Crescita economica e inquinamento

La produzione di biossido di carbonio (CO2) è un aspetto sempre più critico nei processi di sviluppo dei paesi emergenti, che hanno visto crescere rapidamente la produzione industriale e i tassi di urbanizzazione.
Nel 2013 le emissioni di CO2 hanno raggiunto la quota record di 36 miliardi di tonnellate all'anno, con un aumento del 2,1% rispetto al 2012, simile a quello avvenuto nell'anno precedente (+2,1% rispetto al 2011). Si stima che dal 1870 ad oggi, a livello mondiale sia stato emesso un totale di 2.015 miliardi di tonnellate di CO2.
In generale, la quota attuale di emissioni di CO2 è di circa il 60% superiore a quella del 1990, definita come quota base per la lotta all'inquinamento atmosferico dalle Nazioni Unite.
Le due principali economie al mondo, Stati Uniti e Cina, sono anche quelle che maggiormente contribuiscono alla produzione di anidride carbonica a livello globale, con oltre il 40% del totale. (Figura 1).

Dal 2006 la Cina è la principale produttrice di CO2 al mondo, avendo superato gli Stati Uniti (nel 2003 la Cina aveva già superato la produzione totale dei Paesi UE). La Cina ha visto costantemente crescere la sua quota di CO2, mentre la quota di CO2 e di altre sostanze tossiche prodotta dagli Stati Uniti e di altri paesi G7 è sensibilmente diminuita nel corso degli ultimi anni (-3,7% tra il 2012 e il 2013 per gli Stati Uniti; - 1,3% per i Paesi dell'UE28).
Se si considerano le stime relative al 2013, India e Cina hanno visto crescere il loro contributo rispettivamente del 5.9% e del 7,7% rispetto all'anno precedente. Simili trend possono essere rilevati in altre economie emergenti (la Russia ha visto progressivamente crescere le proprie emissioni dal 2005 ad oggi, con una flessione solo nel 2008).
Attualmente, i paesi BRICS sono i principali produttori di CO2 al mondo: se si sommano i valori delle loro emissioni annue di CO2, si arriva a poco meno del 40% del totale mondiale (Figura 2).

Se si considerano i dati relativi alla produzione di CO2 pro capite, emerge un'immagine molto differente, che vede nelle prime posizioni alcuni tra i principali paesi produttori di petrolio e gas. Inoltre, i cittadini di Stati Uniti, Canada, dell'Eurozona e di altri paesi OECD producono livelli pro capite di C02 molto superiori a quelli emessi da Cinesi e Indiani.

Tuttavia, questo aspetto risulta meno rilevante se si considera l'impatto complessivo dell'inquinamento a livello ambientale e comunque, anche a livello pro capite il trend rimane simile: nel 1990, Cinesi e Indiani producevano in media rispettivamente 2,2 m3 e 0,8 m3 di CO2 a testa, mentre i dati più recenti indicano che la produzione è attualmente di 7,2 m3 (+450%) e 1,6 m3 (+100%). In Germania, paese tra i più efficienti al mondo nella riduzione delle emissioni di CO2, il livello di emissioni pro capite dal 1990 ad oggi si è ridotto di quasi un quarto.
I costi legati all'inquinamento ambientale sono spesso enormi: le malattie o le morti causate da inquinamento riducono la popolazione in età produttiva e quindi diminuiscono la produzione economica, oltre a far aumentare i costi per la sanità; il deterioramento delle risorse ambientali limita le capacità produttive di un paese e genera al contempo proteste sociali che possono avere un impatto sulla stabilità politico-istituzionale e persino sfociare in disordini e conflitti; l'inquinamento nel suo complesso costituisce un fardello per le generazioni future in termini di sostenibilità dello sviluppo.

