Sono in molti a ritenere che da questa crisi economica il mondo uscirà, almeno in parte, cambiato. Non tanto, forse, per quanto riguarda i rapporti Stato-Mercato (si pensi alla nuova regolamentazione finanziaria di Basilea 3), quanto per l'evoluzione della mappa geo-economica globale e per i riflessi di tale processo sui meccanismi di governance. 

Nel mezzo di tali trasformazioni ci siamo chiesti quale sia stato l'impatto della crisi sui paesi meno sviluppati.

Un primo effetto della crisi è stato senz'altro quello di accelerare ed accentuare un processo già in atto, ovvero l'emergere dei BRIC - Brasile, Russia, India, Cina -  come nuovi protagonisti dell'economia (politica) globale.
In particolare, le ultime stime di crescita evidenziano come, di fronte ad una generale flessione delle economie avanzate nel 2009 - con performance particolarmente negative per Giappone (-5.2%), Italia (-5.0 %), Regno Unito (-4.9%) e Germania (-4.7%) - Cina ed India abbiano continuato a crescere a tassi sorprendenti, 9.1 % e 5.7 % rispettivamente (Figura 1).

Rispetto al periodo pre-crisi, e tenendo in considerazione le diverse proiezioni di crescita per i prossimi anni, le ipotesi di "sorpasso" dei BRIC sui paesi membri del G6 -  USA, Regno Unito, Giappone, Francia, Germania e Italia - dovranno probabilmente essere riviste a favore dei primi (Figura 2). D'altronde, la recente decisione del G20 di riallocare a loro favore il 6% dei diritti di voto all'interno del FMI - ora adottata dal board del FMI stesso - non è che un primo riconoscimento della mutata distribuzione di potere economico a livello internazionale.

Se l'ascesa dei BRIC ha dominato la scena, minore attenzione è stata invece dedicata all'impatto della crisi economica sui paesi in via sviluppo a basso reddito (LDCs), ossia i paesi più poveri. Istintivamente si potrebbe pensare che siano stati proprio questi paesi a pagare il prezzo più alto a causa della recessione globale, tuttavia i loro tassi di crescita durante la crisi sembrano raccontare una storia in parte diversa (Figura 3). Secondo uno studio dell'UNDP (United Nations Development Programme) sono tre i canali principali attraverso i quali gli effetti della crisi avrebbero potuto trasmettersi anche a queste aree: flussi finanziari, commercio e rimesse degli emigrati. A questi occorre poi aggiungere una quarta dimensione, relativa alla possibile contrazione degli aiuti da parte delle economie più sviluppate.   

Per quanto riguarda i canali finanziari occorre segnalare come generalmente i paesi meno sviluppati siano scarsamente esposti a strumenti finanziari complessi, e quindi abbiano subito in misura minore i contraccolpi dei collassi bancari occidentali. Tuttavia, l'analisi dei flussi degli investimenti esteri diretti verso questi paesi (Figura 4) evidenzia nel 2009 un calo generalizzato per tutte le aree; anche se più tardivo e più contenuto rispetto alla media globale, tale calo inverte la tendenza positiva degli ultimi anni.  

I dati commerciali mostrano andamenti analoghi. La crisi ha infatti segnato una battuta d'arresto in quello  che appariva come un vero e proprio boom commerciale dei LDCs degli ultimi anni. Un boom dovuto in particolare all'incremento della domanda - e quindi anche dei prezzi - per le materie prime, in gran parte dovuta alla crescita cinese. La flessione subita dalle esportazioni dei LDCs nel 2009, sebbene rifletta l'andamento globale, dovrebbe quindi essere superata più rapidamente grazie al traino di Pechino.  

 

Per quanto riguarda l'export dei servizi, che nei LDCs si riducono sostanzialmente alla sola categoria del turismo, molto dipenderà invece dalla ripresa delle economie più avanzate - anche in termini di riassorbimento della disoccupazione.

La forte recessione sperimentata dalle economie avanzate ha avuto un effetto anche per quanto riguarda le rimesse degli immigrati verso i paesi di origine. Nel 2009 si registra infatti una contrazione del 6% (dai 336 miliardi di dollari del 2008 ai 316 del 2009), che inverte il precedente trend di crescita a doppia cifra (Figura 5).

La riduzione risulta particolarmente forte in America Latina, Europa ed Asia Centrale, aree che hanno maggiormente subito la "frenata" di Europa e Stati Uniti, con conseguente crescita della disoccupazione. In questa prospettiva, il dato positivo registrato dal sud est asiatico riflette le straordinarie performance dell'economia cinese ed indiana. Da segnalare come per alcuni paesi in via di sviluppo quella delle rimesse non sia affatto una questione marginale, ma sia al contrario divenuta una voce cruciale del bilancio statale (Figura 6); secondo le ultime stime nel 2010 le rimesse sono tornate a crescere, ma a livelli ben lontani da quelli pre-crisi.


L'ultimo aspetto, ma non certo in ordine di importanza, riguarda la possibile contrazione degli aiuti allo sviluppo da parte delle economie avanzate. In un momento di recessione e forti difficoltà dell'economia domestica, alcuni governi potrebbero infatti cedere alla tentazione di operare dei tagli sulla cooperazione, nonostante gli impegni assunti in sede bilaterale e multilaterale.

I dati presentano tuttavia una situazione in chiaroscuro (Figura 7): mentre in alcuni paesi si registrano riduzioni drastiche ( Austria -31,2%, Italia -31,1%, Irlanda -18,9%), altri hanno mantenuto se non addirittura incrementato - quantomeno in rapporto al PIL, decrecente -  i contributi rispetto al 2008 (Norvegia +17,3%,  Francia + 16,9 %, Regno Unito +14,6%, Finlandia +13,1%). Nel complesso, si registra quindi un sostanziale mantenimento degli aiuti, sebbene molti paesi rimangano ancora molto lontani dall' obiettivo ONU di destinare allo sviluppo il 0,7% del pil (Figura 8).  

Complessivamente, i dati qui analizzati consentono di fare alcune riflessioni sul rapporto tra crisi economica globale e paesi meno sviluppati. Innanzitutto, sembra almeno in parte smentita la cosiddetta tesi del "decoupling", ossia dello progressivo sganciamento del resto del mondo dagli andamenti delle economie più avanzate. Sebbene i tassi di crescita continuino a registrare andamenti diversi, attraverso i canali che abbiamo visto la crisi "del Nord del Mondo" ha finito per trasmettersi anche alle aree economicamente più periferiche.

Se anche per i LDCs l'impatto della crisi è stato - o sarà - in parte alleviato dal ruolo trainante dei BRIC, è probabile che questo finirà per avere dei riflessi in termini geopolitici. In tal senso, il mantenimento degli impegni occidentali in termini di assistenza allo sviluppo (al di là dell'imperativo morale di sostenere economie in cui la differenza di un punto percentuale del Pil può significare letteralmente la differenza tra la vita e la morte per migliaia di persone) dovrebbe essere considerato sempre più come un imperativo strategico.

                                                    Enrico Fassi

 

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