Gli aiuti pubblici (Official Development Aid/Assistance, ODA) sono la forma di finanziamento più comunemente utilizzata nei paesi in via di sviluppo.
Con questo termine ci si riferisce ad un tipo speciale di aiuti pubblici (official) definiti dal Development Aid/Assistance Committee (DAC) dell'OCSE come: "donazioni o prestiti […] a paesi in via di sviluppo, che sono: (a) forniti da fonti ufficiale, (b) per la promozione dello sviluppo economico e il benessere come il principale obiettivo; (c) a condizioni di favore [se si tratta di un prestito, almeno il 25 per cento di esso deve essere in forma di donazione]. Oltre ai flussi finanziari, anche la cooperazione tecnica è considerata come aiuto. Donazioni, prestiti e crediti per scopi militari sono invece esclusi"

Pertanto non tutti gli aiuti allo sviluppo sono da considerarsi ODA e non tutto il denaro destinato ai paesi in via di sviluppo viene inviato in qualità di donazione.

Come si può osservare nella Figura1, gli ODA rappresentano una percentuale elevatissima di flussi verso i paesi dell'Africa Sub-Sahariana (63%), ma minima (10%) verso i paesi del Sud America (Figura 2). Mediamente gli ODA diretti ai paesi in via di sviluppo corrispondono a circa solo un terzo (29%) dei finanziamenti internazionali totali.

Attualmente la lista dei paesi compatibili con la ricezione di ODA elaborata dal DAC comprende 151 Stati divisi in quattro categorie: paesi meno sviluppati (49); altri paesi a basso reddito (12); paesi a reddito medio-basso (47); paesi a reddito medio-alto (43) (Figura 3).

Se si analizzano invece i settori a cui sono indirizzati gli aiuti pubblici allo sviluppo, si può notare che l'area socio-economica di maggior appeal è quella rappresentata dalle infrastrutture amministrative, ossia dalle istituzioni (Figura 4): la destinazione e la distribuzione degli ODA sono il tema principale verso il quale si muove la critica degli economisti e degli esperti contrari agli aiuti pubblici.

L'analisi dei dati OCSE mostra una forte componente di aiuti non direttamente concernenti lo sviluppo: nel 2010 si stima che 37 miliardi di dollari, circa la metà degli aiuti globali fossero aiuti fantasma (phantom aid), cioè, aiuti non effettivamente diretti alla riduzione della povertà o ad altri Obiettivi del Millennio.  

Chi conferisce gli aiuti?

Un ruolo fondamentale nell'elargizione di aiuti è svolto dagli agenti bilaterali, ossia i governi centrali e locali dei paesi sviluppati che si impegnano ogni anno a donare una percentuale del loro Reddito Nazionale Lordo ai paesi in via di sviluppo. Già nel 1970 l'Assemblea Generale dell'ONU aveva fissato, per i paesi appartenenti al DAC, l'obiettivo di donare almeno lo 0,7% del proprio RNL. Durante la Conferenza di Monterrey (Messico) del 2002, è stato ribadito l'obiettivo, da raggiungere entro il 2015: ad oggi, solo cinque paesi hanno raggiunto questo traguardo e la media dei 23 membri nel 2008 era di appena lo 0,47%. Realisticamente gli esperti parlano attualmente del raggiungimento dello 0,54% nel 2015 (Figura 5).

Da questi dati emerge che gli Stati Uniti sono il paese membro del DAC che conferisce la percentuale minore di aiuti rispetto al proprio reddito nazionale lordo. Se però si osservano i valori relativi alle quantità di aiuti elargiti dagli stessi paesi, si può osservare che gli Stati Uniti sono il paese che distribuisce più ODA (Figura 6).

Si può inoltre osservare che dei ventitre membri del DAC, dal 1960 ai giorni nostri quasi la totalità degli ODA mondiali è stata concessa da cinque big donors
(Figura 7).

Oltre che dai paesi occidentali, gran parte degli aiuti viene dispensata dalle istituzioni multilaterali, che si dividono in finanziarie (FMI, Banca Mondiale e Banche di Sviluppo Regionale) e non finanziarie (tutte le agenzie specializzate delle Nazioni Unite).

In riferimento agli aiuti, questi organismi ricevono dai paesi membri delle somme di denaro che poi si impegnano ad indirizzare verso le zone sottosviluppate. Ci sono alcuni casi in cui questi agenti possono essere definiti multi-bilaterali in quanto ricevono sì il denaro da vari paesi o enti pubblici per poi indirizzarlo ai paesi poveri, ma, a differenza delle organizzazioni multilaterali, soggiacciono a delle condizioni poste dai donatori circa la destinazione di questi flussi di capitale.

Un altro tipo di istituzione che opera nel campo dell'assistenza allo sviluppo sono le ONG. L'attributo stesso "non governative", fa intendere che le ONG non distribuiscano ODA bensì si occupino prevalentemente dell'aspetto cooperativo ed umanitario dello sviluppo.

Ad ogni modo il loro approccio circa l'assistenza economica allo sviluppo si può articolare seguendo quattro punti chiave: piccoli progetti locali indirizzati ai gruppi più svantaggiati, un approccio umanitario (emergency relief), advocacy approach e programmi di volontariato.
Le ONG vengono inoltre spesso affiancate e supportate nei loro progetti di sviluppo da altri enti privati operanti nel campo, primo su tutti la Chiesa.

