L'analisi del consumo di alcool in Europa non può prescindere dalla constatazione che le bevande ottenute per fermentazione rappresentano, già nelle civiltà precristiane, una delle fondamenta culturali del vecchio continente, con usi che spaziano da fini medici ad alimentari, ma anche afrodisiaci o di ispirazione artistica, fino a far parte della stessa eucarestia cristiana, oltre al classico e diffuso scopo conviviale.
Il termine "acquavite" con cui si definivano i distillati alcoolici la dice lunga sull'importanza di questa sostanza.

L'Organizzazione Mondiale per la Sanità ha da poco presentato il rapporto 2012 sui consumi di alcool in Europa, con particolare attenzione al danno da abuso e alle politiche da adottare in merito, coerentemente con l'approccio istituzionale al problema che, non senza ipocrisia, mette in risalto gli aspetti negativi dell'alcool e li sanziona da un lato, mentre dall'altro prosegue a incentivarne l'uso e l'abuso come accade per altri prodotti di numerosi settori industriali.

Va precisato che il consumo smodato di alcool ha iniziato ad essere catalogato come malattia, anche da un punto di vista medico-sanitario, solamente nel XX secolo, quando la regolare diffusione di acqua potabile rese non più plausibile l'uso della bevanda alcolica per ragioni di salute.

Con il passare degli anni e la complicata evoluzione delle economie avanzate, il binomio alcool-tabacco è stato sempre più spesso identificato come il perfetto capro espiatorio per numerosi mali della società moderna, pur rimanendo fonte di ingenti entrate per le casse degli Stati e modello comportamentale quasi universalmente seguito dall'adolescenza alla vecchiaia.

Volendo risparmiare al lettore la lunga e non nuova parte riservata alla lotta per limitare il peso sociale dell'alcool, con conseguente elenco di obiettivi raggiunti e da raggiungere, concentriamoci sui dati più strettamente economici (non sempre aggiornatissimi).

Il volume del consumo di alcool nell'UE è stabile ad alti livelli, più del doppio di quelli globali, da diversi anni, con un conseguente numero di morti (Figura 1)pari a 120.000 persone nella fascia tra i 15 e i 64 anni (l'11,8% di tutti i morti in questa fascia d'età).
A questo dato vanno aggiunti gli oltre 4 milioni di casi classificati come DALY (anni di vita persi a causa o di morte prematura o di disabilità) e i 7000 morti e 200.000 DALY causati da danni provocati ad altre persone a causa del consumo di alcoolici. I più alti tassi di mortalità maschile si registrano in Estonia e Lituania, mentre per le donne il vertice è in Romania. Cipro e Malta sono in fondo ad entrambe le classifiche (Figura 2).

Il consumo pro capite (Figura 3) nella medesima fascia di popolazione adulta europea è di 12,5 litri di alcool puro all'anno o 26,9 grammi di alcool puro al giorno (corrispondenti a più di 2 drink standard di 12 grammi di alcool puro al giorno, cioè circa 2 lattine di birra, 2 dl di vino o 2 bicchierini di superalcoolico).
La media globale, di molto inferiore, è di 6,1 litri all'anno (Figura 4): ci sono forti differenze nei vari paesi europei, ma tutti risultano al di sopra di questa media.
In particolare, i consumi sono più elevati nell'Europa centro-orientale ed orientale e più bassi nell'Europa del nord.

Il "consumo non registrato", di per se stesso meno facile da quantificare, contribuisce per il 13% del totale: in questa categoria rientrano per esempio gli acquisti "cross border" in Svezia e in altri paesi nordici, i surrogati dell'alcool nei paesi baltici, la produzione di vino non dichiarata o illegale in alcune zone, a volte, ma non necessariamente, più dannosa per la salute.

 

Da sempre birra e vino si contendono la palma di bevanda più utilizzata, con la prima in posizione di vantaggio negli ultimi anni in seguito a una sua diffusione più capillare anche nei paesi mediterranei e, forse, alla sua maggior sostenibilità sociale e al prezzo più abbordabile
(Figura 5).

Come detto, i paesi orientali e centro orientali dell'UE sono quelli con i consumi di alcoolici più elevati, in parte per tradizione, in parte perché sono i più poveri e gli ultimi arrivati nell'Unione, dove viceversa le politiche tese a contrastare l'alcool sono attive già da decenni
(Figura 6). In questi paesi è diffuso il consumo non registrato e sono più frequenti le occasioni per il cosiddetto "irregular heavy drinking", ossia le sbornie, con i superalcoolici che fanno la parte del leone, anche in paesi più orientati al consumo di birra, come Cechia e Slovacchia, o di vino, come Bulgaria, Romania, Ungheria e Slovenia.

L'Europa centrale e centro occidentale, più ricca e comprendente 5 dei 6 membri fondatori dell'UE, privilegia la birra, con l'eccezione della Francia, e sostanzialmente nelle ultime decadi ha sviluppato un attitudine verso gli alcoolici simile a quella dei paesi mediterranei, sia nella frequenza del bere che nella scarsa accettazione dell'ubriachezza in pubblico, escludendo Irlanda e Regno Unito che sono più vicine ai paesi nordici sotto questo aspetto. Il consumo tende a concentrarsi durante i pasti, ma in ogni caso i problemi legati all'alcool restano maggiori che nell'area mediterranea.

I paesi nordici, come noto, privilegiano per tradizione il consumo di superalcoolici, per quanto quest'usanza pare essersi diffusa solo dopo il 1500 e non abbia dunque radici nell'antichità come il vino nei paesi mediterranei. Il modello prevede saltuarie ma forti "bevute" soprattutto nei weekend o nelle festività e lo stato di ubriachezza è più tollerato che altrove e considerato normale fin quando non sfocia in vera e propria patologia. Il volume totale di alcool consumato è comunque più basso della  media europea.

L'Europa meridionale, per concludere, è la patria del vino, consumato in genere durante i pasti e in quantità costanti ma non esagerate; i volumi, in calo negli ultimi decenni, sono sempre stati alti.
La tendenza alla globalizzazione e all'uniformità dei consumi imposta dalle multinazionali del settore fa sì che nell'area mediterranea siano cresciuti i consumi di birra, mentre al nord è aumentata la diffusione del vino.
Va anche sottolineata la particolarità dell'assenza della concorrenza cinese in questo mercato, forse l'unico ad esserne ancora esente nell'ambito dei beni di consumo.

Il resto del rapporto, come detto, si sofferma lungamente sull'impatto dell'alcool sulla salute, con un dettagliato e macabro elenco di patologie dovute all'alcool, sul peso sociale dell'alcool stesso e le conseguenti campagne di informazione ed educazione da adottare o già in essere per prevenire incidenti stradali, evitare problemi nell'ambiente lavorativo, limitare la disponibilità degli alcoolici e il marketing che ne propugna l'uso, aumentarne i prezzi per renderlo meno appetibile e così via.

Sebbene infatti solo la metà circa della popolazione mondiale beva alcool
(Figura 7), questa rimane la terza causa di danni alla salute o morte prematura dopo le nascite sotto peso e il sesso non protetto e in Europa anche il terzo fattore di rischio per malattie o mortalità dopo tabacco e alta pressione sanguigna.
Manca invece una contro prova sulla situazione opposta: che cosa accadrebbe al mondo occidentale se improvvisamente tutti smettessero di bere?

                                                   Luca Deaglio

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

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