In America settentrionale si registra una svolta a destra in Canada, dove l’opposizione conservatrice al partito liberale, che ha governato negli ultimi 12 anni, ha conquistato, alla guida di Stephen Harper, la maggioranza relativa dei seggi nella Camera dei Comuni. Per la seconda volta consecutiva, quindi, il Paese è retto da un governo di minoranza. Le elezioni hanno segnato una modifica della geografia del potere, con la comparsa sulla scena politica del Canada Occidentale, in pieno boom economico, che si va ad affiancare al tradizionale centro degli affari di stato, rappresentato dal Canada atlantico (dove peraltro nelle grandi città i conservatori non conquistano un solo seggio). I conservatori ottengono un buon risultato anche nella Provincia separatista del Quebec, costringendo il partito indipendentista Bloc Québécois ad arretrare del 7% nei consensi rispetto alle precedenti elezioni. Cresciuto nel conservatorismo sociale, e deriso dagli oppositori come clone di George W. Bush, Stephen Harper intende ridurre le tasse, offrire dei bonus alle famiglie con figli, inasprire le pene per i reati di violenza e facilitare l’accesso alla sanità privata. Sul piano della politica estera, il nuovo corso della politica canadese propone il riavvicinamento a Washington dopo anni di political correctness, per gestire in modo coordinato le comuni minacce alla sicurezza.

In direzione esattamente contraria all’opinione pubblica canadese si muove invece l’elettorato negli Stati Uniti, dove le elezioni di metà mandato presidenziale per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato hanno consegnato entrambi i rami del Congresso nelle mani del Partito Democratico. Il risultato elettorale è dovuto alla stanchezza nei confronti di una classe dirigente che dal 2000, quando il repubblicano George W. Bush assunse il potere, è apparsa sempre più attenta alla gestione di quest’ultimo piuttosto che alle reali esigenze del Paese. La crescente corruzione percepita all’interno del sistema economico americano, con la rivelazione di ripetuti casi di conflitti di interesse (ad esempio Enron, Halliburton), e la maldestra gestione della controversa guerra in Iraq sono le principali ragioni di quella che si presenta come una sconfitta elettorale repubblicana, piuttosto che una vittoria dei democratici, al cui interno convivono peraltro diverse posizioni sulla stessa politica americana in Medio Oriente. Successivamente al risultato elettorale, il segretario alla difesa Donald Rumsfeld, ormai sfiduciato dall’intero corpo militare, si è dimesso dalla carica. L’azione politica di ciò che resta del mandato presidenziale di Bush, pertanto, sarà temperata dalla presenza di un Congresso potenzialmente ostile al conservatorismo sociale all’interno e all’unilateralismo americano all’estero.

                                          Giuseppe Gabusi 

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