Il lavoro ai tempi dell'industria 4.0

La pubblicistica generalista in ambito economico vede ormai da qualche anno avvicendarsi temi capaci di monopolizzare l'attenzione anche grazie a definizioni di grande impatto mediatico. Nel 2015 si è diffuso l'interesse per la cosiddetta "Industria 4.0", l'incombente "quarta rivoluzione industriale". Ma che cos'è davvero Industria 4.0? Si tratta di una strategia avviata in Germania a partire dal 2011 che ha come obiettivo una profonda trasformazione della manifattura resa possibile dalla diffusione del Web e dalle nuove tecnologie nel campo dell'automazione e dell'intelligenza artificiale. Questa trasformazione, già in corso, dovrebbe condurre ad un settore altamente sofisticato, con una manodopera costituita prevalentemente da tecnici e ingegneri e con livelli di produttività, flessibilità ed affidabilità senza precedenti. Una "fabbrica elegante", quindi, da cui sarebbero banditi i difetti delle rivoluzioni precedenti. Di fronte al valore iconico dell'intuizione, il dibattito si è immancabilmente divaricato tra progressisti e catastrofisti, tra chi intravvede grandi opportunità e chi grandi minacce. Per ora appare difficile trarre delle conclusioni, l'unica certezza è che anche questa rivoluzione produttiva, come tutte le altre, difficilmente potrà essere fermata.

Tutto è connesso a tutto

Per comprendere in che cosa consista effettivamente la "Strategia Industria 4.0" occorre fare riferimento al documento pubblicato sotto l'egida dell'Accademia Nazionale delle Scienze e dell'Ingegneria tedesca nel 2013, dove nelle premesse si precisa che "l'introduzione nell'ambiente manifatturiero dell'Internet of Things – letteralmente "la rete degli oggetti" sempre connessi o comunque tracciabili attraverso il Web – consentirà alle imprese di costituire dei network in grado di incorporare tutti i macchinari, i sistemi logistici e, in generale, tutti gli spazi e gli apparati produttivi in "Cyber-Physical System" (traducibile in sistemi fisico-digitali) capaci di scambiare informazioni tra loro, intraprendere azioni in maniera indipendente e controllarsi reciprocamente. Ciò conduce alla definizione di "fabbriche intelligenti" (Smart Factories) e di "prodotti intelligenti" (Smart Products) realizzati in tempo reale (ad esempio simultaneamente a un ordine o alla modifica di un ordine) e in serie limitate. Si tratta quindi di un nuovo approccio alla produzione caratterizzato da un elevatissimo livello di integrazione verticale e orizzontale reso possibile dalla connettività digitale. La prospettiva è di abbattere la separazione tra prodotti e informazione, tra materiale e immateriale: in un mondo in cui tutto è connesso a tutto, tutto diventa informazione.

Il fattore D

Anche per questa quarta rivoluzione il movente del cambiamento sembrerebbe dunque essere di natura tecnologica. Se agli albori dell'Ottocento la tecnologia abilitante era stata la trazione idraulica e poi il vapore, agli inizi del Novecento l'elettricità e a partire dagli anni '70 dello stesso secolo la computerizzazione e l'automazione, ora è la Rete a costituire la novità dirompente in grado di modificare modelli economici, organizzativi e sociali consolidati (Figura 1). Si tratta di una chiave di lettura senz'altro corretta ma non esaustiva. Tra le motivazioni fondanti della piattaforma Industria 4.0 troviamo, infatti, anche quello che si potrebbe definire il Fattore Demografia. La Germania detiene la seconda popolazione più anziana del mondo subito dopo il Giappone e la più anziana d'Europa prima – si noti bene – dell Italia (Figura 2). L'età media della forza lavoro di gran parte delle aziende industriali tedesche è ormai ben oltre i quarant'anni e si registrano le prime difficoltà nel reperimento di giovani da inserire nei collaudati percorsi dell'apprendistato. Non è casuale che il Presidente della Repubblica Federale Tedesca Joachim Gauck, in occasione dell'Italian German High Level Dialogue tenutosi a Torino il 13 aprile scorso, abbia fatto esplicitamente riferimento a questa "emergenza demografica" (senza nascondere peraltro che le strategie della Germania in materia di immigrazione sono condizionate dallo stesso vincolo). Nella visione tedesca la quarta rivoluzione industriale non ha, diversamente dalle precedenti, una base principalmente tecnologica o produttivistica (come probabilmente accadrà in altri paesi con demografie meno avverse) ma anche sociale, con profonde e peculiari implicazioni sui modelli di lavoro e di organizzazione.

