Giusto un anno fa gli analisti internazionali erano impegnati nelle prime valutazioni sulle conseguenze delle sanzioni emanate il 6 agosto 2014 dal presidente russo Putin contro l'importazione di carne, pesce, latticini, frutta e verdura provenienti da Stati Uniti, Unione Europea, Canada, Australia e Norvegia. L'embargo contro i prodotti alimentari occidentali era scattato come risposta alle sanzioni comminate alla Russia per la crisi ucraina. A distanza di poco più di un mese (21 ottobre) la lista si sarebbe allungata anche con i prodotti derivati da pollame, suini e bovini, compresi i relativi grassi animali.

Ufficialmente il servizio federale per la veterinaria e sorveglianza russo, Rosselkhozna-dzor, ha giustificato la misura del decreto presidenziale come provvedimento temporaneo per il ripetuto rinvenimento, nei prodotti sottoposti al blocco, di agenti patogeni e metalli pesanti.
La limitata percezione delle distanze, effetto delle nuove tecnologie di comunicazione, e soprattutto la fitta ramificazione dei sistemi economici e commerciali, non hanno semplicemente coinvolto l'economia delle nazioni sottoposte a embargo, ma di riflesso le sanzioni hanno interessato anche altri paesi del "villaggio globale", per citare Marshall McLuhan.
La Russia è il terzo partner commerciale dell'Unione Europea (Figura 1) mentre quest'ultima è il primo partner commerciale della Russia (Figura 2 e Figura 3), oltre ad essere il più importante investitore estero (Figura 4).
La Russia, complice anche il crollo del prezzo del petrolio, paga un conto pesantissimo alle sanzioni occidentali. In un anno sia il rublo sia l'indice azionario hanno perso quasi il 25 % del loro valore e i russi che vivono sotto la soglia di povertà nello stesso periodo sono aumentati di 2,8 milioni.

Se la Russia piange, l'Europa non sorride.
Le esportazioni di prodotti agroalimentari europei verso la Russia, già da sole, valgono circa 14 miliardi di euro; volumi di poco inferiori alle esportazioni verso gli Stati Uniti e quindi difficilmente sostituibili con altre piazze, anzi, sono proprio alcuni mercati minori, rimasti fuori dalle controversie internazionali, a beneficiare degli effetti marginali dell'embargo.
La Turchia, ad esempio, che non fa parte dell'Unione Europea, con il 53% di ortofrutta diretto a Mosca ha incrementato in questo periodo le esportazioni verso la Russia. Nel 2014 le esportazioni di verdura fresca sono aumentate del 30% facendo registrare un incremento del 9% nel bilancio dell'Associazione turca esportatori di ortofrutta (fonte: Ufficio economico e commerciale Ambasciata Italiana ad Ankara). Oltre al danno immediato questa situazione ridefinisce nuovi canali commerciali e contrattuali che, nati in regime di scarsa concorrenza, potrebbero rilevarsi duraturi anche in futuro vanificando gli sforzi imprenditoriali europei sul mercato russo.


Gli assetti internazionali tra Russia e Turchia, conseguentemente, hanno subito una ridefinizione positiva, anche se le posizioni dei due paesi su alcuni temi restano divergenti (basti pensare alla differente visione politica e all'attuale gestione della crisi in Siria, all'Egitto, all'annessione della Crimea e soprattutto  alla presenza strategico-militare russa nel Mar Nero). Gli accordi dell'ultimo anno si sono giocati, però, sul più pragmatico tavolo degli interessi economici spendibili nel breve periodo, comprendendo anche il settore geo-strategico delle pipeline.
Nel dicembre 2014, dopo aver sospeso il progetto South Stream, Putin ha siglato un memorandum con il presidente turco Erdoǧan per la costruzione di un gasdotto sotto-marino che attraverserà il Mar Nero fino alla Turchia, oltre a scontare ad Ankara del 6% il gas russo.
La Germania, paese tradizionalmente esportatore, nel mese di agosto ha reso pubblici i dati dell'Agenzia di statistica federale di Wiesbaden. Gli effetti dell'embargo russo hanno sorpreso anche gli addetti ai lavori con una contrazione dei volumi delle esportazioni verso Mosca del 26,3% rispetto all'anno precedente che, tradotto in valore assoluto, ammonta a una contrazione del Pil di 2,3 miliardi di euro.
Oltre al dato economico, a Berlino preoccupa la difficoltà a piazzare in altri mercati il surplus produttivo tedesco che nel 2014 è ancora aumentato raggiungendo il 7% del Pil.
Anche in Francia il blocco delle esportazioni del comparto agroalimentare ha significato perdite rilevanti nel settore. Secondo la Federazione nazionale delle associazioni degli agricoltori francesi nel 2013 le esportazioni verso Mosca valevano 750 milioni di euro. Dopo un anno il blocco ha messo in crisi, oltre che aziende agricole e casearie, anche molte imprese e lavoratori impiegati nella zootecnia.

