Il rapporto dell'ILO sull'occupazione giovanile

Che la crisi finanziaria globale si sia ormai da tempo trasformata in una crisi sociale è un dato di fatto che avevamo già sottolineato nel 2009. Il fenomeno purtroppo tende a inasprirsi e a diffondersi con la stessa velocità con cui le difficoltà economiche contagiano le nazioni incapaci di superare questa lunga fase di recessione.

In assenza o quasi di soluzioni credibili da parte dei governi, arroccati in un tecnicismo astratto e superato dagli eventi, sono gli stessi cittadini a tentare di fornire risposte a domande che finora sono state ignorate e fra questi, naturalmente, la voce più sincera è quella dei giovani che, per indole, entusiasmo e speranza in un futuro migliore, sono la vera forza motrice di un cambiamento ormai non più dilazionabile.

Il fenomeno ha caratteristiche diverse, dagli Indignados in Spagna al movimento Occupy Wall Street negli Stati Uniti, dalle rivolte di strada nel Regno Unito al variegato panorama dell'antagonismo italiano, fino alla disperazione del popolo greco, ma due sono le costanti: la tendenza delle autorità a considerare ottusamente queste manifestazioni solo come un problema di ordine pubblico e la massiccia presenza delle giovani generazioni.

Già nel'Agosto 2010 l'International Labour Organization (ILO) dell'Onu pubblicò un rapporto - Global Employment Trends for Youth: Special issue on the impact of the global economic crisis on youth (GET Youth 2010) - che analizzava I principali indicatori del mercato del lavoro per i giovani tra i 15 e I 24 anni, con una particolare attenzione agli effetti della crisi economica su questa fascia d'età. Le conclusioni erano tutt'altro che incoraggianti:

-aumento del tasso di disoccupazione, in contrasto con la tendenza delle ultime decadi, dall'11,8% al 12,7% dal 2008 al 2009 (Figura 1), il più alto degli ultimi 20 anni.

-maggiore impatto rispetto alla disoccupazione degli adulti, a confermare la tesi che i giovani sono più esposti agli shock economici; i giovani sono i "first out" e i "last in " durante i periodi di recessione.

-tempi di ripresa più lunghi rispetto agli adulti (si indicava il 2011 per l'inversione di tendenza)..

Purtroppo, circa un anno dopo, si è reso necessario un aggiornamento di quei dati già preoccupanti, alla luce dell'inasprimento della situazione di crisi e incertezza che grava su quasi tutte le economie mondiali.

Nell'attuale contesto i giovani devono far fronte non solo alla mancanza di un lavoro, ma addirittura alla mancanza di una speranza di trovarne uno decente.
Alla fine del 2010 si stima che 75,1 milioni di giovani nel mondo fossero alla ricerca di un lavoro, 4,6 milioni in più che nel 2007, una crescita senza precedenti che pare ora destinata a diminuire solo impercettibilmente nel 2011 e che colpisce in particolare i paesi sviluppati, dove incombe una pericolosa miscela di disoccupazione costantemente elevata, inattività e lavoro precario, mentre nei paesi in via di sviluppo si moltiplicano i lavoratori poveri.

Il numero assoluto dei giovani disoccupati sarebbe leggermente diminuito dopo il picco raggiunto nel 2009: da 75,8 à 75,1 milioni alla fine del 2010, cioè il 12,7%, e  dovrebbe scendere a 74,6 milioni nel 2011, il  12,6%.
Tre regioni hanno però fatto registrare cifre ancora più negative (Figura 2) tra 2009 e 2010: Economie Sviluppate e UE (+0,6%), Asia del Sud (+1,1%) e Medio Oriente (+0,2), benché sempre più giovani si ritirino dal mercato del lavoro e non lo cerchino nemmeno più e una fetta consistente di disoccupazione sia dissimulata nel sistema educativo.

Nelle economie più sviluppate i tassi di disoccupazione a lungo termine dei giovani superano di gran lunga quelli degli adulti (Figura 3), in particolare in Italia, dove i giovani hanno il triplo di probabilità di restare senza lavoro per almeno un anno, seguita da Grecia, Ungheria, Slovacchia e Regno Unito.
I dati più sconfortanti, come spesso accade, sono infatti quelli del nostro paese, dove, nella fascia d'età fra i 16 e i 24 anni, solo un ragazzo su quattro lavora.

