Scompare un dogma della rivoluzione cinese:
la proprietà collettiva della terra

È di queste settimane la notizia che anche la terra, in Cina, potrà essere ceduta. In base alla riforma delle campagne recentemente proposta dal Comitato Centrale del Partito Comunista i terreni, che ad oggi vengono messi a disposizione dei contadini per un utilizzo trentennale, potranno presto essere ceduti in uso a terzi in cambio di una somma concordata.

In un momento di crisi finanziaria sui mercati mondiali e considerando che la crescita cinese è prevalentemente legata allo sviluppo del settore manifatturiero, potrebbe sembrare una notizia di secondo piano. Non è così.

La notizia è di primaria importanza, sia per il suo valore simbolico sia per le possibili conseguenze su tutta l’economia e la struttura sociale cinese. Da un punto di vista simbolico la proposta di riforma è ad alto impatto in quanto il comunismo cinese è nato e si è sviluppato intorno alle problematiche relative alla distribuzione della terra. Una riforma che introduce meccanismi di mercato nel settore agricolo significa una sostanziale caduta dell’ultimo baluardo dell’impostazione collettivista e rendere ulteriormente chiaro che, per favorire la crescita, il governo cinese è disposto a riforme radicali e di mercato in tutti i settori del vivere economico.

Le conseguenze saranno rilevanti e non limitate al settore agricolo. Nonostante un PIL generato pari a poco più del 10% del PIL totale, il settore agricolo occupa ancora più del 50% della popolazione attiva (Figura 1) e in Cina gli abitanti delle zone rurali rappresentano una percentuale elevata nel confronto con gli altri paesi a reddito medio o elevato(Figura 2).
La tendenza all’urbanizzazione è stata frenata sia dai vincoli imposti dal sistema dell’Hukoy sia dalla perdita, di fatto, di ogni diritto sulla terra per i contadini emigrati nelle città.

I vincoli dell’Hukoy sono stati progressivamente allentati e la riforma delle campagne permetterà finalmente un’allocazione delle persone più efficiente. Alla terra verrà associato, nei fatti, un costo opportunità, e ciò avrà una serie di conseguenze positive.

I contadini che non sono in grado di ricavare dalla terra un valore almeno pari al prezzo di mercato a cui potrebbe essere affittato l’appezzamento troveranno più conveniente cedere la possibilità di utilizzo e cercare un’altra attività, o alle dipendenze di un’azienda agricola più grande o, più probabilmente, emigrando nelle città.

Ciò determinerà effetti positivi sia nelle campagne sia nelle città:

- Solo gli agricoltori più efficienti saranno incentivati a continuare nell’attività di gestione della terra; la dimensione media degli appezzamenti agricoli aumenterà, permettendo un utilizzo più efficiente della terra;

- Le persone meglio formate ma tuttora residenti nelle campagne saranno in grado di decidere, dopo un’opportuna valutazione, di sfruttare i loro skill nel settore economico in cui ritengono di avere una maggiore produttività

(e quindi un maggior reddito potenziale); ciò permetterà una riduzione del gap, in termini di produttività e reddito, tra i lavoratori residenti nelle campagne, occupati nell’agricoltura, e quelli residenti nelle città, occupati nell’industria e nei servizi (Figura 3);

- Si genererà un flusso migratorio verso le città, che in tal modo potranno crescere e raggiungere dimensioni ottimali per poter sfruttare gli spill over tipici dei grandi agglomerati urbani; in tal modo anche la percentuale di residenti urbani raggiungerà valori più simili a quelli evidenziati nei Paesi più sviluppati;

- La nuova ondata di immigrati darà origine ad un flusso di rimesse verso i familiari rimasti nelle campagne; in questo modo si contribuirà a ridurre le ampie disuguaglianze di reddito esistenti; con i soldi delle rimesse, inoltre, la popolazione delle campagne potrebbe investire in istruzione e avere a sua volta la possibilità di migrare nelle città in futuro, generando così un circolo virtuoso per le generazioni future.

Ovviamente ci saranno anche delle possibili conseguenze negative del provvedimento, e il governo cinese deve saper prevenire e affrontare le eventuali problematiche che ne potranno derivare.

L’ondata migratoria nelle città dovrà essere gestita in tutte le fasi rilevanti.

All’origine, occorrerà migliorare il sistema educativo ad oggi fornito nelle zone rurali, in modo da fornire agli abitanti delle campagne gli strumenti per effettuare una valutazione oculata delle diverse prospettive (emigrare o non emigrare, ma anche la scelta delle possibili destinazioni) e di avere una preparazione adeguata per potersi proporre nelle professioni per cui vi è effettiva domanda nelle città. Viceversa l’immigrazione verso le città sarà indiscriminata e assumerà i connotati di una “corsa della speranza” per un miglioramento delle condizioni di vita, che però potrebbe generare molte false illusioni e un diffuso malcontento nel momento in cui tali illusioni non fossero realizzate.

In secondo luogo, occorrerà gestire tale flusso per evitare che le città crescano in maniera incontrollata, senza adeguati servizi, infrastrutture e dotazioni sanitarie.

Da ultimo, occorrerà considerare le possibili conseguenze politiche di una possibile, massiccia, affluenza verso le città. Va ricordato come, secondo diversi autori, sia stata proprio una massiccia urbanizzazione e un crescere della domanda di servizi pubblici a costringere le elite inglesi ad ampliare la base elettorale nell’Ottocento, e i nuovi fenomeni migratori potrebbero costringere il governo cinese, fino ad ora attento a non ampliare le proprie concessioni sul fronte delle libertà politiche, a dare qualche timido segnale di apertura.

                                          Gabriele Guggiola

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