Molti paesi in via di sviluppo mostrano, in tempi di pace, la tendenza ad un forte miglioramento dei livelli educativi e della salute dei bambini. Questo trend continua anche durante le numerose guerre, da un lato, perché la maggioranza degli odierni conflitti non è devastante al punto tale da influire negativamente sul sistema istruttivo del paese, dall'altro perché l'impatto atteso in seguito ad un conflitto è controbilanciato anche da altri fattori, quali l'assistenza internazionale.

Un recente studio condotto dall'Istituto di Statistica dell'Unesco (ISU), evidenzia come, su 25 paesi analizzati in periodi caratterizzati da conflitti, sia possibile dimostrare che solo nell'11% dei casi vi sia stato un deterioramento degli indicatori relativi all'istruzione. In quasi la metà dei dati esaminati il trend non era chiaro, mentre nel restante 40% gli indicatori erano migliori alla fine di un conflitto piuttosto che all'inizio.

Nel 2010, un'analisi effettuata dal "Education Policy and Data Center"  (EPDC) di Washington DC ha rilevato un miglioramento dei livelli educativi anche nelle aree maggiormente colpite da tali eventi. Questi risultati, però, non significano che un conflitto non generi alcun impatto sull'istruzione. Inoltre, è presente una sostanziale differenza tra i periodi di guerra in cui i livelli educativi nazionali declinano in assoluto e quelli in cui si registra un miglioramento, benché inferiore rispetto ad un periodo privo di scontri.

Il "Human Security Report 2012" dell'Università Simon Fraser del Canada, nel tentativo di esaminare l'impatto della guerra sull'educazione infantile, prende in considerazione tre differenti studi. Il primo, esamina la letteratura proveniente da diversi casi che forniscono informazioni circa gli effetti della guerra sul sistema formativo nazionale e locale. Il secondo, esamina due recenti studi che utilizzano la statistica comparativa descrittiva per analizzare la relazione tra conflitto ed educazione. Il terzo, esamina i risultati derivanti da alcune analisi econometriche condotte dal "Peace Research Institute" di Oslo (PRIO) per il "World Development Report 2011" della Banca Mondiale.

In che modo un conflitto può influire sull'educazione infantile? Il rapporto dell'Università canadese ha individuato nove effetti negativi. 1) I bambini sono le vittime principali della guerra; 2) gli insegnanti possono essere anch'esse vittime, oppure costrette a trasferimenti forzati; 3) i bambini vengono spesso confinati in campi profughi, oppure in centri di accoglienza con scarse risorse educative; 4) l'educazione viene indirettamente colpita dalla violenza sessuale infantile, che genera effetti devastanti sull'istruzione; 5) la guerra può danneggiare o distruggere edifici scolastici; 6) le famiglie, afflitte dalla povertà, hanno difficoltà a pagare la retta; 7) i bambini soldato, che perdono molti anni in più di studio rispetto agli altri, hanno necessità particolari che raramente vengono soddisfatte; 8) la spesa militare aumenta, mentre il budget per l'educazione viene tagliato; 9) la guerra distrugge capitale umano in tutto il sistema educativo. Nel misurare tale impatto, il rapporto canadese si focalizza su tre indicatori: l'immatricolazione, la frequenza e l'adempimento scolastico degli allievi (la media degli anni scolastici).

Il primo studio preso in considerazione è quello relativo alle tesi che agenzie internazionali, governi donatori e ONG condividono rispetto all'impatto della guerra sulle opportunità educative infantili. Un esempio di tali ricerche è quello fornito dall'Unesco nel rapporto 2011 "The Hidden Crisis: Armed Conflict and Education". I risultati provenienti da queste analisi sono spesso rafforzati da dati statistici derivanti da specifici casi studio − ad esempio la percentuale di scuole distrutte durante un conflitto.
La tendenza, però, di molti rapporti di ricerca è quella di descrivere i casi peggiori. Le organizzazioni internazionali oltre ad essere coinvolte nell'analisi di tale impatto, sono anche impegnate nella tutela dei bambini e delle loro possibilità educative. E' quindi comprensibile che l'analisi in questione si concentri su quelle regioni in cui la minaccia all'istruzione è maggiore e la necessità di assistenza internazionale più urgente.
Di conseguenza, i risultati provenienti da un'analisi più settoriale generano una narrativa sproporzionata. Inoltre, i dati esaminati conteggiano il totale degli anni scolastici effettuati. Tuttavia, non tutti i paesi poveri afflitti da guerre dispongono di tali informazioni.

