Le ormai imminenti feste natalizie sono forse l'esempio più universale dell'importanza della tradizione all'interno delle comunità umane. Cerimonie e riti rafforzano da sempre il senso di identità e di continuità con gli ideali degli avi.
Diamo un'occhiata agli usi meno festosi della lontana Europa del nord, la terra di origine di Babbo Natale.

Ogni anno, dall'estate alla fine dell'autunno, circa 1000 delfini (secondo le statistiche, molti di più secondo le associazioni animaliste) sono guidati a riva e crudelmente macellati nelle isole Faroe, un protettorato della Danimarca a metà strada tra le isole Shetland e l'Islanda (Figura 1). Data la distanza di queste isole dal resto del mondo, il fenomeno è rimasto sinora abbastanza sconosciuto ai più e si sono registrate poche proteste nella stessa Danimarca, che non interferisce con le norme e i costumi locali.

Da secoli (Figura 2) gli abitanti di queste isole cacciano i delfini calderoni (detti anche balene pilota) ,  spingendo con i motoscafi interi branchi all'interno di baie destinate alla loro uccisione, dove gli animali vengono trafitti e arpionati dai cacciatori, trascinati sulle spiagge e finiti a coltellate.  Il massacro, un autentico bagno di sangue, viene celebrato in un' atmosfera a metà strada tra la tregenda vichinga e il divertimento carnevalesco e i bambini spesso non vanno a scuola per assistere all'evento e imparare ad essere uomini. Per quanto ognuno possa avere un diverso parere su fatti come questi, in genere indicati come "tradizioni locali", bisogna segnalare che i delfini calderoni sono classificati come "strettamente protetti" dalla Convenzione sulla Conservazione della Fauna Selvatica Europea e degli habitat naturali e che questo tipo di caccia "guidata" è una pratica abbandonata ovunque da decenni e proibita dall'Unione Europea. Non sembrano esserci nemmeno giustificazioni di tipo economico, in quanto nessuno nelle Faroe trae fonte di sussistenza da quest'attività e gran parte delle carni marcisce e viene distrutta non essendo commerciabile all'interno dell'Unione Europea stessa.

Come nel caso della caccia alle foche in Canada, il governo locale si schiera però apertamente a difesa dei costumi nazionali messi in discussione, sostenendo che carne e grasso di balena fanno parte del regime alimentare degli isolani e che il bottino di caccia è largamente condiviso fra i partecipanti alla mattanza e gli abitanti dei distretti dove si trovano le baie, senza alcuno scambio di denaro né trattamenti industriali, cosicché il valore economico di queste carni non risulta come parte del PIL nazionale.

Un documento ufficiale del Dipartimento degli Affari Esteri dedicato al fenomeno, pur riconoscendo che questo tipo di caccia è per sua natura drammatico e sanguinario, sottolinea che l'uccisione mediante coltelli che tagliano le arterie che portano il  sangue al cervello degli animali è il metodo più umano ed efficiente.

Si ammette che sono comprensibili le reazioni suscitate negli altri paesi, soprattutto nelle comunità urbane, di fronte alle immagini che mostrano laghi di sangue e animali aggrediti con furia, ma si sottolinea non senza polemica che la gran parte delle persone che criticano quest'usanza non ha mai assistito ai processi di macellazione delle carni tipiche delle nostre tavole.

Quanto ai rischi per la specie cacciata (Figura 3), il governo delle Faroe sostiene che le riserve sono abbondanti e che la media delle cacce annuali rappresenta meno dello 0,1% delle riserve stesse, come certificato  dalla NAMMCO (la commissione per i mammiferi marini dell'Atlantico del nord) nel lontano 1997. La conclusione è perciò che la tradizione locale è sostenibile.

Purtroppo i tempi dei guerrieri vichinghi sono ormai lontani. Lo stesso governo avverte infatti la popolazione dei rischi legati ad un eccessivo consumo di queste carni, che presentano forti concentrazioni di mercurio dovute all'inquinamento.
Uno studio medico ha messo in correlazione questo tipo di alimentazione con disturbi neurologici dei bambini faroesi.

Gli indigeni sembrano ritenere la caccia alle balene  una cosa positiva per mantenere la tradizione, un'attività che rafforza la loro identità culturale nazionale, giustificandosi così contro le associazioni per la protezione degli animali, come Greenpeace, che giudicano la caccia alla balena come un'inutile insieme di uccisioni fatte per hobby.

Più deboli paiono le giustificazioni di carattere economico. Il governo locale sostiene infatti che le carni di balena hanno un significativo valore economico, in quanto eliminano i costi, anche ambientali, legati all'importazione di pari quantità di cibo. La cattura di 950 balene all'anno (la media dell'ultimo decennio) sarebbe equivalente a circa 500 tonnellate di carne e grasso, il 30% dell'intera produzione di carne nell'isola.

E' naturale che i fieri isolani isolati dal resto del pianeta difendano le loro tradizioni. Nel mondo attuale, però, nessuno alla fine può ritenersi escluso dai potenti mezzi globali.

Insieme ai computer e ai ricevitori satellitari, gli abitanti delle Faroe devono accettare anche lo sguardo di chi vede in queste attività solo dei residui di un passato di sangue e lotta, in cui comunque non era incluso l'aiuto di telefoni cellulari, potenti motoscafi e furgoni pick-up.

Attività che un tempo erano legate alla sopravvivenza stessa di una comunità sono oggi solo più superflue parodie folkloristiche che potrebbero esprimersi sotto forme più intelligenti e adatte ai tempi moderni.

                                                   Luca Deaglio

 

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