Una nuova forma di interazione socio-tecnica

Queste implicazioni appaiono tanto profonde da spingere gli ideatori di Industria 4.0 a delineare una "nuova forma di interazione socio-tecnica" L'elevato livello di integrazione verticale e orizzontale, di cui si è detto sopra, costringe da un lato a ripensare in maniera unitaria i processi e i modelli organizzativi, dall'altro porta con sé un'ulteriore evoluzione del rapporto tra uomo e macchine. Se i Cyber-Physical System, saranno davvero in grado di configurarsi autonomamente in situazioni differenti, diventando elementi centrali del nuovo modello produttivo, appare piuttosto improbabile che il contributo dell'uomo resti quello attuale (realizzazione di un più o meno ampio numero di procedure nell'ambito di uno schema produttivo lineare) ma sarà piuttosto caratterizzato da una maggiore flessibilità favorita da nuove forme di servoassistenza fisica e informativa. A titolo esemplificativo, immaginiamo il rapporto tra un fornitore e una grande casa automobilistica. In una prospettiva 4.0, la produzione di un componente potrà avvenire nello stabilimento dello stesso committente (integrazione orizzontale) attraverso un sistema robotizzato (non necessariamente di proprietà dallo stesso fornitore) gestito da un numero limitato di addetti. Lo stesso sistema sarà capace di individuare un'anomalia o un possibile guasto e comunicarlo direttamente a un tecnico manutentore (probabilmente alle dipendenze del produttore di quello specifico macchinario piuttosto che del fornitore) che potrà simularne la diagnosi e la riparazione (servoassistenza informativa) e stabilire la tipologia di intervento necessario (decentramento decisionale) per andare, infine, a realizzarlo.

Quale impatto sull'occupazione?

Secondo la vision tedesca l'impatto della tecnologia sembrerebbe dunque solo in parte sostitutivo (lo sarebbe per le attività fisicamente impegnative, anche tenendo conto dell'invecchiamento della forza lavoro) e prevalentemente integrativo e complementare. Si tratta certo di un'interpretazione ottimistica delle implicazioni che il nuovo ordine digitale sta determinando in tutti gli ambiti dell'economia, non solo nell'industria manifatturiera. Tuttavia se è probabilmente vero che il bilancio sarà positivo dal punto di vista qualitativo, con nuovi mestieri più qualificati e meno monotoni, più autonomi e meno logoranti, appare improbabile che nel breve termine non si producano degli effetti negativi sui saldi occupazionali complessivi. Allo stato attuale non esistono delle previsioni attendibili, tuttavia il recente rapporto curato dal World Economic Forum "The Future of Jobs" – che ha tracciato delle possibili linee di evoluzione del mercato del lavoro nel prossimo decennio sulla base di un'approfondita indagine tra i responsabili del personale di un campione di imprese transnazionali – ha stimato nelle 15 principali economie mondali la perdita di oltre 1,6 milioni di posti nell'assemblaggio (su una contrazione totale di 7,1 milioni di occupati) a fronte di un moderato aumento di occupati nell'organizzazione e nel coordinamento, nell'ingegnerizzazione e nella progettazione di architetture e, ovviamente, nell'ICT (Figura 3). Anche nell'industria appaiono quindi confermati i trend occupazionali complessivi che vedono decrescere in maniera consistente i mestieri proceduralizzati e scarsamente discrezionali, in primo luogo quelli di tipo impiegatizio, e aumentare quelli più qualificati necessari alla realizzazione delle tecnologie del paradigma digitale (Figura 4 e Figura 5). La prospettiva è dunque un mercato del lavoro sempre più polarizzato, anche se l'impatto effettivo di questi cambiamenti sarà condizionato dalle caratteristiche sociali e demografiche dei singoli paesi e sarà probabilmente meno intenso in quelli con indici di vecchiaia più alti come la Germania e l'Italia.

Operai 4.0

Il lavoro di fabbrica del futuro, in ogni caso, sarà diverso da come lo conosciamo oggi, con meno enfasi sulle capacità fisiche (forza, destrezza), vista la minore frequenza di compiti manuali, e sulle competenze strettamente tecniche, considerate facilmente trasferibili, e una maggiore richiesta di competenze soggettive e trasversali necessarie per lavorare in organizzazioni complesse. Non è casuale quindi che l'indagine del World Economic Forum individui, quali skill centrali, le competenze di processo e di sistema (monitorare il lavoro proprio e altrui, capacità di decidere, di risolvere problemi), le competenze relazionali (comunicazione, coordinamento, negoziazione) e le competenze di contenuto (comprensione ed espressione scritta e orale, alfabetizzazione informatica) e cognitive (pensiero logico e matematico, astrazione), queste ultime considerate cruciali per "imparare ad imparare" (Figura 6).
È quindi realistico attendersi in futuro la scomparsa degli addetti all'assemblaggio sostituiti da tecnici che monitorano complessi sistemi automatici? Molto probabilmente no. Al di là dei titoli che le professioni potranno assumere, sempre più sfuggenti in ragione della loro trasversalità e continua evoluzione, è possibile immaginare che negli stabilimenti si vedranno due tipologie di profili prevalenti, tra loro complementari ma nettamente distinte in termini di ruolo, status e retribuzione. Da una parte l'operaio 4.0, con titolo di studio secondario, versatile, servoassistito, in grado di gestire un numero maggiore di procedure e di macchine, con una visione complessiva del ciclo produttivo e capace di contribuirvi attivamente; dall'altra gli architetti della "fabbrica elegante", ingegneri e tecnologi in grado di disegnare organizzazioni e processi, di scegliere e far funzionare tecnologie, di definire integrazioni verticali e orizzontali, di trasformare dati in informazioni e di codificare il sapere. La differenza sostanziale tra questi due gruppi di addetti risiederà probabilmente proprio nel rapporto con quest'ultimo: i primi saranno utilizzatori della conoscenza entro schemi prestabiliti, i secondi "amministratori" della conoscenza.

