Aumento della popolazione, mutamento delle abitudini alimentari, speculazione sui mercati finanziari, aumento del reddito nei Paesi emergenti e condizioni climatiche sempre più avverse. Sono questi gli elementi che negli ultimi anni hanno messo sotto pressione i prezzi delle commodity agricole (Figura 1) ed hanno contribuito ad incrementare la necessità di espanderne la produzione.

Se a ciò si vanno ad aggiungere le politiche introdotte in molti Paesi sviluppati per sostenere l'utilizzo e la produzione di biocarburanti, diventa chiaro come negli anni a venire la terra diverrà ancor più un bene chiave.
Si stima, ad esempio, che tra 1,73 e 1,87 milioni di ettari di terreni agricoli saranno necessari per soddisfare la domanda di combustibili naturali generata dall'introduzione della Direttiva sulle Energie Rinnovabili dell'Unione Europea.
E, ancora una volta, come nel caso di numerose altre risorse naturali, il centro di maggior interesse è l'Africa (Figura 2).

Il continente ospita alcune tra le maggiori riserve arabili del globo, concentrate in Angola, Repubblica Democratica del Congo e Sudan, e da solo possiede più del 60% del territorio arabile incolto mondiale. Non stupisce, quindi, che negli ultimi anni si sia scatenata una vera e propria corsa alla terra.

Sebbene risulti arduo identificare con precisione la portata di tale fenomeno data la frequente assenza di informazioni documentate ed attendibili, gli studi mostrano che i progetti d'investimento sono capitanati nella maggior parte dei casi dai Paesi asiatici emergenti (Cina e India in particolare) e dai Paesi del Golfo Persico, a cui si aggiungono gli investitori privati europei e americani, tra i quali spicca il caso della prestigiosa Università di Harvard (Figura 3). Le principali destinazioni sia per numero, sia per estensione dei progetti sono concentrati in Sudan, Etiopia, Mozambico, Zambia, Repubblica Democratica del Congo e Tanzania.

I dati a disposizione documentano un uso molto variegato dei terreni oggetto d'acquisizione, che va dalle colture ad uso alimentare a quelle per la produzione di biocarburanti. Secondo il rapporto del 2009 della Banca Mondiale, la savana africana (Figura 4) svolgerà un ruolo centrale nel garantire la copertura del fabbisogno alimentare mondiale attraverso l'implementazione di progetti di larga scala basati sull'agricoltura commerciale, grazie alla sua combinazione di bassa densità di popolazione e grandi distese di terreno incolto.
 

Tale affermazione non ha mancato di scatenare aspre critiche, alle quali sono andate via via aggiungendosi le continue proteste legate alle condizioni a cui vengono concessi i terreni e all'impatto che essi hanno a livello locale.

Non è inconsueto per gli investitori istituzionali e privati stranieri spuntare prezzi invitanti per l'acquisto o il leasing dei terreni, sfruttando il fatto che molto spesso nei Paesi africani coinvolti manchi una legislazione precisa sulla stipula dei contratti, non sia presente il catasto oppure le contrattazioni vengano svolte senza il coinvolgimento delle comunità locali. Interessanti, a tal proposito, sono alcuni progetti avviati in Etiopia, i quali prevedono il pagamento di un affitto che varia dai 3 ai 10 dollari/ettaro all'anno, arrivando fino al caso limite del Madagascar, dove un accordo prevede lo sfruttamento esclusivo di oltre 450.000 ettari di terreno per 50 anni senza l'obbligo di versare un canone d'affitto, bensì con l'unico vincolo di favorire sviluppo ed impiego locali.

In alcuni casi, inoltre, gioca a favore il fatto che i terreni sono classificati come "incolti", rendendoli così adatti ad essere venduti sul mercato ad un prezzo inferiore, ma incapace di rifletterne il reale valore soprattutto per le popolazioni che li abitano, per le quali tali superfici costituiscono l'unico mezzo di sussistenza.

E' interessante, infine, notare come molti dei Paesi che sono attualmente meta della "corsa alla terra" siano allo stesso tempo tra i più a rischio per quanto riguarda la sicurezza alimentare
(Figura 5), problematica che difficilmente verrà affrontata a dovere tramite il processo di acquisizione delle terre, solitamente destinate alla coltivazione di prodotti per l'esportazione (Figura 6).

Per un continente che sta già vivendo un boom demografico (le Nazioni Unite stimano che la popolazione dell'Africa Sub-Sahariana raggiungerà quota 2 miliardi entro il 2050), ma che fatica a ridurre drasticamente la questione della fame e della malnutrizione come previsto dagli Obiettivi del Millennio (Figura 7) questo fenomeno apre certamente le porte a nuove sfide.

                                                Chiara Gonella

                                                                            

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

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