 

 

L'efficacia degli aiuti

Se commercio internazionale, investimenti diretti esteri (IDE) ed emissione di debito pubblico possono essere considerate delle forme di finanziamento atte a generare profitti sia per il paese recettore che per il mutuatario, gli aiuti internazionali allo sviluppo dovrebbero essere volti esclusivamente all'ottenimento di benefici per le popolazioni dei paesi destinatari.
Ma questa situazione è a dir poco utopistica e spesso il contesto in cui vengono distribuiti gli ODA è un contesto instabile in cui l'élite politica ed economica di uno Stato gestisce a proprio vantaggio le somme elargite dagli agenti bilaterali e multilaterali. Ovviamente, il compito principale è quello di garantire che l'aumento degli aiuti contribuisca a promuovere la crescita e ridurre la povertà. La letteratura sul tema si divide e gli studi empirici non sono di grande supporto nel dimostrare se gli aiuti abbiano un effetto positivo o negativo su crescita e sviluppo (P. Heller, 2005).

Gli aiuti hanno di fatto permesso alcuni grandi successi in campi diversi, basti pensare all'ambito sanitario (vaiolo, mortalità infantile, AIDS, malaria…) e scolastico; negli ultimi vent'anni, gli aiuti hanno favorito la pace e l'ordine dopo sanguinosi conflitti (es. Bosnia, Timor Est e Sierra Leone). Ciò che questi successi hanno in comune è che gli aiuti che li hanno favoriti sono stati strettamente indirizzati a raggiungere specifici obiettivi e risolvere specifici problemi.

Gli aiuti sono infatti tanto più appropriati quanto lo è l'abilità dei paesi in via di sviluppo di utilizzarli in maniera efficace, ossia con prudenza e in modo produttivo. Il paradosso degli aiuti sta nel fatto che i paesi più bisognosi sono spesso quelli meno capaci di sfruttarli nella maniera opportuna.
Si considerino ad esempio il Nicaragua ed il Vietnam. Entrambi sono paesi poveri basati su economie primarie, che hanno vissuto lunghi periodi di conflitti e beneficiato di ingenti quantità di aiuti esteri. Solo il Vietnam però ha ridotto fortemente la povertà e registrato una costante crescita economica. Perché in Nicaragua non è successo? L'accesso ai mercati statunitensi e l'elargizione dei donatori occidentali non sono stati determinanti sufficientemente forti da sovrastare la disuguaglianza sociale ed economica del Nicaragua: terra e potere sono stati a lungo concentrati nelle mani di una piccola élite ed il governo non ha investito abbastanza in infrastrutture e benessere sociale.

L'esperienza di molti altri paesi in via di sviluppo ha confermato l'importanza di certi fattori interni: Cina ed India, che pure hanno ricevuto aiuti per somme trascurabili, sono diventate due potenze economiche mondiali grazie all'adozione di riforme interne che hanno permesso di diminuire sensibilmente la povertà. Invece, molti paesi africani non sono riusciti finora a fare un salto qualitativo, malgrado non fossero più poveri e la loro economia non fosse maggiormente basata sul settore primario. Sono pochi i successi in Africa da questo punto di vista: Botswana e Mauritius, per esempio.
Ciò che li ha distinti dal resto del continente non sono i vantaggi che essi possiedono, bensì l'abilità di sfruttarli nel modo migliore per il benessere del paese e dei propri cittadini:  diamanti e petrolio, infatti, abbondano in molti Stati africani ma sono spesso motivo di conflitti, disuguaglianza, corruzione politica e dittature sanguinose come testimoniano i casi di Sierra Leone, Nigeria, Angola e Guinea Equatoriale.

Ci sono anche altre ragioni per giustificare i differenti risultati raggiunti dagli aiuti stranieri. I donatori stessi causano molti problemi: i paesi destinatari possono essere sopraffatti da una molteplicità di donatori che perseguono obiettivi a volte incoerenti tra loro, erogando aiuti a innumerevoli progetti e imponendo molteplici condizioni al loro utilizzo. Questi fattori contribuiscono alla mancanza di capacità istituzionale. Oltre a ciò, anche l'ordinaria volatilità e l'incertezza degli aiuti esteri rendono difficile, per i governi beneficiari, la gestione del budget a disposizione. Per più di un decennio, inoltre, le burocrazie dei paesi donatori e delle organizzazioni multilaterali non sono state in grado, nonostante le buone intenzioni, di cambiare la politica degli incentivi e dei vincoli che ostacolano le riforme nella ricezione e redistribuzione degli aiuti.
Chi invece si sta impegnano per aiutare i paesi in via di sviluppo a sé più prossimi senza elargire esclusivamente ODA è l'Unione Europea: offrendo ai paesi adiacenti la prospettiva di entrare nell'Unione, l'UE ha stimolato profondi cambiamenti politici ed istituzionali in questi paesi (principalmente ex-URSS).

Ci sono pochissime norme generali di politica economica che sembrano essere applicabili a tutti i paesi (ad eccezione di principi fondamentali quali la stabilità macroeconomica, l'orientamento al mercato globale, un governo responsabile, ecc.). Bisogna andare al di là di questi obiettivi generali e cercare di capire le specifiche politiche che soddisfano le esigenze particolari di ciascun paese in via di sviluppo. Quasi tutti i successi nello sviluppo negli ultimi 50 anni sono nati da politiche particolari, innovative e spesso eterodosse.

                                                Filippo Minozzi

                                         

                   

                                    

                                  

                                          

 

 

                                               

                                                                         

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

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