Nuove Costituzioni per il "socialismo del XXI secolo"

Nello scenario politico latinoamericano, il "modello Chavez" (dal nome del Presidente venezuelano in carica) registra nuovi trionfi e rinnovati proselitismi.
A Caracas, infatti, viene approvato in questi giorni, con il 54% dei voti, un referendum-plebiscito che abolisce il limite costituzionale dei mandati, di fatto consentendo a Hugo Chavez di candidarsi a vita alla guida del Paese.
Nel frattempo, continua anche nel 2008 la lunga transizione costituzionale della Bolivia e dell'Ecuador (Figura 1), governati da due Presidenti che si richiamano, nei fatti se non nelle parole, all'esempio del Venezuela di Chavez.

In Bolivia, si assiste ad una nuova puntata del braccio di ferro politico-economico tra il Presidente Evo Morales, di origine amerindia, e le ricche province orientali, dove risiedono i grandi proprietari terrieri del Paese le cui fortune risalgono alla dominazione spagnola, e dove si trovano le seconde più estese riserve di gas dell'America Latina.

Nel maggio 2008, nella provincia di Santa Cruz, la più importante tra quelle "ribelli", si tiene un referendum per sancire l'autonomia regionale (Figura 2). Morales e il Congresso, controllato dalle fazioni che sostengono il Presidente, ritengono che il referendum sia illegale.  Si recano alle urne 66 elettori su 100, e l'85% dei votanti approva l'elezione di un'assemblea regionale che assumerebbe gran parte dei poteri del governo centrale. Nel corso della primavera, altre tre regioni seguono l'esempio referendario, ottenendo risultati simili per il sostegno di una reclamata autonomia. Lo scopo delle province è evidentemente quello di evitare l'imposizione del nuovo testo costituzionale - che vuole attuare un "socialismo per il XXI secolo" - approvato a dicembre 2007 dall'assemblea costituente boicottata dall'opposizione.

Forte della sua popolarità, Morales (eletto nel 2005 con il 53,7% dei voti) chiama il popolo a giudicare, e il 10 agosto si svolge un altro referendum-sondaggio (Figura 2), con cui si chiede di decidere se lo stesso Presidente e i governatori regionali devono rimanere al potere. La tornata elettorale non risolve tuttavia la controversia, perché sia Morales sia i governatori (tranne il governatore della capitale La Paz e della provincia centrale di Cochabamba) ne escono vittoriosi. Inoltre, la vittoria è suffragata dall'alta affluenza (per il referendum presidenziale si registra l'84% degli aventi diritto). Si conferma quindi l'elevato tasso di gradimento delle politiche di Morales (che ottiene addirittura il 68% dei consensi), basate sulla quasi-nazionalizzazione del gas naturale, con cui sono state arricchite le casse dello stato, sull' aumento della spesa pubblica, cresciuta dal 34% del PIL nel 2005 al 42% del 2007, sulle nuove azioni sociali per ridurre la povertà (che colpisce il 60% della popolazione), e sul miglioramento dell'accesso all'istruzione.

Per evitare lo stallo, a settembre 2008 Morales e i governatori si accordano per porre fine ai disordini e per iniziare una rinnovata fase di dialogo. Con l'appoggio dell'opposizione, a ottobre il Congresso approva la nuova carta fondamentale, che estende l'autonomia delle province e restringe a un ulteriore mandato la presidenza di Morales. Nel gennaio del 2009, il 62% dei votanti approva la nuova costituzione, che segna il trionfo del "socialismo indio". La costituzione attribuisce infatti nuovi diritti ai trentasei gruppi indigeni di origine amerindia, riconosce ufficialmente la giustizia basata sul diritto consuetudinario e amministrata dai capitribù, introduce l'elezione popolare dei giudici, limita l'estensione dei possedimenti terrieri a cinquemila ettari e istituisce un nuovo sistema di istruzione. Mentre i sostenitori di Morales affermano che ciò pone fine a secoli di ingiustizie nei confronti della popolazione di origine non ispanica, i suoi detrattori paventano il rischio che la nuova costituzione finirà per imporre un socialismo paternalistico, autarchico e corporativo, con scarsa attenzione al rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto, sempre più isolato dal resto del mondo e dai flussi di investimenti esteri. Sempre secondo gli oppositori, il riconoscimento della giustizia  indigena creerà conflitti con la magistratura ordinaria, e si trasformerà inevitabilmente in uno strumento populista nelle mani dei boss locali.