Il Fattore T

L'equivoco da evitare, in ogni caso, è immaginare che i mutamenti imposti dalla quarta rivoluzione industriale riguardino un futuro cui si giungerà, come è accaduto in passato, con una gradualità favorita dal naturale ricambio delle forze di lavoro. È opinione diffusa, al contrario, che buona parte delle novità tecnologiche, organizzative e sociali esplicheranno il loro effetti – positivi e negativi – entro i primi anni del prossimo decennio (Figura 7). Secondo la già citata ricerca del World Economic Forum, il 65% dei bambini che oggi accedono alla scuola primaria troveranno lavoro in profili professionali che non sono ancora stati codificati, mentre il 50% della conoscenza acquisita nel primo anno di un percorso di studi tecnico risulterà datato al termine dello stesso percorso di studi. Gli effetti del "Fattore Tempo" si propagheranno in almeno tre direzioni diverse, cui sarà necessario rispondere con interventi di natura diversa. La prima riguarda l'impatto sull'occupazione, con i conseguenti rischi di marginalità e di tensione sociale, anche se le "demografie avverse" delle economie industriali mature, in primis quella tedesca ma anche quella del Nord Italia, potrebbero mitigarne gli effetti grazie a flussi di pensionamento via via più consistenti. La seconda concerne il cosiddetto "lifelong learning", l'aggiornamento professionale continuo, che richiederà la riqualificazione e lo sviluppo delle competenze delle persone già occupate, a partire da quelle più anziane. La terza riguarda invece i sistemi scolastici, già oggi in affanno nella "corsa tra tecnologia ed educazione", che dovranno essere virati verso lo sviluppo di quelle competenze trasversali, relazionali e cognitive più importanti e durature delle tradizionali conoscenze specifiche: quest'ultima è probabilmente la sfida più difficile viste le dimensioni degli apparati di apprendimento universalistici. Le strategie per accompagnare il cambiamento verso l'Industria 4.0 potrebbero quindi giocarsi, niente affatto paradossalmente, anche nel campo dell'education e dell'innovazione sociale.

Una strategia "a banda larga"

Di fronte a queste trasformazioni, l'assenza di una strategia, pubblica e/o privata appare semplicemente impossibile. Oltre alle dimensioni, qui sopra richiamate, dell'education e dell'innovazione sociale, risulteranno determinanti alcuni fattori di carattere infrastrutturale a partire da un'adeguata e diffusa rete a banda larga: la manifattura digitale, al pari dell'economia digitale in generale, potrà insediarsi e svilupparsi solo nelle aree con una copertura adeguata. Da questo punto di vista il ritardo italiano in materia di connettività, pur attenuato dalle recenti iniziative per recuperare il tempo perduto, è una delle criticità a cui prestare maggiore attenzione, più ancora, probabilmente, degli effetti occupazionali, difficili per ora da misurare in ragione dei confini ormai sfumati tra secondario e terziario. Sotto questo aspetto, l'impressione è che a pagare il prezzo più alto saranno i paesi di recente sviluppo (a partire dalla Cina) che hanno dovuto compiere le tre precedenti rivoluzioni non nell'arco di due secoli ma nel corso di tre decenni. C'è addirittura chi ipotizza che la minore intensità di lavoro del nuovo modello potrebbe favorire il "reshoring", ossia il ritorno nelle economie mature di produzioni trasferite dagli anni '90 in paesi a basso costo del lavoro. Segnali in questo senso si stanno registrando negli Stati Uniti, che pur sembravano aver abbandonato la prospettiva di essere ancora protagonisti nella realizzazione di beni materiali. Se l'Industria 4.0 costituisca un'opportunità o una minaccia dipende dunque da un'equazione fatta di tempo e di strategie.

 

Commenti (1)

Commenti  

#1 M.Cristina Migliore 2016-05-25 12:55
L'articolo pone questioni molto rilevanti per l'Italia e per il Piemonte. Gli indici di vecchiaia piemontesi sono ben più elevati di quelli tedeschi. Tuttavia le dinamiche della popolazione piemontese non mitigheranno gli effetti negativi sull'occupazione della fabbrica elegante, per gli elevati livelli di disoccupazione. Giustamente Vernoni pone la questione educativa. Da questo punto di vista sarà cruciale l'implementazione in corso dell'Alternanza Scuola/Lavoro. L'analisi dell'articolo potrebbe essere migliorata circa il ruolo degli operai 4.0, così come degli ingegneri, nel produrre conoscenza. Troppa enfasi sull'imparare ad imparare, mentre viene trascurata la questione di come si produce conoscenza. La conoscenza va considerata come distribuita, intrisa di significati sociali, culturali, storici, di soggettività, necessitante di dialoghi interprofessionali, in organizzazioni i cui confini si fanno labili e sfumati.
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