"Abbiamo già avuto una rivoluzione in Francia. Se ce ne sarà bisogno ne avremo un'altra. Visto il numero di persone in piazza, dovranno iniziare ad ascoltarci, prima che le cose prendano una brutta piega", ammoniva pochi giorni fa un operaio bretone durante un corteo a Rennes, in una giornata di sciopero che ha coinvolto più di un milione di manifestanti in Francia.

Il direttore generale della World Trade Organization (WTO), da parte sua,  ha dichiarato che "la crisi di oggi si sta diffondendo anche piu' velocemente della Grande Depressione e colpisce piu' paesi allo stesso tempo", aggiungendo che la pace potrebbe essere in pericolo, dato che, fra questi paesi, "Alcuni sono vecchie democrazie,  sufficientemente stabili per superare tali problemi, ma altri stanno per essere di fronte a disordini interreligiosi e conflitti interetnici".

Le cronache di queste ultime settimane, in effetti, riferiscono di scenari non proprio idilliaci in Europa e nel mondo, dal punto di vista dell'ordine pubblico.

A Sofia, in Bulgaria, centinaia di dimostranti si sono scontrati con la polizia, quando un'adunata contro la corruzione e i ritardi nell'attuazione di misure contro la crisi economica si è trasformata in una rivolta di piazza che ha provocato ingenti danni.

Le proteste contro il governo stanno investendo pesantemente la Lettonia, dove violente manifestazioni hanno sconvolto la capitale Riga e lo scontento popolare è in crescita in seguito alla recessione che ha costretto il paese baltico a richiedere dieci miliardi di dollari di aiuti al Fondo Monetario Internazionale e all'Unione Europea.
"Il governo e il parlamento hanno perso il collegamento con i loro elettori", ha dichiarato il presidente Valdis Zatlers. L'economia lettone potrebbe subire una contrazione del 5% quest'anno (Figura 1), dopo che il momento di difficoltà del credito ha posto fine a un periodo di boom nei consumi; a ciò va aggiunta la crisi di credibilità del parlamento, in seguito a numerosi casi di corruzione, che potrebbe portare il paese a nuove elezioni.

Lo sciopero nazionale dei lavoratori dei settori pubblici e privati in Francia è stato la più ampia dimostrazione di dissenso da quando Sarkozy è salito al potere. Anche in questo caso le proteste sono state determinate dall'attuale congiuntura internazionale: si chiede al governo di intervenire concretamente per proteggere salari e posti di lavoro in pericolo.
Le manifestazioni, prevalentemente pacifiche, sono comunque degenerate in scontri con la polizia e violenza urbana, soprattutto a Parigi, a conferma della tensione che serpeggia in Europa.

Gli striscioni evidenziavano le principali ragioni dello scontento: "Non sono i lavoratori a dover pagare per i banchieri", "I capi hanno provocato la crisi, ora ne scontino le conseguenze".
Parte della folla ha tentato di raggiungere il palazzo dell'Eliseo, respinta a manganellate dai reparti anti-sommossa. I generosi aiuti governativi concessi o previsti per il mondo degli affari sono percepiti come un affronto per le migliaia di persone che si sentono minacciate nella loro posizione lavorativa e che faticano a sopravvivere con salari inadeguati già prima dello scoppio della crisi economica, mentre Sarkozy si mostra come al solito convinto della sua linea e non accenna  a ripensamenti.

Queste sono le più recenti esplosioni di rabbia nei paesi europei, e seguono le violente rivolte in Grecia e le proteste in Islanda, paesi più deboli che hanno subito per primi e in modo più preoccupante gli effetti dell'attuale congiuntura negativa (Figura 2). Manifestazioni più o meno violente sono state segnalate anche in Lituania, in Russia (a Mosca e Vladivostok), in Inghilterra contro i lavoratori italiani nel Lincolnshire; uno sciopero del settore pubblico ha messo in crisi anche la Germania, a Pomigliano d'Arco gli operai Fiat si sono scontrati con la polizia.

 

E' forse ancora presto per immaginare una stagione di proteste di massa in tutta Europa (Figura 3) e molto dipenderà dall'evoluzione della crisi e dal suo impatto sui salari e sui posti di lavoro (Figura 4).
Il Rapporto di Gennaio 2009 dell'ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sulle tendenze nell'occupazione globale prevede fino a  50 milioni di disoccupati in più nel mondo nel corso del 2009 (per un totale di circa 200 milioni), anche a causa della flessibilità, sempre più sinonimo di precarietà, del lavoro stesso. Come potrà esserci una ripresa nella domanda mondiale in presenza di questa massa di disoccupati sembra un mistero insolubile (Figura 5).

Prevedibilmente, ci saranno differenze fra i paesi meno avanzati, soprattutto dell'est, e quelli occidentali dove il concetto di benessere non è legato soltanto a criteri economici.

I primi dovranno affrontare un periodo di grave difficoltà, acuita dal fatto che il loro recente e veloce sviluppo si è basato su un liberismo esasperato, privatizzazioni selvagge e prestiti internazionali con il corollario di un fortissimo debito pubblico. Molti beni statali sono stati svenduti alle multinazionali e il Pil è cresciuto a dismisura grazie alle agevolazioni finanziarie concesse agli investitori esteri, ora in difficoltà a causa della recessione mondiale.

Il ritorno a una realtà meno rosea, unito a misure anticrisi che colpiscono in primis salari e pensioni, non sarà indolore per queste democrazie ancora immature e dove l'abitudine alla repressione è ancora lungi dall'essere scomparsa, come si è visto nelle recenti manifestazioni in Lituania e Lettonia o nella stessa Grecia.

I paesi più industrializzati e di antiche tradizioni democratiche dovranno invece superare una prevedibile crisi di ideali, che potrebbe saldarsi con i problemi materiali che coinvolgeranno forse molte fasce sociali.

I valori che da decenni sono accettati come dogmi del mondo occidentale sembrano seriamente minacciati dalla prima vera crisi mondiale. Il liberismo senza controlli che ha portato all'attuale situazione muta geneticamente, con i governi che diventano azionisti delle grandi banche sollevandole dai loro debiti; la libera concorrenza è messa in discussione dalle sovvenzioni statali a settori in crisi, dentro i quali spesso si celano aziende decotte ed imprenditori incapaci od opportunisti; il libero commercio mondiale tende a lasciare il posto a misure protezionistiche; l'ottica cosmopolita e di integrazione razziale si trasforma in ostilità e pregiudizio verso lo straniero. Il tutto condito con la ricattatoria giustificazione di preservare i posti di lavoro e favorire la ripresa dei consumi.

Sugli enormi utili ottenuti da imprese e banche in anni di benessere e di crescita economica, che dovrebbero servire ora ad assorbire gli effetti di un periodo non propizio, il silenzio totale. I deboli pagano e chi ha sbagliato rimane saldamente al suo posto.

Se questa crisi sarà presa come lo spunto per avviare riforme necessarie o se si ridurrà a una semplice restaurazione dei poteri forti a spese della collettività, lo vedremo nei prossimi anni.
Vedremo presto, invece, quale sarà la reazione popolare a questa nuova situazione.
Sono passati ormai trent'anni da quando i Clash, icona della ribellione musicale e culturale punk nell'Inghilterra pre-thatcheriana, incitavano alla rivolta le masse bianche, condannandone la remissività.

Le difficoltà economiche incombenti potranno mettere in pericolo un ordine pubblico che sembra essere rimasto il solo settore ancora in grado di tenere in piedi molte società post-industriali?

                                                   Luca Deaglio



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