Immersi sempre più in realtà virtuali come lo spread o Facebook, pochi di noi saranno stati a conoscenza del fatto che il 2011 appena trascorso fosse stato dichiarato dall'ONU Anno Internazionale delle Foreste. Anno che si è simbolicamente concluso con migliaia di ettari di bosco divorati dalle fiamme nel parco nazionale della Patagonia in Cile…

Le foreste (Figura 1) rappresentano da sempre una risorsa imprescindibile per le economie delle nazioni, dato il loro ruolo nella produzione di beni, cibo, fonti energetiche, medicinali, oggetti per la casa, materiali da costruzione e di uso industriale, oltre al tradizionale supporto all'agricoltura. La valutazione e l'uso del patrimonio forestale (Figura 2) variano molto a secondo delle epoche storiche e dei diversi interessi locali, nazionali ed internazionali, con conseguenze purtroppo a volte drammatiche a causa dell'incessante sviluppo globale che tende a considerare la diminuzione delle foreste come un processo che può continuare all'infinito.

La deforestazione e la perdita netta di patrimonio boschivo (Figura 3) hanno toccato il loro apice soprattutto negli anni '90 in Africa, Sud America e America Centrale, ma anche l'ultimo decennio ha fatto registrare un saldo assai negativo, con l'eccezione di Europa e Asia.
Dal 2000 ad oggi, infatti, sono andati persi ulteriori 5,2 milioni di ettari di foresta ogni anno, che, sommati a quelli persi dal 1990, raggiungono un totale di oltre 161 milioni di ettari.

Il 94% della deforestazione riguarda le aree tropicali del Brasile, del Congo e dell'Indonesia, alimentando un business speculativo, valutato intorno ai 150 miliardi di dollari all'anno. Proventi e denari di cui gode principalmente una minoranza e solo in minima parte gli abitanti dei territori interessati.

Le cause di quella che è stata una vera e propria devastazione (ben lungi dall'essere conclusa) sono molteplici: la conversione delle foreste ad altri usi più redditizi per l'agricoltura (soprattutto l'olio di palma) e la pastorizia o la crescente urbanizzazione;
gli incendi, gli insetti e le malattie delle piante; la povertà che spesso spinge al consumo sconsiderato di legna da ardere o all'abbattimento illegale, le decisioni di ordine economico che portano a impiantare nuove varietà a scapito delle foreste vergini.

La tutela di questo bene che da sempre convive con lo sviluppo della  razza umana non è quindi un mero esercizio di ideali ecologisti (di per sé comunque già sufficienti a giustificare e sostenere questo impegno), ma un vero e proprio dovere nei confronti dei milioni di persone che dipendono dalle foreste per la propria sopravvivenza e che svolgono un ruolo essenziale nella gestione, nella conservazione e nello sviluppo sostenibile delle foreste mondiali.  Ciononostante, i loro diritti ad usare e trarre beneficio dalle risorse forestali spesso non vengono tenuti nella giusta considerazione, come afferma il recente rapporto della FAO Lo stato delle risorse forestali mondiali , presentato a New York all'inizio dello scorso anno.

Il rapporto FAO, in linea con le attuali esigenze di sostenibilità sociale ed ambientale, vuole soprattutto dimostrare come l'industria forestale moderna
(Figura 4) possa essere parte importante di un'economia "più verde", e come i prodotti legnosi abbiano caratteristiche ambientali finora poco evidenziate, dato che la percezione comune di molti consumatori spesso è offuscata da sensi di colpa nell'usare il legno, ritenendo sbagliato dal punto di vista etico tagliare gli alberi.
Il legno ed i prodotti legnosi, in quanto materiali naturali, provengono da risorse rinnovabili che immagazzinano carbonio, e possono essere riciclati.
L'industria forestale risponderebbe dunque alle odierne preoccupazioni ambientali proprio in quanto cerca di migliorare l'uso delle risorse nella direzione di una loro maggiore sostenibilità, attraverso il reimpiego di materiali di scarto per i propri prodotti, aumentando così l'efficienza energetica e riducendo le emissioni.
 
Ne è un esempio il fatto che nel 2010 il 37 per cento del totale della produzione forestale (Figura 5) è consistita in carta riciclata, scarti di legno e fibre non legnose, e questa percentuale potrebbe arrivare al 45 per cento nel 2030, principalmente in Cina ed India.
 

