Nel 2007, il Venezuela, l’Ecuador e la Bolivia affrontano processi di riforme costituzionali proposte dai rispettivi presidenti, con il chiaro intento di sancirne il rafforzamento dei poteri (Figura 1). Con il fallimento dei piani presidenziali in Venezuela e in Bolivia, paradossalmente, è invece la democrazia ad uscirne meno debole.

Nel gennaio 2007, l’Assemblea Nazionale del Venezuela attribuisce al presidente Hugo Chávez il potere di legiferare per decreto per i successivi 18 mesi. Forte del successo e della popolarità, Chávez annuncia in agosto di volere introdurre cambiamenti costituzionali che aboliscano i limiti di ri-eleggibilità del presidente, accentrandone le competenze a scapito delle altre istituzioni statali (ad esempio, consentendogli anche di utilizzare le riserve della banca centrale), e che permettano al Venezuela di diventare un Paese socialista, permettendo l’attuazione di espropriazioni e la promozione di cooperative ed imprese di stato.

 I cambiamenti costituzionali, approvati da un parlamento composto solo da sostenitori di Chávez, vengono sottoposti per l’approvazione a referendum popolare in dicembre. Con il sollievo di molti governi, preoccupati di una possibile deriva totalitaria del Paese, la maggioranza degli elettori, seppure di misura, respinge la nuova costituzione, e Chávez accetta la sconfitta, la prima dal 1999.

 La sconfitta riflette i nuovi dubbi di parte dei sostenitori del chavismo sulla natura democratica dello Stato che emergerebbe dalla nuova costituzione: il rifiuto del partito social-democratico di fondersi con altre forze politiche per costituire un partito socialista unitario, le proteste degli studenti dopo la chiusura di una rete televisiva dell’opposizione, e le dimissioni del generale Baudel da ministro della difesa rappresentano tutti segnali in questa direzione. Inoltre, benchè le efficaci politiche di inclusione sociale del presidente godano di ampio sostegno nel Paese, appare evidente come le politiche monetarie e fiscali espansioniste siano sostenute dall’elevato prezzo del petrolio, e celino pesanti distorsioni economiche ed estese sacche di corruzione. Infine, la sopravvalutazione della valuta svantaggia i produttori interni, ed avvantaggia le importazioni (Figura 2).

In febbraio, il congresso dell’Ecuador, malgrado il boicottaggio dell’opposizione che non partecipa al voto,  approva una proposta del presidente Rafael Correa per l’indizione, in aprile, di un referendum popolare per l’elezione di un’assemblea costituente che riscriva la costituzione del 1998. Il Presidente, forte di una grande popolarità nel Paese, sostiene che la nuova costituzione sarà strumento della “rivoluzione dei cittadini” contro la partitocrazia corrotta.

Storicamente, in Ecuador il congresso ha spesso rappresentato il principale centro del potere politico, al punto che dal 1997 ad oggi l’organo legislativo è riuscito a sollevare dall’incarico due presidenti. Anche con la presidenza Correa, quindi, la rivalità tra i due poteri dello Stato sembra continuare. In aprile, tuttavia, il presidente ottiene una vittoria nello scontro, quando la sua idea di convocare un’assemblea costituente viene approvata dall’82% degli elettori. L’opposizione al presidente ed ai suoi metodi (il Tribunale Supremo Elettorale aveva in precedenza dichiarato decaduti più di metà dei membri del congresso per avere tentato di bloccare il referendum attraverso la rimozione del presidente dello stesso tribunale) teme in realtà che l’assemblea costituente, alla quale sono attribuiti pieni poteri, possa rafforzare ulteriormente in senso autocratico i poteri del presidente, sulla scia di quanto prospettato da Chávez in Venezuela. Grazie al consenso acquisito presso gli strati più poveri della popolazione in virtù di politiche populiste di elargizione di sussidi e di retorica contro gli investimenti stranieri (accompagnata, nel caso della statunitense Occidental Petroleum, dall’espropriazione), Correa conta di ottenere una nuova costituzione che gli permetta di rivoluzionare, a proprio favore, la politica del Paese. 

