A dispetto dell'esortazione espressa dalle Nazioni Unite ad agire con urgenza per evitare una crisi idrica globale, dovuta all'aumento della popolazione, all'innalzamento del tenore di vita, ai cambiamenti nell'alimentazione e alla maggiore produzione di carburante, il V Forum mondiale dell'acqua svoltosi a Istanbul a Marzo si è concluso con la consueta enunciazione di sterili principi e la totale assenza di iniziative nell'interesse del pianeta

Il punto più controverso è il mancato riconoscimento delle risorse idriche come diritto fondamentale per tutta l'umanità, come bene comune indispensabile per la vita e non come merce sottoposta ai capricci del mercato e agli interessi delle multinazionali

Il documento finale del Forum ha sì sottolineato il carattere di urgenza nel combattere il dramma dell'oro blu e ha riconosciuto il diritto a un miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie per favorire la diminuzione nel mondo dei decessi legati alla scarsità d'acqua, ma ha del tutto ignorato la nozione del diritto di accesso alle risorse idriche, reclamata da tempo da più parti e da molti Paesi.

In occasione del vertice turco, l'Unesco ha presentato la terza edizione del World Water Development Report, intitolato "Water in a Changing World", una panoramica sulle risorse d'acqua a livello mondiale (Figura 1), con una particolare attenzione al ruolo dell'acqua nelle politiche di sviluppo e di crescita economica.
Oltre al diritto all'acqua, il report si sofferma sul rischio di disastri idrici, sull'inquinamento, sui possibili conflitti legati al procacciamento dell'oro blu e sugli investimenti che dovrebbero essere al vertice dell'agenda politica dei paesi sviluppati per scongiurare le minacce che non possono essere considerate solo come problemi del terzo mondo.
Si sottolinea come gli investimenti fatti in questo senso (Figura 2) siano indispensabili per la crescita economica stessa  e per la salute della popolazione mondiale (un dollaro investito nel settore ne fa guadagnare fra i 4 e i 12).

Fra i molti punti analizzati nel report ne segnaliamo alcuni: l'agricoltura resta il settore che  utilizza il maggior quantitativo di acqua (circa il 70% del totale dei prelievi); i prelievi di acqua sono triplicati negli ultimi 50 anni, soprattutto a causa dell'irrigazione (Figura 3); l'85% della popolazione mondiale risiede nella metà più secca del pianeta e più di un miliardo di persone vivono in zone aride o semi-aride con accesso a risorse idriche scarse o non rinnovabili (Figura 4); le aree molto secche sono più che raddoppiate dal 1970, soprattutto a causa dell'oscillazione meridionale conosciuta come El Niño che nei primi anni '80 ha causato periodi di forte siccità nelle regioni del Pacifico occidentale, con conseguenze sul clima dell'intero pianeta.

Un grido di allarme, quello lanciato dall'Unesco, affinché le istanze da affrontare con prontezza (a causa di decenni di inazione delle politiche nazionali e internazionali) non diventino definitivamente insormontabili.

Già oggi l'acqua sulla Terra è il 40 per cento in meno di trent'anni fa, e nel 2020 tre miliardi di persone resteranno senza, ma le uniche soluzioni finora prospettate sembrano essere quelle che tendono a sfruttare la situazione per trasformare questa risorsa in bene commerciabile, nell'ottica di un aumento dell'offerta più che del contenimento della domanda

La Banca mondiale sostiene da anni la politica di privatizzazione delle acque con la conseguente tariffazione a costi che creano problemi nei paesi poveri. Emblematico resta in tal senso il noto caso della Bolivia, dove la Banca mondiale costrinse il governo locale a vendere il sistema pubblico delle acque della città di Cochabamba alla Bechtel Corporation, che raddoppiò i prezzi rendendoli insostenibili per la popolazione. Solo una rivolta popolare spinse il governo a ritirare  il provvedimento e ad espellere la multinazionale dal paese.
Una situazione del genere può ripetersi in molte parti del mondo, generando conflitti spesso evitabili.

In generale, il problema idrico presenta diverse sfaccettature in base ai diversi paesi che ne sono toccati. Se infatti l'Africa è ricca di  zone indiscutibilmente povere di acque, altrove la situazione è più complessa (Figura 5).

La Cina, per esempio, detiene circa il 40% delle risorse mondiali, ma deve far fronte alla penuria di acqua potabile a causa del forte inquinamento dovuto alla crescita industriale esasperata.

I conflitti idrici più importanti sono in Medio Oriente, ma la causa non è necessariamente la mancanza di risorse a disposizione: la Turchia (che ha ingenti risorse idriche) è da anni in lotta con Siria e Iraq per il controllo di Tigri ed Eufrate, così come l'Egitto si scontra con Sudan ed Etiopia per il controllo del Nilo.

In Palestina i consumi medi d'acqua sono circa sette volte inferiori rispetto ad Israele, un ulteriore fattore di tensione fra popoli già divisi da odi insanabili. Altrove l'acqua non scarseggia in assoluto, ma larghe fasce della popolazione non riescono ad accedervi a causa di scelte politiche, economiche o sociali.

Le "guerre per l'acqua" possono essere quindi la conseguenza più che la causa delle tensioni internazionali  e considerare quindi l'acqua come un bene economico di scarsa disponibilità  non favorisce certo la pace, ma innesca piuttosto un processo simile a quello del petrolio, fonte di conflitti in tutto il globo.

In questo contesto di divisione politica e di interessi di vario genere, anche commerciali, non stupisce che il testo della risoluzione finale di Istanbul non abbia mosso critiche contro le controverse privatizzazioni che dovrebbero garantire l'accesso alle risorse idriche per tutti. Inoltre nel documento si ribadisce anche l'intenzione di insistere nell'uso dell'acqua per produrre energia idroelettrica attraverso enormi dighe, da anni al centro di dibattiti per gli alti costi umani e ambientali e per la loro razionalità ecologica.

Niente di nuovo sotto il sole d'Oriente, dunque, come è ormai tradizione consolidata per questi vertici, utili solo a ribadire che chi dissente, come è avvenuto anche ad Istanbul con un corteo promosso da numerose organizzazioni non governative, viene malmenato e arrestato e chi tace, come la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica, acconsente all'impoverimento del pianeta.

                                                   Luca Deaglio 

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