunque quella della piena  attuazione del processo di pace, che implica lo smantellamento della milizia maoista, ora raccolta in campi gestiti dalle Nazioni Unite, e della sua completa integrazione nelle fila del nuovo esercito repubblicano.

Le prime elezioni di sempre, invece, rafforzano la monarchia del Bhutan.
In marzo si confrontano due partiti con due piattaforme simili, ed entrambi fedeli alla corona. Si reca ai seggi l’80% dei 320.000 elettori, portando al trionfo il partito Druk Phuensum Tshogpa (DPT) (Partito della Pace e della Prosperità del Bhutan), che conquista 44 seggi su 47, e che registra tre ex-Primi Ministri nelle sue fila. Gli altri tre seggi vanno al Partito Democratico del Popolo (PDP), guidato a sua volta da un ex-primo ministro, Sangay Ngedup, cognato dell’ex-re. Paradossalmente, sia i partiti sia i cittadini avrebbero preferito non votare, e mantenere una monarchia assoluta, ma il popolo segue ossequiamente il volere del sire Jigme Singye Wanghuck, che ha governato il Paese per 34 anni prima di  imporre la trasformazione in monarchia costituzionale, e prima di abdicare, nel dicembre 2006, in favore di uno dei figli.

Il monarca ha supervisionato lo sviluppo del regno, in cui il l’economia è cresciuta a una media del 7% negli ultimi 25 anni, e in cui l’aspettativa media di vita è passata da 40 a 66 anni. Oggi la corona è indossata dal ventottenne Jigme Khesar Nanzgyel Wangchuck, istruito a Oxford, che rimarrà sul trono fino al 2045, a meno che il 75% dei parlamentari ne disponga l’abdicazione. Tradizionalmente, il governo del Bhutan ha sempre prestato grande attenzione al settore sociale: la sanità e l’istruzione sono gratuite, e la nuova costituzione stabilisce che il 60% del Paese deve essere ricoperto da foreste; il sovrano concede la terra ai non possidenti, e fornisce il legno da costruzione per la casa di abitazione.
Egli è anche il creatore dell’indice di Felicità Nazionale Lorda (contrapposto al classico indice di Prodotto Interno Lordo), basato su quattro componenti: lo sviluppo sostenibile, l’ambientalismo, la good governance, e il rispetto della cultura bhutanese e della religione buddista.

Malgrado l’atmosfera da Shangri-La montano, il Bhutan non può tuttavia nascondere alcuni problemi: il 20% della popolazione vive ancora sotto la soglia di povertà, e la minoranza nepalese nel sud non è integrata nello Stato. Negli anni ’90, 60.000 bhutanesi di etnia nepalese furono cacciati in Nepal, dove risiedono in campi per rifugiati gestiti dalle Nazioni Unite. 100.000 nepalesi risiedono ancora in Bhutan, ma molti di essi non ne hanno la cittadinanza, anche se nove esponenti di questa minoranza sono stati eletti nelle fila del DPT. Si prevede che il nuovo re seguirà le orme del popolarissimo padre, ma con una maggiore apertura verso l’esterno, incentivando maggiormente il turismo e la creazione di infrastrutture.

                                            Giuseppe Gabusi

 

 

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