Inquinamento e povertà

Il tema dell'inquinamento è strettamente collegato con quello della povertà e del sottosviluppo. Molti dei paesi più poveri al mondo sono caratterizzati da elevati livelli di inquinamento dell'ambiente (Figura 3).
La povertà determina spesso un aumento dei rischi ambientali a danno delle popolazioni. Un paese povero è spesso caratterizzato da condizioni igienico-sanitarie scarse, dove l'acqua non è potabile e dove la capacità di tutelarsi di fronte alle minacce provenienti da sostanze inquinanti è generalmente di molto inferiore rispetto a quella dei paesi più ricchi e sviluppati. Inoltre, la capacità di questi paesi di produrre l'energia "pulita" necessaria a sostenere processi industriali e di urbanizzazione sostenibili per la popolazione più povera è quasi inesistente. I poveri dipendono infatti da fonti di energia "sporche" per cucinare e riscaldarsi e lo stesso dicasi dei carburanti utilizzati per i mezzi di traporto utilizzati. L'Africa subsahariana è l'area al mondo dove vi è la maggior concentrazione di poveri in termini relativi (40% della popolazione vive con meno di 1,25 US$ al giorno) e dove una buona parte dei paesi della regione, diversamente dai trend in atto a livello mondiale, fatica a intraprendere percorsi di crescita economica stabili e sostenuti. La maggior parte della popolazione rurale in Africa subsahariana, ad esempio, dipende da mezzi di produzione dell'energia di tipo tradizionale, in genere biomasse non trattate o legname, la cui combustione è alla base di un significativo incremento dell'inquinamento ambientale e dei relativi danni alla salute. Si tratta di un paradosso straordinario, se si considera che buona parte dei paesi africani è dotato di risorse idriche tali da poter sviluppare energia elettrica in maniera adeguata e sostenibile al fabbisogno di una percentuale elevata dei loro cittadini. Tuttavia, la persistente instabilità politico-militare, l'assenza di adeguati investimenti infrastrutturali e la storicamente nota cattiva gestione delle risorse pubbliche da parte delle classi dirigenti di molti paesi africani hanno letteralmente "intrappolato" lo sviluppo del continente, almeno fino ad oggi. E' un circolo vizioso che si alimenta costantemente e che rischia di impedire a centinaia di milioni di persone (se si considera solo l'Africa) di poter raggiungere quegli obiettivi di sviluppo che le Nazioni Unite hanno fissato all'inizio del Millennio.

Tuttavia, il tema dell'inquinamento non è un problema solo dei paesi più poveri. Se si prendono in considerazione paesi più virtuosi dal punto di vista politico ed economico-sociale, il quadro sembra non variare di molto. Il Ghana, ad esempio, è uno degli Stati africani portato ad esempio per la prolungata stabilità politico-istituzionale e per la significativa crescita economica che ne ha caratterizzato almeno gli ultimi 15 anni. Il reddito pro capite dei ghanesi, sebbene non comparabile con quello delle economie più sviluppate del continente, è comunque da 4 a 8 volte maggiore dei paesi più poveri della propria regione, l'Africa occidentale. Inoltre, i livelli di sviluppo umano calcolati dalle Nazioni Unite e dalla Banca Mondiale sono considerati medi e ben al di sopra di più della metà degli altri paesi africani. Tuttavia, anche in Ghana il tema l'inquinamento ambientale costituisce una piaga dal notevole impatto in termini igienico-sanitari. Ogni anno il Blacksmith Institute, tra le principali organizzazioni non governative che si occupano di studiare e risolvere il tema dell'inquinamento dei paesi in via di sviluppo, stila una classifica delle aree più inquinate al mondo. Nel 2013 tra le prime 10 località considerate maggiormente a rischio per i livelli di inquinamento, si trova la discarica di rifiuti di Agbogbloshie, un sobborgo della capitale del Ghana, Accra. Questa località, oltre ad aver acquisito il poco encomiabile soprannome di "Sodoma e Gomorra" a causa degli altri livelli di criminalità, è la sede di una delle discariche a cielo aperto più inquinanti al mondo. Ad Agbogbloshie vengono raccolti rifiuti elettronici e tecnologici, in gran parte provenienti dai paesi occidentali attraverso traffici illegali. I materiali depositati sono sfruttati dalla popolazione locale, che ne ricicla i metalli più pregiati, come oro e rame. L'impatto ambientale è di notevoli dimensioni, a causa di pratiche come la combustione dei rifiuti per eliminarne parti in plastica o materiali non riciclabili, con un notevole inquinamento dell'atmosfera, dei laghi e dei corsi d'acqua limitrofi e dei terreni (in gran parte utilizzati per l'allevamento del bestiame).

