La Siberia, fin dall'antichità, era nota col nome di «terra della fame».

Le grandi difficoltà di vita nella taiga e nella steppa siberiana spinsero a un generale disinteresse i cinesi, che per proteggersi dalle scorrerie barbare eressero la grande muraglia per poi, nel 1689, cedere questi territori ai russi.

L'antropizzazione forzata dei piani di sviluppo dell'Unione Sovietica resse fino a quando in Siberia furono garantiti sostegno e agevolazioni economiche, ma con la transizione all'economia di mercato lo spopolamento di queste aree aumentò a ritmi notevoli (Figura 1).

Da più di dieci anni si assiste, però, a un forte interesse cinese, soprattutto per le provincie a nord del fiume Amur. In realtà già nel 1969 Mao Zedong avanzò pretese per parte di quel territorio, mentre oggi si assiste a un consistente flusso di immigrazione cinese, in prevalenza agricoltori e commercianti.

Nel 2003 i cinesi in Russia erano 3,26 milioni di cui i ¾ vivevano in Siberia cui vanno aggiunti gli ingressi con visto turistico. Oltre ai rilevamenti ufficiali sono i numeri degli ingressi clandestini a preoccupare: si stima che lungo il confine ci siano da 300mila al mezzo milione di cinesi irregolari.

Numeri rilevanti che cambiano la fisionomia delle città e che fanno nascere sentimenti xenofobi fra la popolazione al punto di parlare di «minaccia gialla».
Del forte rischio sinizzazione ha parlato anche il Primo ministro Dmitri Medvedev che ha assicurato di «proteggere i territori dall'eccessiva espansione degli stati vicini».

L'entità della pressione demografica è evidenziata dalla disparità dei numeri in gioco.
Le provincie cinesi di Jelin, Heilongjang, Liaoning contano circa 100 milioni di abitanti; dall'altra parte del confine, in Siberia, i russi sono circa 6 milioni con un tasso di migrazione (Figura 2) verso Mosca o l'occidente di 5mila l'anno, flusso demografico che sta spopolando soprattutto le regioni attorno a Primorskie e Vladivostok.

Nemmeno gli assegni familiari quadruplicati sono riusciti a rallentare il calo demografico (Figura 3) nelle regioni orientali, ma a lanciare un grosso allarme è tutta la politica demografica russa.

La Russia storicamente ha sempre lottato con problemi demografici, soprattutto nelle terre del sud e dell'est (Figura 4).
Dai 148,9 milioni del 1993 si è passati a 140 milioni nel 2009 e sono 131 milioni i russi previsti per il 2025 e 111 milioni nel 2050. Trend in costante calo dovuto a un tasso di crescita negativo (Figura 5) e a un basso indice di speranza di vita (soprattutto per i maschi) che hanno fatto registrare nel 2003 un andamento demografico del -0,61% (Figura 6).

 

 

 

Se l'estremo oriente interessa poco ai cittadini russi, attrae i cinesi sia per la produzione agricola e lo sfruttamento della pesca sia per risorse come il legno, oro, diamanti, gas e petrolio.

A Oktjabrskaja, 150 km da Vladivostok, le pianure, dopo l'abbandono russo delle fattorie collettive, sono coltivate da contadini cinesi che qui possono guadagnare fino a quasi il doppio che nel loro paese, così come nei campi oltre il fiume Amur.

Spopolamento russo e immigrazione cinese producono un originale milieu: nella regione di Primor'e, per esempio, le attività economiche cinesi sono il 40% del totale, nella città di Blagovešensk il 10%.  La pesca nelle isole Tarabarov sul fiume Ussuri e il commercio lungo il confine sono ormai in mano ai cinesi.

In questo processo di sinizzazione della Siberia è facile notare anche una linea strategica di Pechino: infatti, società cinesi hanno ottenuto nella regione del Tjumen concessioni per lo sfruttamento industriale di legname su un'area di un milione di ettari e la produzione di carta e cellulosa, in cambio la Cina ha aumentato le importazioni di materie prime russe.

Gli obiettivi del Paese del dragone sono i minerali dei Monti Altai e gli idrocarburi della steppa.
Nuovi gasdotti sono, infatti, necessari per implementare il sistema energetico cinese e in quest'ottica vanno inquadrati il gasdotto Altai (per 30 milioni di m3 di idrocarburi l'anno) e l'Espo che, all'altezza della città di Skovorodino, si biforca per raggiungere dopo appena 70 km la città cinese di Daqing. In cambio la Cina investirà entro il 2020 venti miliardi di dollari tra progetti e importazione di materie prime russe.

L'economia e il commercio della Siberia si stanno sempre più integrando nell'area asiatica, cui geograficamente appartiene, con dinamiche e tempi che sono propri indipendentemente dagli orientamenti politici russi.

Si tratta, quindi di una celata volontà politica cinese o d'inevitabile tendenza del processo demografico umano?

La situazione va oltre la naturale osmosi confinale tra paesi con diverso tenore di vita e grado di benessere, sia per i rapporti di forza, che per l'entità territoriale e gli interessi in gioco.

Anche se, dalle ultime rilevazioni statistiche, il declino demografico russo sembra si stia fermando, si è lontani da un'inversione di rotta della popolazione che da Machiavelli in poi è considerata un fondamentale fattore geopolitico variabile.

                                        Giacomo Mangano

                                      

                                   

 

 

                                          

 

 

                                               

                                                                         

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

Commenti