L'Italia (Figura 5), che è il secondo partner europeo e il quarto al mondo della Russia (Fonte Istat 2013 e 2014 primo semestre -cioè prima delle sanzioni), vantava, secondo i dati della Confederazione italiana agricoltori, un export alimentare di oltre un miliardo di euro e, nel 2013, un invidiabile trend dell'8,2% d'incremento, del 12% nel settore del vino e del 49% degli spumanti (Figura 6 e Figura 7). Per fare un altro esempio, con oltre 34mila forme di Parmigiano Reggiano vendute in territorio russo nel 2013 e un incremento del 23%, il Consorzio grana padano, grazie anche al successo della campagna di assaggi sul treno Mosca-San Pietroburgo, nei primi mesi del 2014 aveva incrementato le vendite di un ulteriore 14%. L'embargo di Mosca sull'agroalimentare rischia, quindi, di vanificare l'investimento di oltre 2 milioni di euro promosso dal Consorzio sull'allettante mercato russo.
La diffusa fruibilità dell'informazione ha ridimensionato la percezione dello spazio e del tempo rendendo sempre più piccolo il "villaggio globale". Gli effetti delle decisioni internazionali si riversano quindi quasi istantaneamente anche sulle amministrazioni e realtà economiche locali, una "modernità liquida", come l'ha definita Zygmunt Bauman.
Chi nella Russia aveva il partner principale e non disponeva di un portafogli clienti diversificato, rischia ora di essere il più danneggiato da questa situazione internazionale. Più precisamente, nel comparto della commercializzazione e del marketing la 'glocalizzazione' può creare nicchie di mercato e una forte fidelizzazione del cliente, situazione che per alcuni soggetti economici occidentali, che avevano fatto del mercato russo la loro piazza principale, potrebbe avere pesanti contraccolpi economici.
Abbiamo citato alcuni dei principali Paesi europei, ma anche realtà economiche relativamente piccole come la Valle d'Aosta (Figura 8), non sono immuni dalle ricadute negative della glocalizzazione. La Chambre valdôtaine non registra la Russia tra i primi 30 paesi destinatari delle esportazioni e solo questi ridotti volumi non hanno inciso sull'economia regionale, anche se la serie storica dell'Istat, pubblicata a giugno 2015, mette in evidenza come l'export valdostano destinato a Mosca tra il 2014 e il 2015 abbia subito un calo del 28,9%, che è il dato più basso di tutta la rilevazione.

La glocalizzazione certamente condensa i vantaggi della globalizzazione economica e commerciale, amplificando il valore delle specifiche realtà locali, ma rappresenta anche l'altro lato della medaglia con i fenomeni derivanti dal pesante impatto della globalizzazione sulle realtà locali in un processo strettamente interconnesso e di reciproca inclusione.
I processi di despazializzazione creati dalla globalizzazione dei sistemi spiegano come una decisione di portata internazionale, presa a 3mila km di distanza, possa influire direttamente anche sull'economia nazionale, regionale e locale.
In un contesto internazionale dove la dimostrazione muscolare russa, ossessionata dalla strategia dell'anaconda, sul suo "estero vicino" (Crimea, Donbass e Artico) e la sua volontà di potenza (recente intervento militare in Siria) sembra smentire, nel momento contingente, la tesi di Parag Khanna descritta ne "I tre imperi", dove relegava la Russia a potente stato del Secondo mondo con un ruolo marginale rispetto all'Unione Europea, l'impero meglio riuscito della storia secondo l'analista indiano.
Per l'Unione Europea, nella visione di Khanna, è una sfida fondamentale riuscire a diventare, non solo per la sua stessa sopravvivenza, oggi messa in discussione da politiche nazionali individualiste, ma soprattutto per la sua esistenza come impero geopolitico leader nel soft power, un polo economico e culturale che sia alternativo all'area del Secondo mondo.

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