Inoltre la maggior parte dei prodotti legnosi solidi, come segatura e compensato, vengono attualmente prodotti con un relativo basso impiego di energia,
Molti governi ritengono che l'industria forestale abbia in sé la potenzialità di promuovere una "economia più verde" per esempio mediante l'impiego di bioenergia, di attività di promozione del legno e di nuovi prodotti e biomateriali legnosi.

La domanda che sorge spontanea è dove saranno trovate queste risorse (Figura 6), dato che la domanda mondiale di legno e carta è in aumento ed è addirittura raddoppiata nel corso dell'ultimo decennio, con un grande incremento soprattutto nei prodotti secondari processati. Se è vero che il 2008 e il 2009 hanno fatto registrare un calo nella domanda a causa della crisi economica globale (con pesanti ripercussioni nel settore e conseguente disoccupazione in particolare negli Stati Uniti), d'altro lato la Cina è diventato il primo paese importatore di legname e il primo esportatore di prodotti secondari lavorati al mondo, una tendenza che difficilmente si invertirà nel breve periodo.


Il rapporto FAO sottolinea anche la necessità di interventi sempre più incisivi per proteggere le foreste dagli effetti del cambiamento climatico, oltre che delle spesso scriteriate attività umane
Le discusse decisioni prese a Cancun nel dicembre 2010 sul REDD+ (Riduzione delle Emissioni da Deforestazione e Degrado delle foreste) dovrebbero essere inserite in una più ampia riforma della governance forestale e consentire la partecipazione delle popolazioni indigene e delle comunità locali, rispettandone i diritti.
Secondo il rapporto i paesi dovranno adottare leggi per chiarire i meccanismi non ancora soddisfacenti dei cosiddetti "carbon rights" ed assicurare una distribuzione equa di costi e benefici dai programmi REDD+.


Infatti, mentre gli interventi forestali previsti dal REDD+ per mitigare gli effetti del cambiamento climatico stanno ricevendo attenzione e finanziamenti, il ruolo delle foreste nell'adattamento al cambiamento climatico, pur importante, è stato spesso sottovalutato a livello internazionale.

Adeguate misure forestali adeguatamente finanziate possono aiutare ecosistemi e settori della società particolarmente vulnerabili ai capricci meteorologici degli ultimi anni.  Se per esempio si mettesse un freno all'abbattimento delle mangrovie (un quinto delle quali dal 1980 ad oggi si stima sia andato perduto) si potrebbero proteggere più efficacemente le coste dalle tempeste e dagli tsunami che sempre più spesso e con inusitata violenza le colpiscono. 

Piantare foreste ed alberi a fini di protezione ambientale e per produrre reddito potrebbe aiutare le popolazioni povere che vivono in paesi aridi ad essere meno soggetti alla siccità.  
Tra gli esempi positivi di misure di adattamento nei paesi in via di sviluppo il rapporto cita lo sviluppo e la conservazione delle mangrovie in Bangladesh, la prevenzione degli incendi boschivi a Samoa ed i programmi di rimboschimento ad Haiti e nel Sahel, dove le popolazioni locali stanno portando avanti un programma di coltivazione degli alberi in zone semi desertiche addirittura più ambizioso della Billion Tree Campaign dell'UNEP (United Nations Environment Programme).

Il ruolo delle foreste (Figura 7) nelle moderne politiche ambientali dovrebbe dunque mutare da semplice e inesauribile fonte di legname, a strumento per offrire servizi all'agricoltura e all'industria, favorendone efficienza e processi di modernizzazione tali da contribuire allo sviluppo economico delle nazioni. Allo stesso tempo va accresciuto il ruolo ricreativo, culturale e al servizio del turismo del patrimonio boschivo e delle aree che lo ospitano, fonte di entrate per le popolazioni rurali.

"Senza questa dovuta attenzione alle questioni ed istanze a livello locale, vi è il rischio di corrodere modi tradizionali di vita e minacciare alcune delle foreste tra le più varie dal punto di vista biologico e tra le più importanti dal punto di vista ambientale", conclude il Rapporto.

                                                   Luca Deaglio

 

                                                 

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