Nel Settembre 2000, in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i leaders mondiali lanciarono un ambizioso piano di azione contro la povertà e il sottosviluppo, fissando otto obiettivi generali, definiti come “obiettivi dello sviluppo del millennio” (Millennium Development Goals, o MDG).
Il raggiungimento di tali traguardi entro il 2015 permetterebbe di migliorare le condizioni di larga parte della popolazione mondiale, in termini reddituali, nella condizione di accesso ai servizi sanitari e all’istruzione, e, in ultima analisi, nella stessa aspettativa di vita. Ciascuno degli otto obiettivi generali (goal) si traduce in uno o più obiettivi specifici (target)
-Figura 1-, che consentirebbero, diversamente da precedenti proclami rimasti spesso confinati al rango di buoni propositi senza che essi fossero accompagnati da concrete politiche attuative, la misurabilità degli sforzi fatti.  Ad esempio, lo sradicamento della povertà avrà fatto passi avanti se, nel 2015, sarà stato dimezzato il numero delle persone che, nel 1990, vivevano con meno di un dollaro al giorno; la mortalità infantile sarà ridotta se sarà stato abbassato di due terzi, sempre rispetto al 1990, il tasso di mortalità tra i bambini al di sotto dei cinque anni e così via.

Gli MDG dovrebbero ispirare l’azione di tutti gli enti, nazionali e internazionali, pubblici e privati, chiamati a gestire programmi per lo sviluppo. L’agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) stima che, qualora fossero raggiunti gli MDG, 500 milioni di persone si lascerebbero alle spalle l’estrema povertà, più di 300 milioni non soffrirebbero più per mancanza di cibo, 30 milioni di vite di bambini sotto i cinque anni sarebbero salvate, insieme a quelle di 2 milioni di madri, mentre 350 milioni di persone in meno sarebbero senza acqua potabile e 650 milioni di individui in più avrebbero accesso alla sanità di base.

Le Nazioni Unite hanno formulato dieci raccomandazioni (Figura 2), che dovrebbero essere seguite come mezzi per raggiungere gli MDG. Tali raccomandazioni sono fortemente ispirate al c.d. post-Washington consensus, che ha ottenuto una consacrazione ufficiale nel Rapporto 2002 della Banca Mondiale, Building Institutions for Markets, e che sta alla base anche delle conclusioni (note come Monterrey consensus) della conferenza internazionale sul finanziamento per lo sviluppo, tenutasi nel marzo 2002 in Messico, a Monterrey. Il nucleo di partenza delle dieci raccomandazioni è che le strategie di riduzione della povertà adottate dai Paesi in via di sviluppo sulla base degli MDG dovrebbero essere attuate in un quadro di rafforzamento della governance (liberalizzazione, partecipazione pubblica e democratizzazione, privatizzazione delle proprietà statali e assenza di corruzione che dovrebbero portare allo sviluppo economico)  e della capacità istituzionale. Strategie da attuare attraverso processi trasparenti ed inclusivi, con la partecipazione della società civile e nel rispetto dei diritti umani, cercando di iniziare a risolvere, con azioni di grande impatto, le situazioni di estrema povertà e degrado e investendo nelle infrastrutture. Dal canto loro, i Paesi ad alto reddito dovrebbero aumentare il proprio aiuto finanziario dallo 0.25 per cento del PNL nel 2003 allo 0.7 per cento nel 2015, premiando i Paesi caratterizzati da buona governance (c.d. Paesi fast-track).

Come si vede, quindi, gli MDG sanciscono la raggiunta consapevolezza, a livello internazionale, della necessità di adottare un approccio olistico alle politiche di sviluppo, traendo insegnamento dagli errori del passato, quando troppo spesso la mancanza di coordinamento tra enti erogatori e istituzioni riceventi ha generato episodi di corruzione, anche su larga scala, o di realizzazione di vere e proprie “cattedrali nel deserto”, quali ad esempio edifici scolastici rimasti vuoti in assenza di vie di comunicazione adeguate che permettessero l’accesso degli alunni dai villaggi vicini. In effetti, gli MDG sembrano adottare un approccio allo sviluppo che non abbia più come obiettivo solo l’innalzamento del reddito della popolazione, ma anche il miglioramento delle condizioni di vita e di salute, soprattutto a partire dall’infanzia, generando speranza in un futuro migliore. Di tale strategia dovrebbe beneficiare soprattutto l’Africa sub-sahariana, che, come si vede (Figura 3 e Figura 4), è il continente dove si registrano i più alti tassi di mortalità infantile e di mortalità delle madri (in quest’ultimo caso, anche l’India presenta un dato drammatico).

Nel corso dell’estate 2007, a metà strada esatta tra il lancio dell’iniziativa e l’anno fissato per il raggiungimento degli obiettivi, si è cominciato a trarre un primo bilancio degli sforzi compiuti. Malgrado la sussistenza di enormi sacche di disperazione, si sono fatti dei progressi nella lotta alla povertà, e soprattutto grazie alla crescita miracolosa di due giganti economici quali India e Cina, il primo obiettivo del millennio dovrebbe essere raggiunto. La percentuale della popolazione su scala mondiale che vive con meno di un dollaro al giorno è passata dal 32% del 1990 al 19.2% del 2004, e dovrebbe scendere al 16% nel 2015 (Figura 5). 

