Il protrarsi della crisi finanziaria, che ha messo alle strette gran parte delle economie mondiali, ha avuto prevedibili ricadute negative anche sulla lotta alla fame nel mondo, vanificando così di fatto il primo dei Millennium Development Goals (sradicare la povertà estrema e la fame nel mondo, riducendo della metà, fra il 1990 e il 2015, la percentuale di popolazione toccata da questo problema), che tutti i 193 stati membri dell'ONU si erano impegnati a raggiungere per l'anno 2015.
Nonostante gli sforzi internazionali per affrontare l’insicurezza alimentare, infatti, circa 108 milioni di persone hanno dovuto fare i conti con tale grave situazione nel 2016, un drammatico aumento rispetto agli 80 milioni del 2015, secondo il primo Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari 2017.
Il rapporto, la cui compilazione ha richiesto l’integrazione di diverse metodologie di misura, è il frutto di una nuova e politicamente innovativa collaborazione tra l’Unione europea, l’USAID / FEWSNET (Famine Early Warning Systems Network, organismo della US Agency for International Development creata nel lontano 1961 da John F. Kennedy), le istituzioni di sicurezza alimentare regionali, e le agenzie delle Nazioni Unite, tra cui la FAO, il WFP (World Food Programme) e l’Unicef.

Il nuovo approccio intende forse tentare di rinnovare l’interesse per un fenomeno che, anche mediaticamente, è passato in secondo piano negli ultimi anni, offuscato da temi di maggior presa, come il terrorismo o gli sbarchi dei migranti, mentre il costante aumento delle difficoltà economiche nei paesi ricchi non ha certo giovato alla causa di quelli poveri.
Come e più che in passato, alcune popolazioni devono affrontare gravi difficoltà nella produzione e nell’accesso al cibo soprattutto a causa di conflitti, di prezzi alimentari esorbitanti e di condizioni atmosferiche avverse. I conflitti civili in particolare sono attualmente responsabili di ben nove delle dieci peggiori crisi umanitarie (Figura 1), ma anche la siccità e le precipitazioni irregolari causate da El Niño, fenomeno anch’esso trascurato ma particolarmente intenso nel 2015/16 e che potrebbe ripresentarsi a metà del 2017, destano preoccupazione. Un circolo vizioso fa sì che la fame aggravi le crisi, creando maggiore instabilità e insicurezza, anche nei paesi o territori che ospitano i profughi.


Le situazioni più critiche ad alto rischio di carestia nel 2017 - classificate nella fase 3 IPC (Integrated Food Security Phase ClassificationFigura 2), cioè come vere e proprie crisi - riguardano Sud Sudan, Somalia, Yemen e il nord-est della Nigeria (Figura 3). Ma anche Iraq, Siria (compresi i rifugiati nei paesi limitrofi), Malawi e Zimbabwe necessitano di interventi immediati e sostanziali , visto che il livello di sicurezza alimentare in questi paesi continuerà a peggiorare nei prossimi mesi, secondo il Rapporto.
L’insicurezza alimentare è infatti reputata grave quando la malnutrizione è così acuta da costringere le persone a consumare le sementi, il bestiame e i beni agricoli che sarebbero necessari per produrre cibo in futuro, pur ricevendo aiuti e assistenza esterna evidentemente insufficienti. Il passo successivo è la fame assoluta, in mancanza di azioni rapide e mirate.
In particolare, gli aiuti di estrema emergenza riguardano 14,1 milioni di persone in Yemen, 7 milioni in Siria, 4,7 milioni nel Nord-Est della Nigeria e 2,3 milioni in Burundi.
In Somalia, l'insicurezza si è unita a una drammatica e continua condizione di siccità, con il rischio di coinvolgere 2,9 milioni di persone (25 per cento della popolazione) che potrebbero morire di fame già nel 2017, oltre ad altri 3 milioni in difficoltà, per un totale che supera del 60 per cento quello del 2014: oltre 400.000 persone sono già state classificate in fase 4 IPC.
In Sud Sudan, le ultime analisi stimano al rialzo la cifra di 4,9 milioni di persone (42 per cento della popolazione) prossime alla carestia, e circa 100.000 sono già nella catastrofica fase 5 IPC: l'insicurezza alimentare è aumentata notevolmente dall'inizio del conflitto civile nel dicembre 2013 e ha raggiunto livelli record nel 2016 e nel 2017
Come detto, oltre alla Somalia, l’influenza negativa di El Niño (Figura 4), che ha causato la più secca stagione delle piogge degli ultimi 35 anni, colpisce fortemente le comunità del Corno d’Africa e del sud ed est dell’Africa in generale (Figura 5), soprattutto in Etiopia, Madagascar (quasi un milione di persone nel sud), Malawi (6.7 milioni) e Zimbabwe (4.1 milioni), con previsioni preoccupanti anche in Kenya. L’impatto sulla produzione agricola, aggravato dalla crisi economica di molti Paesi, ha causato scarsità di approvvigionamenti nel 2016 e aumento dei prezzi del cibo: il mais ha raggiunto livelli record in Lesotho, Malawi, Mozambico e Swaziland e il deprezzamento delle valute locali rende difficili anche le importazioni.
L'insicurezza alimentare si è intensificata anche in Angola, Botswana, Namibia, Sudafrica e Zambia, dove però una miglior capacità di rispondere agli shock ha contribuito a evitare una crisi.
In Africa centrale e orientale le problematiche alimentari allarmanti condizionano gravemente, oltre al Burundi, anche le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e della Repubblica Centrafricana.

