Con le recenti notizie sull'Australia in fiamme, le inondazioni nelle Filippine e in Indonesia e i preoccupanti dati sull'entità dello scioglimento dei ghiacci alpini, è interessante vedere quali sono le politiche che i governi intendono adottare sui controversi problemi legati al clima.

L'8 Dicembre 2012, si è conclusa a Doha, capitale del Qatar, la Diciottesima Conferenza delle Parti (COP-18) nell'ambito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (di seguito UNFCCC, secondo la denominazione inglese). Gli obiettivi erano ambiziosi e importanti, essendo in gioco, senza timore di esagerare, i destini dell'uomo e della terra. Eppure, ancora una volta, nonostante gli entusiastici proclami ufficiali, gli accordi presi sono pressoché insignificanti, se paragonati alle misure ben più concrete invocate dagli scienziati di tutto il mondo.

Uno dei temi centrali della conferenza è stato il destino del Protocollo di Kyoto, finora l'unico trattato che stabilisce degli obblighi vincolanti di riduzione delle emissioni per i paesi industrializzati. Stipulato nel 1997 ed entrato in vigore nel Febbraio 2005, il Protocollo di Kyoto ha avuto termine il 31 Dicembre 2012.
A Doha, la Conferenza della Parti è riuscita a trovare un accordo per un prolungamento del trattato di altri otto anni, ovvero fino al 2020. L'obiettivo è una riduzione complessiva delle emissioni del 18% rispetto ai livelli del 1990. Tale accordo permette ai carbon markets internazionali di essere ancora operativi e prevede inoltre una revisione dei target di riduzione per il 2014.

La spina non è stata staccata, tuttavia Kyoto subisce un'emorragia quasi fatale. Infatti, paesi come Canada, Russia e Giappone hanno fatto un passo indietro, rifiutando di assumersi impegni vincolanti nel secondo mandato, come d'altronde avevano preannunciato a Durban nel 2011 (Figura 1). Considerando che gli Stati Uniti non hanno mai ratificato il protocollo e che Cina e India non hanno obblighi di riduzione vincolanti, il rinnovo di Kyoto non sembra dunque giustificare particolari moti d'entusiasmo.

I paesi dell'Unione Europea, l'Australia e gli altri PVS contano infatti solamente per il 15% delle emissioni globali di CO₂ , mentre Cina e Stati Uniti rappresentano insieme oltre il 40% (Figura 2).
I delegati USA sono rimasti fermi sulla promessa di una riduzione volontaria, non vincolante, del 3% rispetto ai livello del 1990. Una presa di posizione che suona come una beffa.

Per stessa ammissione del Segretario Esecutivo dell'UNFCCC Christiana Figueres nella nota di chiusura della Conferenza, "le promesse attuali sono chiaramente insufficienti per garantire che l'aumento della temperatura globale [rispetto ai livelli pre-industriali n.d.a] rimanga sotto i 2° C. Il divario tra gli impegni dei governi e le raccomandazioni degli scenziati sta aumentando".

Altro punto centrale a Doha, è stato il proseguimento dei lavori della Piattaforma di Durban, ovvero un percorso negoziale iniziato nel 2011 che dovrebbe portare a un nuovo accordo sul clima entro il 2015. Tale accordo, secondo le aspettative, stabilirà target vincolanti di riduzione delle emissioni per tutti i 195 paesi parte dell'UNFCCC. Tuttavia, ammesso che la COP-19 che si terrà il prossimo Dicembre a Varsavia non affossi queste speranze, il nuovo accordo entrerà in vigore soltanto nel 2020.Troppo tardi secondo la comunità scientifica.

Nel frattempo, si aspettano per il 2014 gli esiti del lavoro di ricerca del Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico, che pubblicherà l'attesissimo Quinto Report di Valutazione. Il Quinto Report, che uscirà a sette anni di distanza dall'ultimo, aggiornerà le proiezioni sugli effetti (naturali e socio-economici) del cambiamento climatico (Figura 3) e valuterà le possibili strategie da mettere in atto per l'adattamento e la mitigazione. Secondo molti osservatori, i toni del documento saranno tutt'altro che ottimistici.