Inquinamento idrico

I dati più recenti sulla disponibilità e l'utilizzo delle risorse idriche mostrano un'immagine drammatica, mentre stime e previsioni delineano scenari a dir poco preoccupanti.
La disponibilità di risorse idriche è caratterizzata da una grande sperequazione tra le varie regioni che compongono il globo (Figura 4).
Il Medio Oriente, alcune regioni dell'Africa subsahariana e buona parte del continente asiatico sono soggette a enorme stress idrico: entro il 2050 la quota di risorse idriche rinnovabili è destinata a diminuire drasticamente in queste regioni, con aumento significativo del divario con le aree del globo dove la disponibilità di acqua diminuirà molto più lentamente o addirittura aumenterà, come in alcuni paesi dell'Europa orientale.
Le modalità con cui le risorse idriche sono utilizzate nelle varie regioni del globo mostrano un'altra immagine delle diversità nello sviluppo (Figura 5).

Vi sono infatti enormi differenze nell'utilizzo delle risorse idriche tra i paesi più industrializzati ed economicamente sviluppati e quelli in via di sviluppo. In Africa, Medio Oriente e Asia, oltre l'80% dell'acqua è utilizzata per la produzione agricola e solo una minima parte viene utilizzata a fini industriali (Figura 6).
Inoltre, mentre nei paesi OECD la quantità di acqua utilizzata per uso domestico, industriale e per la produzione di energia elettrica è destinato a diminuire nei prossimi 35 anni, nei paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti le previsioni indicando un trend opposto. Secondo le stime delle Nazioni Unite, i paesi BRIICS (Brasile, Russia, India, Indonesia, Cina e Sud Africa) vedranno aumentare i consumi idrici legati allo sviluppo economico, mentre diminuirà la quantità di acqua usata in campo agricolo. La produzione manifatturiera di questi paesi, ad esempio, è destinata ad impiegare risorse idriche in quantità di molto superiori a quelle attuali, con un consumo idrico esponenziale. Simile discorso può essere fatto per quanto riguarda la produzione di energia elettrica.
Se si considera la qualità delle risorse idriche, lo scenario è ancora più critico.
Attualmente oltre 760 milioni di persone a livello globale (circa 1/10 della popolazione mondiale) non hanno accesso a fonti d'acqua incontaminate, con altissimi rischi per la salute, soprattutto dei bambini, delle donne in stato di gravidanza e degli anziani. In Africa subsahariana, la percentuale della popolazione senza accesso all'acqua potabile è di oltre il 30%.
Stime più analitiche mostrano un quadro ancor più negativo: a poco meno della metà della popolazione mondiale non sarebbe attualmente garantito il diritto ad un accesso sostenibile alle risorse idriche.