 

Tuttavia, da un lato esiste un problema generale, riguardante l’effettiva possibilità di misurare l’avvicinamento agli obiettivi, mentre d’altro canto è vero che la riduzione della povertà non è uniformemente distribuita sulle diverse aree geografiche. Infatti, ad esempio, soltanto 57 su 163 Paesi in via di sviluppo hanno censito i poveri più di una volta dal 1990, e 92 non li hanno affatto censiti. Invece, mentre in Asia Orientale la percentuale di popolazione che vive con meno di un dollaro al giorno è passata dal 1990 al 2001 dal 30 al 15% della popolazione totale, in linea con il primo MDG e in anticipo sulla scadenza del 2015, in Africa sub-sahariana tale percentuale è addirittura aumentata, dal 45 al 46%. In America Latina il quadro è sostanzialmente stabile, e si comincia a registrare un leggero miglioramento  anche in Asia meridionale.

Solo negli ultimi anni la situazione africana, in generale, sembra avere timidamente invertito una rotta che sembrava in costante arretramento sul sentiero dello sviluppo: il tasso di estrema povertà è passato dal 46% nel 1999 al 41% nel 2004, ma si è ancora ben lontani dall’obiettivo del 22% fissato per il 2015. Nemmeno sembra possibile che l’Africa raggiunga gli altri obiettivi: ad esempio, la proporzione dei bambini sotto i cinque anni malnutriti (Figura 5) è diminuita di solo quattro punti percentuali dal 1990 al 2005, dal 33% al 29%, e sarà difficile raggiungere l’obiettivo dell’istruzione primaria universale, anche se il tasso di iscrizione alla scuola primaria è aumentato dal 57% del 1999 al 70% del 2005. 

Negli ultimi anni, peraltro, Paesi africani come il Mali e l’Etiopia sono stati celebrati dai donatori internazionali come modelli da seguire, poiché presentano governi stabili, relativamente poco corrotti, ed attenti ai fabbisogni primari della popolazione. D’altro canto proprio il caso etiope, che recentemente (a causa del progressivo autoritarismo del regime e a causa della crescente violazione dei diritti umani) ha attirato le critiche degli stessi Paesi che fino a ieri lo lodavano, dimostra come sia difficile per i Paesi in via di sviluppo seguire i dettami del post-Washington consensus ed assicurare al contempo stabilità politica, trasparenza, democrazia e ordine sociale. Nel contesto africano, infine, occorre segnalare il sempre maggiore coinvolgimento nell’aiuto allo sviluppo, accanto alle istituzioni pubbliche (governi, agenzie ONU, banche di sviluppo), di enti privati (ONG, banche private, fondi di investimento e fondazioni): come esempio, si può senz’altro ricordare il notevole sforzo, coronato da significativi successi, compiuto da Bill Gates, con la fondazione Bill e Melinda Gates, per sviluppare e testare in Mozambico i primi vaccini sperimentali contro la malaria.

 In sostanza, gli MDG attualmente sono divenuti il leitmotif delle politiche internazionali dello sviluppo, grazie al sostegno di importanti voci intellettuali quali quella dell’economista Jeffrey Sachs, consigliere speciale delle Nazioni Unite su questi temi e direttore del Millennium Project delle Nazioni Unite. Tuttavia, gli obiettivi del millennio sono stati anche criticati, perché ad essi sarebbe sottesa l’idea (sbagliata) che lo sviluppo economico consista in un processo tecnocratico, in cui gli input si trasformerebbero automaticamente in output (misurabili). Se ciò infatti è vero per la costruzione di una strada, o la distribuzione di zanzariere per combattere la diffusione della malaria, è più difficile, date le condizioni sul campo (si pensi ad esempio alla mancanza di registrazione dei dati medici negli ospedali), misurare gli sforzi di un esercito di medici, infermieri, insegnanti, all’interno di comunità caratterizzate spesso, oltre che da cronica povertà, da instabilità politica e sociale, accompagnata a volte da rivendicazioni di carattere etnico. In alcuni casi, addirittura, la “comunità” che dovrebbe essere coinvolta nella gestione dei progetti, è creata artificialmente dai donatori, che scrivono rapporti in cui questo vocabolo è spesso usato (e abusato), e che di una “comunità” hanno bisogno per dimostrare, rispettando le proprie scadenze politiche e finanziarie, che i propri aiuti raggiungono davvero i bisognosi, e non si perdono nelle casse dei funzionari statali. A volte, paradossalmente, questa insistenza sulle “comunità” crea o rafforza delle vere e proprie mafie locali, che facilmente possono sorgere attorno a clan tribali, dinastici o etnici.

Di fronte agli MDG, in altre parole, ci si chiede ancora se strategie concepite dai Paesi industrializzati, in un contesto di mercato e democrazia, e proposte ai Paesi in via di sviluppo possano avere successo in questi ultimi, mentre è noto che né i Paesi sviluppati all’inizio del loro decollo economico né Paesi di recente successo quali la Cina presentavano quadri istituzionali e sociali in linea con le raccomandazioni del post-Washington consensus.  Nonostante questi pericoli, l’accento sulla lotta alla povertà, alla malnutrizione, e l’incoraggiamento all’accesso all’istruzione ed alla sanità di base, in un contesto di sviluppo globale, è sicuramente un merito degli MDG, malgrado precedenti fallimenti di campagne simili lanciate dalle Nazioni Unite negli anni ’70 e ’80 giustifichino un certo scetticismo, che tuttavia non esonera gli uomini politici, le società, e gli individui di tutto il mondo dalle proprie responsabilità.

                                            Giuseppe Gabusi

 

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