Una definizione soddisfacente di "sviluppo" non può limitarsi a considerare variabili economiche, ma deve abbracciare un insieme più vasto di misure; nasce di qui l'Indice di Sviluppo Umano calcolato dalle Nazioni Unite al fine di tener conto anche di indicatori di natura sociale, quali l'accesso all'acqua potabile, i diritti umani, e così via. Nella sua forma originaria l'Indice di Sviluppo Umano è basato su una media aritmetica di tre indicatori: il reddito per abitante (calcolato in termini di potere d'acquisto), la speranza di vita alla nascita (ossia gli anni di vita probabile dei nuovi nati) e il livello di istruzione.

Economisti e sociologi hanno cominciato a "giocare" con queste variabili e hanno osservato che alcune di queste sono (per ora) misteriosamente correlate con grandezze di tipo geo-climatico. Sembra quindi degno d'interesse analizzare in questa prospettiva anche l'Indice di Sviluppo Umano nel suo complesso. Consideriamo innanzitutto il mondo nel suo complesso, rappresentato in Figura 1 da un campione formato da 135 paesi. La variabile geo-climatica qui considerata è la temperatura media annua misurata nella capitale o nella zona economicamente più significativa del Paese (così, ad esempio, per il Pakistan è stata considerata la temperatura di Karachi e non quella di Islamabad; per la Turchia quella di Istanbul e non di Ankara, e così via).

Anche se non molto forte, la correlazione negativa tra le due grandezze risulta evidente: là dove le temperature medie sono più elevate l'indice di sviluppo umano è mediamente inferiore.

Una facile obiezione di fronte a questo grafico, comunque, potrebbe essere che le nazioni calde si trovano per la maggior parte in Africa e il termometro quindi non farebbe altro che rappresentare un dato geografico. Per questo motivo la Figura 2 restringe l'indagine alla sola Europa Occidentale e si nota immediatamente che la correlazione negativa è sempre presente e semmai più evidente, pur avendo i Paesi considerati strutture economiche piuttosto simili. La classifica è guidata in modo abbastanza compatto dalla Scandinavia, mentre i Paesi mediterranei (che ovviamente sono i più caldi) presentano valori di sviluppo umano relativamente bassi. L'Europa Centro-Occidentale ed Insulare (Regno Unito ed Eire) si posizionano su valori intermedi.

Diventa interessante a questo punto lanciare uno sguardo anche sull'Europa Orientale, per oltre un quarantennio feudo dell'URSS (e per questo motivo zona omogenea sotto diversi aspetti), e sugli Stati nati dalla dissoluzione dell'URSS (Figura 3). Seppure meno forte, il risultato che se ne ricava è sempre simile: Paesi mediamente più caldi presentano livelli di sviluppo umano più bassi, anche se, a parità di temperatura, i livelli di sviluppo umano del blocco ex-sovietico sono sensibilmente inferiori rispetto a quelli dell'Europa Occidentale.

In realtà non è chiaro né agli economisti né ai sociologi quale sia la spiegazione scientifica del fenomeno, né se la correlazione evidenziata sia spuria o meno. Alcuni sostengono che il caldo sfavorisca la produttività del lavoro e quindi non aiuti l'economia a crescere; da qui deriverebbero anche le altre deficienze sociali che determinano un basso valore dell'Indice di Sviluppo Umano.

Le conclusioni di questo breve, ma lievemente inquietante, discorso sono soprattutto dei punti interrogativi. Il primo è questo: se si va verso un  innalzamento globale della temperatura (vedi la scheda sulle anomalie climatiche) ci sarà anche una riduzione dello sviluppo? Si è indotti a rispondere di sì, non solo per queste correlazioni ma anche per la necessità di maggiori e diversi costi di adattamento. Ma allora - ed ecco il secondo interrogativo - i paesi caldi sono condannati? A conclusioni (non universalmente accettate) di questo tipo è giunto l'economista americano Jeremy Sachs esaminando, in un ampio arco storico, i paesi subtropicali. Questo comporterebbe un aumento della pressione migratoria verso i paesi avanzati.

Si tratta naturalmente di risposte provvisorie che devono essere ampliate, confermate o magari smentite. Ma questa è comunque una dimensione della nostra vita; sbaglieremmo a non tenerne conto.

                                               Matteo MIgheli

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