Vi sono due principali difficoltà nell'identificare i trend dei dati nazionali relativi all'impatto che una guerra genera sull'educazione. In primis, ad oggi, i principali conflitti armati possono produrre effetti non così distruttivi e tali da danneggiare il sistema educativo nazionale. In secondo luogo, si potrebbe verificare un impatto negativo su una particolare regione pesantemente colpita, mentre nella restante parte del paese i livelli di istruzione possono continuare a migliorare.

L'Istituto di Statistica dell'Unesco (ISU) ha esaminato le differenze presenti nei livelli di educazione delle aree interessate da conflitti rispetto alle aree non interessate. Ci si aspetta di trovare un minore livello formativo proprio nelle aree più danneggiate.
Questo, infatti, è il risultato riscontrato nella maggior parte dei paesi, come nel caso della Turchia (Figura 1). Tuttavia, come in altre nazioni, lo scarso accesso all'istruzione infantile nella regione del Kurdish - un'area tra le più colpite - precedeva l'inizio della guerra, che non può essere quindi imputata come causa primaria.
Il risultato in questione è legato ad una combinazione di diversi fattori tra cui povertà, disuguaglianza economica e di genere e negligenza governativa. Questo trend è riscontrabile nella maggior parte dei casi esaminati dal rapporto Unesco, pur  non mancando esempi in cui il sistema educativo è migliorato anche nelle regioni più colpite. La guerra, dunque, è uno dei tanti fattori che influiscono sull'educazione di una regione, ve ne sono altri in grado di scatenare un impatto ancora più devastante.

Il secondo studio è quello effettuato dall' "Education Policy and Data Center" (EPDC) per il medesimo rapporto Unesco del 2011. Diversamente dal primo, il EPDC si focalizza sull'impatto che un conflitto genera sulla frequenza scolastica, sul tasso di immatricolazione e altri indicatori relativi a 19 paesi presi in esame nel periodo 2000-2010.
 

In particolare, lo studio mette a confronto i livelli formativi delle aree più colpite dalla guerra, rispetto a territori meno danneggiati.
Quanto esaminato ha portato alla conclusione che non è possibile indicare la guerra come causa principale delle differenze nei livelli educativi tra aree danneggiate e aree pacifiche.
Di conseguenza, non sono presenti prove concrete circa il declino drammatico nella frequenza scolastica, nell'immatricolazione, nel numero di allievi e nel rapporto studenti insegnanti nelle aree di conflitto rispetto alle regioni non in guerra. In molti dei 19 paesi analizzati dallo studio, le regioni più colpite hanno sperimentato un aumento nei livelli di frequenza scolastica durante i periodi di conflitto.

Un esempio di tale incertezza è riscontrabile dall'analisi di singoli paesi quali Costa d'Avorio (Figura 2) e Afghanistan (Figura 3).
Entrambi mostrano un evidente declino o stagnazione dei tassi relativi alla frequenza scolastica durante periodi di conflitto. Diversamente, il Senegal
(Figura 4), la Repubblica Democratica del Congo (Figura 5) e altre regioni dell'Africa centrale mostrano un aumento della frequenza scolastica proprio nelle aree più colpite dagli scontri.
Tuttavia, non vi è una chiara spiegazione a questo risultato. In ultimo, questa tesi, in linea con quanto osservato dall'ISU, individua quindi uno schema contraddittorio e in disaccordo con le supposizioni delle organizzazioni internazionali citate nel primo studio.

Il terzo studio, invece, si avvale di analisi econometriche che hanno esaminato l'impatto della guerra sull'educazione in base ad un ampio campione di paesi. L'obiettivo è quello di identificare se, in generale, un conflitto armato ha un effetto negativo sull'istruzione, e se tale effetto è indipendente da altri fattori o meno. Il più recente studio econometrico sull'impatto della guerra sul raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (OSM) - tra cui l'educazione - è stato effettuato dal team di ricercatori del PRIO per il "World Development Report 2011" della Banca Mondiale. L'Istituto di Oslo ha scoperto che, in media, la guerra non genera un effetto statisticamente significativo sui raggiungimenti educativi delle scuole primarie o secondarie (Figura 6).

