E l'importanza della tutela della fauna

Dopo l'inflazione che viene dai campi di grano e di mais, dobbiamo probabilmente aspettarci un medesimo scenario anche per le risorse alimentari marine. Il quotidiano inglese Daily Mail, evidenziando l'allarme lanciato dalla Sea Fish Industry Authority locale, sostiene che, nei prossimi dodici mesi, i prezzi del pesce potrebbero aumentare fino al  50%, con effetti preoccupanti per gli abituali consumatori del popolare  fish and chips .

Se la causa principale è l'aumento record del prezzo del gasolio usato dalle imbarcazioni, le responsabilità sono anche da ascrivere allo sfruttamento eccessivo dei mari praticato in passato.

Data la natura delle risorse ittiche, le attività di pesca sono assai difficili da disciplinare.
L'ittiofauna rappresenta una risorsa naturale, mobile e rinnovabile. La riproduzione dei pesci in mare avviene senza interferenze umane né costi, ma i pesci, ovviamente,non conoscono confini e, nelle loro migrazioni, percorrono talvolta grandi distanze. L'appropriazione del pesce può avvenire soltanto al momento della cattura; ogni pesce prelevato dal mare è sottratto agli altri pescatori, il che significa che ogni pescatore subisce le conseguenze dell'agire degli altri. Questa interdipendenza è inevitabile.
Gli stock ittici (Figura 1) vanno quindi considerati una risorsa comune da gestire collettivamente, regolamentando non solo il volume delle catture, ma anche i tipi di attrezzi e le tecniche utilizzate per la pesca.


Nell'Unione Europea, la gestione comune è giustificata anche dal fatto che, quando furono definite le competenze della Comunità originaria, il settore della pesca, al pari dell'agricoltura, venne incluso fra le attribuzioni della Comunità, garante della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari e dello sviluppo economico.
L'Unione Europea, già dal 1983, si è dotata di una politica comune della pesca (PCP), fino ad arrivare ad una radicale riforma nel 2002, per assicurare uno sviluppo sostenibile delle attività di pesca da un punto di vista ambientale, economico e sociale.
Per evitare che la pesca eserciti una pressione eccessiva sulle risorse ittiche, la PCP prevede misure di conservazione e di ricostituzione degli stock che hanno superato i limiti biologici di sicurezza a causa di uno sfruttamento troppo intenso (Figura 2).

A tal fine, oltre alle misure tecniche per i pescherecci e gli strumenti di pesca e alle norme contro l'inquinamento, è stato istituito un limite alla quantità massima di pesce che può essere catturata da uno stock specifico nell'arco di un determinato periodo di tempo - TAC, totale ammissibile di catture - (Figura 3).  Si calcola che circa il 76% degli stock mondiali di pesce sia stato sfruttato al limite. Una valutazione confermata dalla FAO, secondo cui nel 2005 sono state pescate 158 milioni di tonnellate di pesce, un dato 7 volte superiore a quello del 1950. Dagli anni '50, sono noti oltre 350 casi di collasso delle risorse a causa  dei sistemi di pesca.
Negli ultimi anni l'UE ha fissato contingenti con riduzioni assai drastiche per merluzzo, nasello, platessa, sogliola e scampo, fra gli altri, per limitare la mortalità da pesca, dovuta essenzialmente alla sovracapacità della flotta europea, che rappresenta quasi il doppio della capacità necessaria a pescare le risorse ittiche disponibili (Figura 4).

La riduzione nel numero di pesci catturati e quindi delle forniture, di fronte a una domanda mondiale di carni alternative a quelle rosse che continua a crescere, fa sì che il prezzo del pesce aumenti.
La questione va comunque affrontata a livello globale: l'UE deve spesso scontrarsi con gli interessi della Norvegia; il Giappone, oltre all'annosa polemica sulla caccia alle balene, è accusato di abusare nello sfruttamento del tonno rosso; gli stati che si affacciano sul Mar Caspio hanno dovuto bloccare le esportazioni di caviale di fronte alla continua diminuzione degli stock di storione.

A tutto ciò bisogna aggiungere la minaccia sempre attuale dell'inquinamento.
I problemi dell'eccessivo sfruttamento dell'ecosistema marino non riguardano peraltro solo i pesci.

Un esempio si ripete ogni anno nel periodo di marzo e aprile,quando in Canada tocca il suo apice la caccia alle foche. Prede naturali degli orsi bianchi, le foche hanno in realtà nell'uomo il nemico più pericoloso (Figura 5).
Il Canada ha deciso di aumentare la quota di foche cacciabili nel 2008 a 275mila esemplari, 5mila in più rispetto allo scorso anno, pur annunciando nuove misure per limitare la brutalità delle uccisioni che consistono nello stordimento dell'animale a colpi di bastoni e pale e nel successivo scuoiamento, spesso con la foca ancora viva. Se la cifra è in assoluto molto inferiore a quella degli animali uccisi anche in Europa per la produzione di pellicce, ciò che colpisce l'opinione pubblica è la violenza primitiva con cui vengono assaliti animali inermi e spesso poco più che cuccioli.


La subdola legislazione canadese prevede che possano essere cacciate solo le foche indipendenti e quindi adulte, vietando l'uccisione di foche dal manto bianco. In questa categoria, in realtà, non rientrano altro che le foche groenlandiche entro circa 12 giorni di vita, periodo dopo il quale l'animale inizia il suo periodo di muta rimanendo più o meno immobile sul ghiaccio, senza la madre e senza saper ancora nuotare. La normativa mira dunque a permettere l'uccisione della foca nel momento in cui il suo manto è ancora quasi completamente bianco e dunque pregiato, considerando adulto un animale con pochi giorni di vita.
La pelliccia e il grasso di questi animali vengono venduti in tutto il mondo, mentre le carni hanno un limitato uso, prevalentemente locale.


Sulla questione si è espressa quest'anno la stessa Commisione europea, che pensa all'adozione di  sanzioni commerciali contro il Canada; l'Italia, fra i primi paesi nell'Unione Europea, ha già previsto, con un Decreto interministeriale del 2006, una moratoria di fatto all'importazione e alla commercializzazione di pelli e derivati di foca. Il governo canadese, da parte sua, sostiene di tutelare l'importante contributo che la caccia alla foca rappresenta per la prosperità delle famiglie dei pescatori. In realtà quelli impegnati nella caccia alle foche non sono più di 4000 e in genere svolgono questa "attività" come secondo lavoro nella stagione in cui la pesca non è praticata. I guadagni ottenuti dalla vendita di pelli di foca e derivati sono stati, nel 2005, di circa 16,5 milioni di dollari canadesi, solo il 2% circa dei ricavi totali dell'industria della pesca di Newfoundland e Labrador (le province del Quebec interessate) e meno dell'1% dell'intera economia provinciale.

Benché i sussidi statali siano cessati, alcuni esperti indipendenti hanno calcolato che i costi diretti e indiretti collegati alla caccia alle foche fanno sì che il settore rappresenti addirittura una perdita per l'economia del paese.


Questi due esempi di regolamentazione dello sfruttamento delle risorse marine mostrano il diverso approccio al problema dai due lati dell'Atlantico: laddove l'Europa mostra una certa attenzione (peraltro quasi mai preventiva) alle questioni legate alla sostenibilità ambientale e alla necessità di tutelare la sopravvivenza futura della fauna e degli ecosistemi, il Canada e il Nord America in generale sembrano poco attenti a questi "particolari" e succubi di interessi che spesso si rivelano ciechi e poco previdenti, quando non addirittura controproducenti, a lungo termine, anche dal punto di vista economico.

                                                   Luca Deaglio

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