Mentre il vertice sul cambiamento climatico di Doha, conclusosi lo scorso Dicembre, si è rivelato l'ennesima occasione mancata, un'altra drammatica emergenza globale si sta ormai imponendo all'attenzione del mondo, la crisi idrica.

Secondo i dati dell'Indipendent Evaluation Group (IEG) della Banca Mondiale, ripresi nel report della UN Water, l'organo delle Nazioni Unite preposto alla ricerca e alla cooperazione in ambito idrico, circa 700 milioni di persone in 43 paesi sono colpiti dalla scarsità d'acqua e le prospettive future non sono rassicuranti. E' previsto infatti che, nel 2025, 2/3 della popolazione mondiale potrebbero vivere in condizioni di ridotto accesso all'acqua. Tra le cause più note all'opinione pubblica vi sono il riscaldamento globale, la rapida crescita demografica dei paesi in via di sviluppo e i cambiamenti nelle abitudini di consumo, specialmente alimentari (Figura 1), di un nuovo estesissimo ceto medio localizzato soprattutto in Asia (Figura 2).

Tuttavia, nell'esacerbarsi di tale emergenza, altri fattori giocano un ruolo molto più rilevante. Tra questi, possiamo citare un errato management locale, l'assenza di corretti meccanismi di pricing, la produzione water-intensive di energia, un eccessivo prelievo dalle falde acquifere, tecniche agricole arretrate o inefficienti e processi manifatturieri altamente inquinanti.

La fascia di popolazione più colpita dalla crisi idrica è quella che vive più vicina ai corsi d'acqua contaminati, o che manca di un accesso alternativo a flussi idrici depurati e a servizi igienici adeguati (circa il 42% della popolazione mondiale nel 2008). Ogni anno, 1.8 milioni di persone muoiono a causa della diarrea provocata dall'acqua inquinata o da scarse condizioni igieniche. Più di un milione e mezzo di queste vittime sono bambini, i cui decessi per diarrea sono molto più frequenti delle morti per HIV, malaria o incidenti fatali considerati complessivamente.

La sfida cui la comunità internazionale è chiamata a rispondere è dunque di eccezionale complessità, non solo per la sua gravità, ma in quanto coinvolge una pluralità di cause, conseguenze e attori la cui identificazione è spesso poco intuitiva. I conflitti generati dalla scarsità d'acqua si manifestano in contesti di governance molto diversi tra loro. Possono coinvolgere, infatti, piccoli gruppi di contadini o allevatori all'interno di uno stesso paese, fino ad arrivare a potenziali conflitti tra stati.

Uno dei problemi più grandi, che rischiano di minacciare la pace internazionale, riguarda l'utilizzo delle risorse idriche transfrontaliere, ovvero fiumi e laghi condivisi da due o più stati.
In particolare, le scelte di management adottate dai paesi collocati "a monte" dei corsi d'acqua influiscono, spesso drammaticamente, sulla disponibilità idrica dei paesi situati "a valle".
Secondo le Nazioni Unite, 145 paesi condividono un bacino idrico con un paese confinante, trovandosi dunque in condizioni di stretta interdipendenza e di potenziale conflitto (Figura 3).

L'emergenza idrica globale dunque, non è semplicemente un problema di quantità d'acqua disponibile, ma riguarda piuttosto un ripensamento delle pratiche di governance finora adottate.

Tra gli attori che giocano un ruolo cruciale all'interno di questo scenario, e che destano grande preoccupazione tra gli osservatori internazionali, vi è certamente la Cina. L'impronta ecologica cinese è sempre più marcata e la voracità di risorse naturali rischia di alterare gli equilibri geopolitici asiatici e globali.

Molto più del petrolio o del carbone, l'acqua sarà la risorsa essenziale che determinerà le possibilità di sviluppo future per l'impero di mezzo. La sicurezza energetica e alimentare, così come il miglioramento delle condizioni sanitarie, sono intrinsecamente vincolate alla disponibilità idrica, un parametro che già oggi è considerato critico.

Più di quaranta centri urbani cinesi stanno facendo i conti con una scarsità d'acqua allarmante che mette a dura prova le condizioni di vita della popolazione, soprattutto nell'arida pianura cinese settentrionale. 
 