Processi di urbanizzazione e inquinamento

Dal 2008 la maggior parte della popolazione mondiale vive in aree urbane e le proiezioni delle Nazioni Unite prevedono che entro il 2030 tale quota giunga al 60%. Tuttavia, i livelli attuali di urbanizzazione variano sensibilmente da regione a regione e da paese a paese. Se nelle Americhe i tassi di urbanizzazione medi superano l'80%, ed in Europa sono superiori al 70%, in molte delle aree a maggior crescita economica e demografica del mondo, come in Asia e Africa, la maggior parte della popolazione vive ancora in aree rurali (in Africa la popolazione che vive in aree urbane è di poco superiore al 40%; in Burundi è solo il 12% del totale). E' prevedibile che per questi paesi, il fenomeno dell'urbanizzazione rappresenti una delle principali sfide future. E' indubbio che lo spostamento di milioni di persone ogni anno dalle campagne alle città costituisca un fattore critico se considerato in termini di impatto ambientale e quindi di inquinamento.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la qualità dell'aria nella maggior parte delle città che utilizzano sistemi di monitoraggio e rilevazione dei livelli di inquinamento atmosferico è al di sotto dei limiti stabiliti dalla stessa OMS per salvaguardare la salute di persone e ambiente, mentre molti dei paesi a maggior crescita economica al mondo ospitano agglomerati urbani i cui livelli di inquinamento sono tra i più elevati. La città che attualmente detiene il record negativo in quanto ad emissioni di particelle inquinanti nell'atmosfera è Delhi, la capitale dell'India. Nell'inverno 2013-14 sono stati registrati livelli di PM2.5 60 volte superiori ai limiti previsti (con la sigla PM 2.5 si intendono le polveri di particolato fine con un diametro inferiore a 2,5 µm, ossia un quarto di centesimo di millimetro. Il PM2.5 è considerato un particolato altamente nocivo perché in grado di penetrare profondamente nei polmoni durante la respirazione dalla bocca.) Pechino, altra città caratterizzata da elevati livelli di smog, nei periodi di picco ha registrato livelli di "solo" 400 microgrammi per m3, contro i 575 rilevati a Delhi. Metà delle 20 città più inquinate al mondo si trova in India (Figura 7).

Paradossalmente, il paese che inquina di più al mondo non è presente: nessuna città cinese compare tra le prime 20 città più inquinate al mondo. In realtà, molte città cinesi hanno livelli di inquinamento non molto distanti da quelli relativi alle città indiane ai vertici della graduatoria ed il problema dell'inquinamento urbano rappresenta una vera piaga per la capacità della Cina di garantire uno sviluppo sostenibile alla propria popolazione.
Il governo di Pechino ha recentemente intrapreso una vera e propria battaglia volta a combattere l'inquinamento urbano, nota come "Guerra all'inquinamento". Questo è infatti il termine utilizzato dal Premier cinese Li Keqiang nel marzo scorso. Il governo cinese ha stabilito obiettivi ambiziosi, soprattutto per quanto concerne la lotta all'inquinamento prodotto dalle fonti energetiche, come la chiusura di circa 50.000 fornaci a carbone. Nel mirino delle autorità cinesi ci sono anche i fumi di scarico dei milioni di autoveicoli che quotidianamente contribuiscono ad aumentare le emissioni di particelle nocive a Pechino così come in molte altre metropoli cinesi. Per contrastare l'inquinamento nella sola Pechino, sono stati stanziati 760 miliardi di yuan, l'equivalente di 95 miliardi di euro.

Conclusioni

Il futuro dello sviluppo economico di una larga parte dei paesi emergenti è strettamente legato al successo nella gestione delle esternalità negative ad esso legate, in primis l'inquinamento atmosferico, idrico e dei terreni. Si tratta di una vera e propria sfida per il futuro, che contrappone i problemi di sostenibilità ambientale dello sviluppo, agli alti costi economici che la lotta all'inquinamento comporta e comporterà nei budget di questi paesi. Si pensi che, per il solo continente africano, responsabile di circa il 7% delle emissioni di CO2 dei paesi in via di sviluppo, alcune stime indicano che l'adattamento agli standard internazionali come quelli del Protocollo di Kyoto potrebbe costare, da qui al 2020, tra il 5% e il 10% del PIL continentale.

Commenti (1)

Commenti  

#1 Mariarosa 2014-12-02 16:33
Questo articolo è molto interessante.
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