Un caso emblematico è la crisi che sta colpendo le popolazioni delle zone rurali del bacino del Lago Ciad (Figura 6), già tormentate dal violento conflitto scatenato da Boko Haram, dovuta a decenni di abbandono, mancato sviluppo e all'impatto dei cambiamenti climatici. Circa 7 milioni di persone sono a rischio di grave insicurezza alimentare in quest’area che include parti del Camerun, del Ciad, del Niger e il nord-est della Nigeria, il caso più drammatico con circa 50.000 persone colpite dalla carestia. Dal 1963, il Lago Ciad ha perso circa il 90 per cento della sua massa d'acqua, con conseguenze devastanti per l’alimentazione e per i mezzi di sussistenza delle popolazioni che dipendono dalla pesca o dalle attività agricole che utilizzano l'acqua del lago per l'irrigazione, il cui numero ha continuato ad aumentare, comprendendo anche oltre due milioni di sfollati dalle aree maggiormente colpite dal conflitto.

In Asia sono soprattutto i conflitti di lunga data a creare seri problemi alimentari. In Afghanistan, oltre 8,5 milioni di persone (quasi il 32 per cento della popolazione) sono classificate in fase 3 o 4. In Iraq l’insicurezza alimentare è estremamente volatile, riflettendo le dinamiche dei conflitti in corso: circa 2,4 milioni di persone sono toccate dal fenomeno, cifra che sale a 7 milioni in Siria, dove, come noto, il conflitto si è inasprito a livelli ormai fuori controllo e a ben 14 milioni in Yemen, paese meno sotto i riflettori, ma dove gli scontri armati hanno praticamente distrutto l’economia e le infrastrutture, accompagnati, come se non bastasse, da inondazioni e da un’invasione di locuste.
Dopo 25 mesi di conflitto lo Yemen è in piena emergenza umanitaria. L'ennesima denuncia è giunta in questi giorni da Medici senza Frontiere (Msf) che spiega come "tutti gli attori in guerra stiano compiendo attacchi indiscriminati senza alcun rispetto per i civili, gli ospedali, le scuole e i mercati. Le strutture di Msf sono state colpite quattro volte tra ottobre 2015 e agosto 2016, tanto da portare all'evacuazione temporanea delle nostre équipe dal nord del paese".
L’elenco degli orrori in questa guerra dimenticata comprende oltre seimila morti, 2,5 milioni di sfollati, abusi, crimini di guerra, campi profughi bombardati e oltre 1.000 bambini uccisi nei raid e sono stati accertati anche casi di colera. “Una catastrofe umanitaria senza precedenti”, ha dichiarato di recente Stephen O’Brien, vice segretario per gli affari umanitari delle Nazioni Unite.

I problemi, soprattutto di siccità causata da El Nino, non mancano anche nei Caraibi e nell’America centrale, in particolare in Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua, ma in particolare nella sventurata Haiti dove l’uragano Matthew ha colpito pesantemente nel 2016 oltre 2 milioni di persone, lasciandone gran parte alle prese con la fame. In prospettiva futura, potrebbero sorgere problemi simili anche in Venezuela, vista la drammatica situazione socio-economica in cui si trova attualmente il Paese.
L’UE ha stanziato 550 milioni di euro nel 2016, più altri 165 milioni nel 2017 per affrontare la carestia e la siccità nel Corno d’Africa , al fine di dare un seguito concreto agli impegni assunti in occasione del primo Vertice Umanitario Mondiale di Istanbul del maggio 2016, dove 50 leader mondiali e circa 5.000 parti interessate del settore umanitario si sono posti l'obiettivo di passare da un approccio basato sulla risposta a situazioni di crisi a un approccio che miri alla gestione efficace della prevenzione e dell'azione tempestiva e al sostegno della resilienza e dell'autonomia.
In tutto il mondo, oltre 125 milioni di uomini, donne e bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria di vario genere e, nonostante l'offerta di contributi sempre più ingenti degli ultimi anni (Figura 7), i donatori non possono provvedere completamente alle crescenti esigenze umanitarie; a tal fine si è deciso di garantire un meccanismo di finanziamento efficace ed efficiente per colmare il deficit di 15 miliardi di USD, suggellato dal cosiddetto "grande patto" (Grand Bargain), della cui solennità si giudicherà in futuro...

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