William F. Warren , scrittore e studioso americano, primo rettore della Boston University, individuava, in un suo libro del 1885, nel Polo Nord la sede dei giardini dell'Eden, ossia il Paradiso terrestre. La vasta regione che circonda il Polo, l'Artide, non è in realtà mai stata sotto il dominio politico di alcuna nazione, a causa delle condizioni climatiche non adatte all'uomo, che si è finora limitato a condurre esperimenti e attività militari, soprattutto durante la guerra fredda.

Pur lontano dagli occhi e da molti cuori, l'Artico ha grande valore strategico ed economico per i paesi che vi si affacciano, cioè Stati Uniti, Canada, Russia, Danimarca e Norvegia, i quali dispongono già di una zona economica esclusiva entro 370 chilometri dalle loro coste (Figura 1). Tuttavia ogni stato ha la possibilità di estendere i suoi diritti di sfruttamento, se dimostra che la sua piattaforma continentale va oltre gli attuali limiti.
A tale scopo, la Russia ha inviato lo scorso anno una missione scientifica ufficiale nel Mar Glaciale Artico che, dopo aver percorso per circa due mesi la dorsale Lomonosov (la catena montuosa sottomarina che taglia l'Artico a metà dalla Siberia  alla Groenlandia) conducendo rilievi e sondaggi, ha piantato la sua bandiera a 4200 metri sotto il Polo, nella convinzione che questo sia collegato alla sua piattaforma continentale (Figura 2).


Le reazioni, ovviamente, non si sono fatte attendere. La Danimarca, sotto la cui sovranità rientra la Groenlandia, la più grande isola al mondo, ha risposto con una analoga missione. Il Canada ha annunciato la costruzione di due nuove basi navali a difesa dei suoi confini, deridendo i Russi per i metodi adottati e definendoli adatti al XV secolo. Gli Stati Uniti, da parte loro, hanno già aperto una disputa con Il Canada stesso per il futuro del celebre e finora inaccessibile Passaggio a nord-ovest, che presto potrebbe diventare una nuova rotta di navigazione tra Atlantico e Pacifico, in considerazione dello scioglimento della banchisa polare dovuto all'innalzamento delle temperature.


Le ragioni di questa nuova possibile guerra (molto) fredda sono legate alla presenza dei tesori nascosti sotto i ghiacci: i russi sostengono di aver individuato riserve petrolifere per oltre cento miliardi di tonnellate, ma il totale secondo alcuni scienziati potrebbe raggiungere il 25% delle intere riserve mondiali; i giacimenti di gas sarebbero immensi e altrettanto vasta sarebbe la gamma dei metalli presenti nel sottosuolo (diamanti, oro, platino, nickel e così via). Il temuto riscaldamento globale pare dunque aprire interessanti opportunità economiche. L'area coperta dai ghiacci artici ha raggiunto i livelli minimi (Figura 3)da quando 30 anni fa iniziarono i rilevamenti attraverso i satelliti, con una diminuzione  a velocità superiori a ogni previsione, dato che l'ecosistema artico è particolarmente sensibile agli innalzamenti delle temperature. Allo stesso tempo, la sua complessità fa sì che altri parametri biologici e atmosferici si stiano stabilizzando o siano addirittura tornati nella norma.

La scomparsa di un simbolo come il passaggio a nord-ovest, dove generazioni di esploratori si spinsero all'avventura invano e che anche in tempi più recenti è stato percorribile solo da navi rompighiaccio, e la prospettiva che fra qualche anno possa essere una rotta comune per le petroliere, pongono questioni a cui è difficile oggi dare risposte soddisfacenti

L'evidente ritiro dei ghiacci non sembra un fenomeno eccezionale o ricollegabile a lontane ere in cui i poli ne sono stati quasi del tutto liberi. Se non paiono realistiche prossime catastrofi, dobbiamo chiederci tuttavia se la prospettive industriali che si scorgono non abbiano un prezzo troppo alto per l'ambiente e l'uomo.

La crescita della navigazione e dello sfruttamento commerciale nell'Artico pongono due tipi di rischi. L'ecosistema è molto fragile e la fauna dipende fortemente dal ghiaccio per la sua sopravvivenza. Il ghiaccio solido stagionale che serve da piattaforma di caccia per le comunità costiere di Inuit non sopporta un traffico pesante, al punto che già oggi le poche imbarcazioni a motore che solcano queste acque devono usare molti accorgimenti.

Il secondo rischio è legato a eventuali incidenti come perdite di petrolio o altri combustibili o arenamenti delle imbarcazioni negli stretti e infidi canali del passaggio.

E' indubbio che il passaggio(Figura 4)rappresenterebbe un enorme risparmio di tempo e carburante, mentre, per quanto riguarda le risorse naturali, i sondaggi e gli studi da svolgere sono solo agli inizi (i depositi sinora confermati sono nel mare di Beaufort, al confine settentrionale di USA e Canada). Le popolazioni Inuit sono ovviamente preoccupate per i possibili disastri ambientali, ma anche consce delle opportunità economiche legate al turismo, alla crescita della popolazione e alle risorse naturali.

Le condizioni sono già ora critiche nella più meridionale Groenlandia, dove la temperatura in vent'anni è salita di 3°C e i  ghiacciai si stanno sciogliendo a un ritmo doppio rispetto al passato, generando di conseguenza un aumento dei livelli dei mari che potrebbe avere spiacevoli conseguenze future.
Il pericolo più immediato e concreto lo corrono però la fauna e la flora specifiche della regione artica; gli orsi polari, per esempio, sarebbero in costante declino fisico e diminuzione numerica, sempre più spesso privati delle loro risorse alimentari e del loro habitat. A causa dello scioglimento dei ghiacci, infatti, rischiano di trovarsi isolati su pezzi di banchisa alla deriva e molti annegano, pur essendo ottimi nuotatori, nel tentativo di tornare sulla terraferma troppo lontana.  

La situazione nei ghiacci artici sembra dunque ben lontana dal paradiso terrestre favoleggiato. Se è difficile immaginare uno scontro bellico fra Danimarca e Russia o fra Canada e USA, è probabile che il futuro del Polo nord vedrà coinvolti molti attori con interessi diversi in uno scenario simile a quello descritto da Peter Hoeg nel celebre romanzo Il senso di Smilla per la neve.
La sensazione è che, di fronte a vantaggi economici certi e a danni ambientali ipotetici, questi ultimi finiranno per passare in secondo piano. Purtroppo spesso il futuro mostra l'esatto contrario.

La speranza è quindi che uno degli ultimi habitat naturali ancora incontaminati e dalle bellezze finora inaccessibili riesca a sopravvivere alla inarrestabile sete di conquista dell'umanità.

                                                    Luca Deaglio

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