Lo Human Development Report viene realizzato ogni anno dallo United Nations Development Programme e contiene, oltre ai risultati aggiornati dello Human Development Indicator, l'analisi di temi chiave riguardanti lo sviluppo economico e le evoluzioni sociali a livello globale (Figura 1).

Così come osservato per l'Indice di Libertà Economica non si tratta di un indicatore utile per monitorare lo sviluppo in tempo reale della crisi. Tuttavia, leggere il rapporto e analizzare il risultato dell'ultima versione dell'indice (elaborata con dati 2007) è utile e interessante per almeno due motivi: ci permette di ricostruire una fotografia di come "andava il mondo" prima che la crisi attuale avesse il sopravvento e ci offre spunti interessanti per non perdere l'occasione di affrontare e migliorare le politiche globali su un tema cruciale quale quello dell'immigrazione.

Scorrere i risultati dello Human Development Indicator, riferiti al 2007, ci ricorda quanto la crisi abbia sconvolto lo scenario economico globale. L'indice è costruito con sottoindicatori che misurano l'aspettativa di vita, la possibilità di acceso all'istruzione e lo standard di vita raggiunto, fornendo così una stima dello sviluppo umano nei diversi paesi.
Nel 2007 l'economia correva ancora e la crescita permetteva a 174 paesi (su 182 considerati) di migliorare il proprio risultato in valore assoluto. La Cina (forte dei propri elevati tassi di crescita), la Colombia e il Perù sono i Paesi che, in termini relativi, hanno scalato, nel 2007, il maggior numero di posizioni.

Salvo piccole variazioni, la situazione per quanto riguarda la "top ten" si è mantenuta stabile e la Norvegia si è aggiudicata il primo posto davanti ad Australia e Islanda (Figura 2).
Quali saranno i risultati dell'indicatore nei prossimi anni, quando gli effetti della crisi si faranno sentire anche nei "numeri" dello Human Development Report? Occorrerà attendere le prossime edizioni del rapporto, ma le attese sono di un generale arretramento a livello globale.

È però l'argomento scelto come focus del rapporto a sorprendere di più: l'immigrazione come strumento per rilanciare lo sviluppo. Non si parla di finanza (non è il campo d'azione dello United Nations Development Programme), ma neanche dell'effetto della crisi sulla crescita nei Paesi più poveri.
Occorre essere pronti a sfruttare la risorsa immigrazione nel periodo post-crisi. Per farlo occorre, però, comprendere meglio le caratteristiche del fenomeno e predisporre gli appositi interventi di policy.

La "fotografia" dei flussi migratori moderni (Figura 3) è diversa da quello che ci si potrebbe immaginare: la maggior parte dei flussi migratori avviene tra paesi sviluppati o tra paesi in via di sviluppo; non si tratta quindi di un flusso unidirezionale di persone che dai paesi poveri cercano di raggiungere i paesi più sviluppati (Figura 4). Gli abitanti dei paesi poveri sono inoltre "meno mobili" rispetto agli abitanti dei paesi ad elevato reddito pro-capite. Si migra per migliorare le proprie condizioni di vita, alla ricerca di un reddito più elevato o di una migliore educazione. Oppure si migra per sfuggire a conflitti e condizioni di instabilità politiche (Figura 5).

Chi migra per "cercare" di migliorare il proprio status è mediamente più istruito e ha, in molti casi, un minimo di pre-requisiti che rendono più probabile l'integrazione: contatti nel paese di destinazione, qualche risorsa finanziaria. Questa tipologia di immigrati tende a entrare a far parte (a volte anche con frequenza maggiore dei residenti) di associazioni e gruppi religiosi e si integra più velocemente nella comunità di destinazione. Chi fugge da un conflitto è invece mediamente meno preparato per affrontare la nuova vita nel paese di destinazione, incontrando così maggiori difficoltà di integrazione.

 

 

Se l'immigrazione può costituire una risorsa per lo sviluppo e per la crescita economica è utile capire quali siano le barriere che rendono inefficienti i flussi migratori e quali politiche sarebbero utili per una corretta ed efficace gestione del fenomeno.

Le maggiori barriere che limitano i flussi migratori sono costituite dalle rigide normative che regolano le possibilità di ingresso nei vari paesi e i costi dell'immigrazione sono alti soprattutto per gli immigrati con un basso livello di istruzione (che hanno più difficoltà ad espatriare e, qualora riescano nell'intento, ottengono salari più bassi nei paesi di destinazione). Il pericolo, secondo gli autori del rapporto, è che la forza lavoro meno qualificata venga usata come "cuscino di manodopera", costretta a spostarsi più frequentemente (alla ricerca di occupazioni spesso temporanee) e, a volte, a tornare nei paesi d'origine nel momento in cui viene meno l'occupazione nel paese di destinazione. Tutto ciò rende ancora più stridente il contrasto tra i maggiori costi fissi sostenuti per spostarsi ed i minori diritti di cui questa fascia meno protetta gode.

Quali politiche possono prospettarsi per una più efficiente gestione dei fenomeni migratori?

L'impatto dell'immigrazione nei paesi di origine si traduce in una perdita di capitale umano (spesso le risorse migliori abbandonano i rispettivi paesi). Per limitare tale danno occorre sfruttare al massimo le possibilità che i flussi migratori offrono per  aumentare i legami con culture e sistemi economici diversi. Un effetto positivo dell'emigrazione è costituito dalle rimesse, che permettono di innalzare il reddito dei familiari dell'emigrante e, spesso, permettono ai famigliari stessi di intraprendere piccole iniziative economiche nella loro comunità (l'apertura di un negozio, l'avvio di un'attività…). Per poter beneficiare appieno dei vantaggi minimizzando il danno subito, i paesi di origine dovrebbero implementare politiche che permettano di mantenere i legami con i propri cittadini espatriati.

I paesi destinatari, viceversa, possono beneficiare di forza lavoro aggiuntiva ma devono fronteggiare i costi legati al processo di integrazione. Per sfruttare gli elementi positivi delle migrazioni i paesi di destinazione dovrebbero adottare politiche volte ad abbassare i costi di transazione legati all'immigrazione (Figura 6) cercando, allo stesso tempo, di adottare una visione strategica (chi e a quali condizioni può essere accettato, quali rapporti devono essere tenuti con i paesi d'origine, ecc…).

In un momento di crisi quale quello attuale occorre inoltre evitare provvedimenti drastici. La recessione rischia di peggiorare sensibilmente le condizioni di chi vive fuori dal proprio paese d'origine. L'eventuale perdita di lavoro costituisce per un immigrato, specialmente se scarsamente qualificato, un costo elevatissimo. Dopo aver sostenuto le spese per arrivare al paese di destinazione e le spese per inserirsi nelle comunità locali, la perdita del posto di lavoro è un fatto particolarmente grave perché può portare alla perdita di diritti faticosamente conseguiti. 

E' necessario quindi gestire con oculatezza il fenomeno dell'immigrazione, per non scaricare costi insostenibili su una delle fasce più deboli della popolazione ma anche per disporre, quando l'economia ricomincerà a girare a ritmo più sostenuto, di risorse umane che possono dimostrarsi importanti per rilanciare la crescita.

                                          Gabriele Guggiola

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