 

In Germania, negli Stati Uniti e nella media dei Paesi europei, viceversa, un giovane su due ha un'occupazione  (Figura 4). I giovani italiani cercano poco il lavoro e ancor meno  lo trovano. La partecipazione alla forza lavoro in questa fascia di età è il 30 per cento in Italia, contro il 51% in Germania, 41% in Francia e 56% negli Stati Uniti. La disoccupazione giovanile è oltre il 25% in Italia (Figura 5) a fronte del 19% nell'area Euro, del 18% negli Stati Uniti e del 10% in Germania.

Durante la crisi, l'espansione della manodopera giovanile è stata in generale inferiore alle attese del 2010: nei 56 Paesi che hanno dati credibili il mercato del lavoro ha accolto  2,6 milioni di giovani, molto meno del previsto dalle tendenze a lungo termine pre-crisi.
I "fortunati" che riescono a trovare lavoro devono accontentarsi di impieghi a tempo determinato, spesso per pochi mesi: tra il 2007 e il 2010 il tasso di lavoro a tempo parziale tra i giovani è aumentato in tutti i Paesi sviluppati, esclusa la Germania, con punte del 17% in più in Irlanda  e dell'8,8% in Spagna. Alla fine del  2010 la quasi totalità dei giovani avevano un lavoro a tempo parziale in Canada, Danimarca, Olanda e Norvegia, paesi peraltro meno coinvolti nella crisi globale.

Il rapporto analizza in particolare i recenti avvenimenti in Medio Oriente ed Africa del Nord, indicando proprio nella mancanza di lavoro (nel corso degli ultimi 20 anni, circa un giovane su quattro si è ritrovato disoccupato) la scintilla che ha scatenato le rivolte arabe, un monito che i paesi occidentali si ostinano ad ignorare (Figura 6).

I Paesi in via di sviluppo a basso reddito sono peraltro prigionieri di un circolo vizioso povertà-lavoro: «Se si studia la disoccupazione giovanile in maniera isolata - spiega l'Ilo - si potrebbe credere a torto che la gioventù dell'Asia del Sud o dell'Africa sub sahariana esca bene dal rapporto rispetto a quella delle economie sviluppate. Infatti il rapporto elevato occupazione-popolazione per i giovani delle regioni più diseredate vuole semplicemente dire che questi giovani non hanno altra scelta che lavorare. A livello mondiale, si hanno molti più giovani che sono intrappolati nella loro condizione di lavoratori poveri che giovani senza lavoro o che cercano un impiego».

Il vero allarme lanciato dal rapporto è sulla possibile traumatizzazione di un'intera generazione di giovani lavoratori, che non devono affrontare solo il malessere attuale suscitato dalla disoccupazione, dal sotto-impiego e dagli stress dei rischi sociali legati alla disoccupazione e all'ozio prolungato, ma si trovano davanti allo spettro delle conseguenze a lungo termine, sotto forma di remunerazioni più basse in futuro e di sfiducia verso il sistema economico e politico.
L'organizzazione del lavoro dell'Onu sottolinea infine un punto che dovrebbe essere affrontato da tutti i governi: «Questa frustrazione collettiva tra i giovani è stata uno dei motori dei movimenti di protesta che hanno avuto luogo in tutto il mondo quest'anno, perché diventa sempre più difficile per i giovani trovare altro che un lavoro a tempo parziale o un impiego temporaneo.

Il rapporto propone infine una serie di iniziative politiche per promuovere l'occupazione giovanile, il solito elenco di buoni propositi grondante di termini quali "crescita", "politiche finanziarie", "mercato" e "sistema". Nessun accenno a quelle che sono le vere richieste che provengono da chi si sente scippato del proprio futuro; le stesse, in fondo, pur in un diverso contesto, che hanno caratterizzato la "primavera araba", cioè l'esigenza di un cambiamento che anteponga la persona e la libertà di tutti agli interessi di pochi.

Ma su questo punto calano il silenzio e l'indignazione delle stesse forze politiche e degli stessi media che, soprattutto nel nostro paese, hanno salutato con entusiasmo le rivolte in Medio Oriente e viceversa bollano come "inaccettabili violenze" le proteste nelle piazze, elogiando altresì la professionalità di schieramenti di forze dell'ordine che, per qualità e quantità, non hanno precedenti nella storia e che non possono essere altro che il segno di una decadenza forse irreversibile.

                                                   Luca Deaglio

Commenti

Comments are now closed for this entry