E' anche necessario ricordare che, sebbene ciò non abbia alcun effetto giuridico, la maggioranza degli elettori nelle quattro ricche province dell'est boccia la costituzione, facendo ritenere probabili nuove tensioni sociali e conflitti politici tra i sostenitori della causa india e le élite economiche del Paese.

In Ecuador, l'assemblea costituzionale riesce a concludere i suoi lavori solo nell' estate 2008. Questo Stato latinoamericano ha approvato in media una nuova costituzione ogni dieci anni dalla sua fondazione nel 1830. Come in Venezuela, gli alti prezzi del petrolio (di cui l'Ecuador è produttore) hanno permesso di aumentare la spesa sociale senza correre il rischio di deficit, ma nel 2007 il Paese, peraltro in un contesto di elevata inflazione, è cresciuto solo del 2% in termini di PIL (Figura 3), registrando il peggiore dato dell' America meridionale.
Gli investimenti privati, dopo l'espropriazione e la nazionalizzazione della statunitense Occidental Petroleum, sono restii a ritornare nel Paese. Peraltro, il Presidente Rafaél Correa e il suo movimento Alianza Paíz ora non parlano più di socialismo del XXI secolo, ma di "rivoluzione dei cittadini", meno radicale di quella di Chavez e più attenta alla democrazia del popolo.

Tuttavia, mentre il governo confisca a luglio 2008 due televisioni private, ufficialmente per debiti erariali mai onorati, a settembre, con il 64% dei voti validi, viene approvata una nuova costituzione, che attribuisce nuovi poteri, inclusi una maggiore capacità di controllo dell'economia e dell'amministrazione statale (inclusa la Banca centrale) al Presidente, cui viene estesa la carica per altri due mandati (fino al 2017).
E' la ventesima costituzione della storia dell'Ecuador, e Correa spera con questo nuovo documento di porre fine alla cronica e storica rivalità tra presidente e parlamento. La Costituzione dichiara ufficialmente che il Paese attua un'economia "sociale e solidaristica", e affida un ruolo dominante alle imprese di Stato nei settori "strategici" delle risorse energetiche, dei trasporti e delle comunicazioni. La virata verso il socialismo è anche frutto della reazione al collasso economico dell'Ecuador nel 1999, quando la crisi del sistema bancario e l'iperinflazione costrinsero le autorità di Quito all'adozione del dollaro statunitense come valuta ufficiale.

Benché non vi sia stata una transizione costituzionale vera e propria, anche le elezioni presidenziali che si svolgono in Paraguay ad aprile 2008 registrano l'ascesa al potere di un leader progressista e la rottura con il passato. Nella contesa elettorale vince infatti Fernando Lugo, ex-vescovo cattolico e teologo della liberazione, con una coalizione di centro-sinistra che pone fine ai sessantuno anni di governo ininterrotto (record mondiale) del partito Colorado (conservatore). La piattaforma elettorale di Lugo promette la riforma della terra e la lotta alla corruzione.

Il nuovo Presidente è però politicamente vicino più a Lula che a Chavez, anche se ha manifestato l'intenzione di rinegoziare l'accordo con il Brasile per lo sfruttamento del bacino artificiale della diga Itaipu, costruito con il Brasile e gestito in base al principio che l'energia residua (non consumata dal Paraguay) deve essere venduta al Brasile ad una frazione del prezzo di mercato. E' da notare anche che prima del suo insediamento il Vaticano, per la prima volta nella sua storia millenaria, davanti all'evidenza dell'elezione di Lugo, è costretto ad accettare le dimissioni di Lugo dalla carica di vescovo.

                                            Giuseppe Gabusi

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