Le analisi mostrano, in media, un miglioramento dei livelli formativi di circa il 2% ogni cinque anni. Come dal grafico, tra il 1990 e il 2008, è singolare l'aumento del conseguimento scolastico ad un tasso similare sia nei paesi in conflitto sia nelle aree prive di scontri. Il risultato ottenuto, tuttavia, non indica l'assenza di effetti rilevanti. Infatti, le analisi del team di PRIO percepiscono un nesso tra il conflitto e una lieve diminuzione dei livelli formativi, ma non essendo statisticamente significativo questo legame potrebbe essere stato determinato puramente dal caso. Pertanto, se questa analisi è corretta, in media, l'effetto della guerra sui livelli educativi è tutt'al più una diminuzione marginale del tasso di miglioramento.

In generale, le guerre potrebbero aver generato un impatto nei singoli paesi e aver rallentato lievemente il tasso di miglioramento dei livelli medi scolastici in tutti i paesi, ma questi eventi non rappresentano la causa primaria di tale flessione.

Contrariamente a quanto descritto dall'Istituto di Oslo, un precedente studio econometrico - pubblicato nel "Journal of Peace Research" nel 2007 - dimostrava invece come l'impatto della guerra sull'educazione fosse statisticamente e sostanzialmente significativo. Entrambe queste analisi, dei ricercatori del PRIO e degli studiosi Brian Lai e Clayton Thyne, mostrano delle differenze fondamentali, pur avvalendosi della regressione statistica. L'utilizzo di set di dati, periodi temporali e modelli econometrici diversi spiegano le difformità nei risultati di ricerca.

Entrambi gli studi individuano un effetto negativo della guerra sui livelli educativi. PRIO identifica un impatto statisticamente insignificante, mentre Lai e Thyne individuano un effetto esiguo ma statisticamente rilevante. Lai e Thyne sostengono che il conflitto è "devastante per il sistema educativo, in quanto le spese e le iscrizioni diminuiscono durante periodi di guerra civile". I due studiosi osservano come in tutti i modelli econometrici esaminati, i paesi in guerra subiscono un declino delle iscrizioni scolastiche tra l'1,6 e il 3,2%.
Una sfida importante per entrambi gli studi è quella di determinare fino a che punto i bassi livelli scolastici, evidenti nei periodi di guerra, sono determinati dagli effetti dirompenti del conflitto stesso, oppure da fattori già diffusi in precedenza e persistenti durante tali eventi. Pertanto, è necessario inserire tali fattori causali nel modello econometrico e nel set di dati preso ad esame nella regressione statistica. Spesso, però, i dati relativi a tali elementi, potenzialmente importanti, vengono tralasciati in quanto irreperibili.

In conclusione, il rapporto 2012 sulla sicurezza umana dell'Università Simon Fraser mostra tre diversi studi per esaminare l'impatto di un conflitto sull'educazione. Il primo studio, quello adottato dalle maggiori organizzazioni internazionali, è un approccio incline ad errore, in quanto il focus della ricerca è influenzato da bias di selezione. Il secondo, è quello effettuato dall'ISU e dall'EPDC, due enti di ricerca che hanno utilizzato dati statistici relativi a circa 19 paesi oggetto di conflitti. In questo caso, il campione preso ad esame risulta troppo piccolo e il trend di analisi descrittiva approssimativo. Il terzo approccio, un confronto tra lo studio del PRIO e l'analisi di Brian Lai e Clayton Thyne, mostra delle apparenti similitudini tra i due in quanto basati sulla regressione statistica, ma nel dettaglio le due analisi si caratterizzano per set di dati e modelli econometrici distinti, che conducono a risultati di ricerca tra loro dissimili, nonostante obiettivi di studio comuni.

Di conseguenza, l'evidenza dimostra che il conflitto in sé non genera un impatto devastante sui sistemi educativi, e che in media il livello di istruzione migliora durante i periodi di guerra. Tuttavia, secondo l'Università canadese, sono necessarie ulteriori ricerche sull'argomento, al fine di produrre delle conclusioni consistenti - attualmente carenti - e risolvere alcune delle differenze tra gli studi citati, che rendono il quadro in questione poco chiaro.

                                          Angela De Martiis

                   

                                    

                                  

                                          

 

 

                                               

                                                                         

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

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