   

Quattro province, Beijing, Tianjin, Jiangsu e Shandong, sono classificate ad altissimo rischio idrico (Figura 4), mentre il terreno su cui si sono sviluppati i maggiori conglomerati urbani sprofonda di diversi centimetri l'anno a causa dell'eccessivo prelievo dalle falde acquifere (Figura 5).

Per risolvere, almeno in parte, questo problema sono state avviate grandi opere infrastrutturali. Una di queste, il South-North Water Transfert Project, lanciato nel 2002, è un colossale progetto il cui obiettivo è deviare annualmente 45 miliardi di metri cubi d'acqua dal bacino dello Yangtze alle pianure settentrionali. Tale opera, il cui esorbitante costo continua a salire a causa d'imprevisti e ritardi, ha però sollevato molte critiche, provocate dal trasferimento coatto di oltre trecentomila persone e dai rischi di prosciugamento ed erosione del bacino dello Yangtze. Il governo centrale ha inoltre pianificato la costruzione di diversi impianti di desalinizzazione lungo la costa orientale, di grandi impianti di depurazione e messo a punto diversi regolamenti per incoraggiare la conservazione idrica.
Il Dodicesimo Piano Quinquennale (2011-2015) prevede un incremento dell'efficienza idrica in agricoltura, una razionalizzazione dei prelievi dalle falde e un progressivo adeguamento dei meccanismi di water pricing (Figura 6).

Nonostante gli sforzi in atto, ben dieci province cinesi si trovano al di sotto della Water Poverty Line stabilita dalla Banca Mondiale, godono cioè di una disponibilità d'acqua inferiore a mille metri cubi pro capite l'anno.Tali province rappresentano il 45% del Pil, il 40% dell'output agricolo e più del 50% dell'output industriale. Inoltre, anche dove l'acqua è più abbondante, il livello d'inquinamento rende i flussi idrici non adatti a impieghi agricoli o domestici. (Figura 7). Ciononostante, in molti casi, l'acqua inquinata è utilizzata per l'irrigazione, per cui grandi quantità di prodotti agricoli sono immessi sul mercato malgrado l'alta percentuale di sostanze tossiche assorbite.

Le strategie attuate dalla Cina nell'arena globale tengono ovviamente conto di questa grave emergenza. L'acquisto di terreni nel Sud-est Asiatico, in Africa e in America Latina, permette a Pechino di espandere e diversificare la produzione agricola, di assorbire meglio le fluttuazioni di prezzo delle commodities alimentari e perfino di ottenere diritti di estrazione dalle falde acquifere.
Secondo il servizio d'informazione finanziaria Bloomberg, diverse compagnie cinesi hanno cominciato ad acquistare terreni forestali nella regione giapponese dell'Hokkaido, un'area ricca di risorse idriche sotterranee. Chiaramente, siffatta strategia solleva non poche preoccupazioni tra l'opinione pubblica di questi paesi e nella comunità internazionale.

Inoltre, i piani di diversione idrica e la progettazione di dighe e centrali idroelettriche nell'Altopiano Tibetano rischiano di esacerbare le tensioni con l'India e il Sud-est Asiatico. Fiumi importantissimi come il Brahmaputra e il Mekong hanno origine in territorio cinese e scorrono a valle verso India, Vietnam, Cambogia, Laos e Thailandia.
Le preoccupazioni di questi paesi appaiono più che legittime, considerando che la Cina è tra i paesi non firmatari della Convenzione Onu sui Corsi d'Acqua Internazionali, documento che regola i rapporti tra stati confinanti in merito all'utilizzo delle risorse idriche condivise.

E' ancora troppo presto per dire se la nuova leadership, insediatasi lo scorso Novembre, riuscirà a raddrizzare il timone dell'economia nazionale per riportare il paese sulla rotta della sostenibilità idrica interna. Tuttavia, sembra invece inevitabile che la "going out strategy" di Pechino si concentrerà sempre di più sull'approvvigionamento di terreni e risorse naturali, in modo da placare la gravissima sete che minaccia la crescita nazionale e la stabilità interna.

A causa dell'acqua, nuove gravi tensioni potrebbero nascere su scala regionale e globale e alla Cina spetterà un compito di grandissima responsabilità: quello di saper gestire con saggezza il suo enorme potere negoziale.

                                       Francesco Silvestri

                                 

                                          

 

 

                                               

                                                                         

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

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