Il terzo tema in discussione a Doha è stato il finanziamento ai paesi in via di sviluppo per accelerare il processo di riduzione delle emissioni, di adattamento e mitigazione.

   

La formula proposta dai PVS era un aiuto a medio-termine di 60 miliardi di USD (20 miliardi all'anno), da utilizzare nel triennio 2013-2015.
Purtroppo, nessuna cifra è stata concordata unanimemente e molti paesi, tra cui Stati Uniti e Australia non hanno avanzato alcuna proposta di aiuto finanziario a medio-termine.

Solo alcuni paesi dell'Unione Europea hanno promesso un contributo sostanziale, che ammonta complessivamente a circa 10 miliardi di USD. Grande incertezza e nessun passo avanti in merito al Green Climate Fund, stabilito a Copenhagen nel 2009, che dovrebbe garantire annualmente 100 miliardi di USD ai PVS entro il 2020.

Unica nota di rilievo per quanto riguarda la climate finance, e che probabilmente rappresenta la sola vera sorpresa di Doha, è l'accordo sulle perdite e i danni in favore dei PVS. E' stato infatti promesso di stabilire un meccanismo istituzionale per far fronte alle perdite subite a causa di alluvioni, uragani, erosioni o dall'estinzione di specie animali e vegetali, dovuti al cambiamento climatico.

Tale decisione rivela l'ammissione implicita che molti drammatici eventi scatenati dal riscaldamento globale non sono più evitabili (Figura 4).
Il supporto previsto per i PVS si articolerà in aiuti di carattere finanziario, tecnologico e di capacity building. Tuttavia, non è stato in alcun modo specificato come, quando e da chi tali aiuti saranno erogati, posticipando l'istituzione di questo meccanismo alle prossime COP.

Mentre il ruolo dell'Unione Europea è stato abbastanza positivo, giocando un ruolo fondamentale per assicurare il secondo mandato di Kyoto, gli Stati Uniti, nonostante le promesse di Obama in campagna elettorale, hanno confermato le bassissime aspettative degli osservatori internazionali. La delegazione americana ha ostacolato quasi tutte le iniziative proposte, in particolare quelle relative al finanziamento per i danni e le perdite. Ha infatti espressamente dichiarato che tale denaro dovrà essere prelevato dagli aiuti già esistenti, e ha bloccato la proposta di inserire un'ammissione di responsabilità per i danni causati dall'impatto del riscaldamento globale. Un atteggiamento analogo è stato tenuto dal Canada.

La Cina è rimasta sulla posizione che ormai la contraddistingue ai negoziati sul clima. Pur favorendo il secondo mandato di Kyoto, continua a farne parte senza il peso di una riduzione vincolante delle emissioni, in qualità di economia emergente e della non-responsabilità storica nel riscaldamento globale. Tuttavia, considerando le attuali dimensioni dell'economia cinese e la percentuale di emissioni complessive di cui è responsabile (Figura 5), il ruolo di Pechino nei negoziati sul clima sembra, a questo punto, anacronistico.
Anche l'argomento delle basse emissioni pro-capite sembra ormai vacillare, considerando che i valori del paese asiatico stanno convergendo rapidamente verso i livelli europei (Figura 6).

Si spera dunque che il nuovo accordo sul clima previsto per il 2015 diventi realtà, e che possa vincolare tutti i paesi parte dell'UNFCCC o almeno coprire una quota realmente significativa di emissioni. La data in cui il nuovo sistema dovrebbe entrare in vigore, il 2020, è comunque troppo lontana. Complice la crisi economica, le ambizioni dei governi impegnati nella lotta al cambiamento climatico continuano a diminuire progressivamente, anziché aumentare.

Cresce invece rapidamente la temperatura media del pianeta e lo stato di allarme della comunità scientifica. Nessuna potenza globale vuole assumersi il rischio di fare un passo più lungo degli altri, temendo ripercussioni interne in termini di crescita, competitività e occupazione. Senza uno sforzo cooperativo, e senza una visione comune che vada oltre le considerazioni economiche di breve termine, la lotta al cambiamento climatico potrebbe essere persa prima ancora di cominciare.

                                       Francesco Silvestri

                                 

                                          

 

 

                                               

                                                                         

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

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