In effetti, in ottobre, le elezioni dell’assemblea costituente vedono l’affermazione dell’eterogeneo blocco di partiti (chiamato Acuerdo País) che sostengono il presidente. Correa, un economista che ha studiato all’Università Cattolica di Lovanio, ammiratore del socialismo in salsa bolivarista propugnato da Chávez, termina l’anno nella posizione del più forte presidente che l’Ecuador abbia conosciuto negli ultimi anni, riuscendo a distruggere le fortune elettorali dei due tradizionali partiti del paese, i cristiano-sociali e la sinistra democratica.

In Bolivia, non si è tenuto il previsto referendum per l’approvazione della nuova costituzione, poiché dopo mesi di discussione l’Assemblea Costituente non riesce ad approvare il testo finale da sottoporre a vaglio popolare. All’interno dell’assemblea, il partito socialista (Movimento verso il Socialismo) del presidente Morales dispone della maggioranza semplice dei voti, e non della maggioranza dei due terzi che gli consentirebbe di imporre le proprie idee. La divisione dell’assemblea riflette la divisione del Paese tra le pianure orientali (aree ricche di depositi di gas naturale, e controllate dall’opposizione) e le Ande occidentali (zone più povere, sostenitrici del presidente) e verte principalmente sul grado di federalismo da introdurre nel testo costituzionale.

Con il pretesto di volere rispettare la scadenza che era stata stabilita, in dicembre le forze fedeli a Morales approvano le modifiche della costituzione, in una seduta boicottata dall’opposizione, che ritiene la mossa illegittima, e che minaccia di dichiarare l’autonomia delle regioni controllate dall’opposizione. Successivamente, Morales torna sui suoi passi ed accetta di discutere con l’opposizione la revisione della bozza costituzionale.

Non tutta l'America Latina sceglie la socialdemocrazia o il socialismo bolivarista. Le elezioni presidenziali 2006 in Colombia hanno confermato con il 62% dei voti il Presidente uscente Álvaro Uribe,che era precedentemente riuscito ad ottenere una modifica costituzionale che consentisse al Presidente in carica di ricandidarsi per un secondo mandato. Sconfiggendo tutti gli oppositori, i critici e gli scettici, Uribe ha vinto presentando agli elettori i suoi successi: una grande riduzione della violenza nel Paese, e una crescita economica sostenuta. Forte del sostegno della maggioranza dei membri del Congresso,  il Presidente si propone, con l'assistenza degli Stati Uniti, di continuare con durezza la repressione della guerriglia del movimento FARC e delle bande paramilitari, finanziate con il denaro proveniente dal traffico di droga. Malgrado le milizie paramilitari di destra siano stata smobilitate, molte aree del paese restano insicure, e la Colombia rimane il primo produttore di cocaina al mondo. Le elezioni amministrative di ottobre 2007 si svolgono comunque in un clima più sereno.

Elezioni, ma in questo caso presidenziali, si tengono anche in Argentina, dove il presidente uscente, Néstor Kirchner, rinuncia a candidarsi per il secondo mandato, in favore della moglie, senatrice dal 1995, Cristina Fernández de Kirchner, che vince facilmente al primo turno (con il 45% dei voti e con uno scarto di 22 punti sul suo più diretto rivale), approfittando della macchina elettorale del partito peronista, e dell’indubbia situazione di privilegio derivante dalla sua posizione di first lady (tanto che è stata paragonata a Hillary Clinton e a Eva Perόn).

Sotto la sua presidenza, non si ritiene che le politiche economiche si differenzieranno da quelle del marito, che hanno assicurato al Paese una buona ripresa economica (Figura 3) dopo il default sul debito del 2001, anche se Cristina Kirchner dovrà affrontare il pericolo di un’eccessiva spinta inflazionistica.

Sul versante della politica estera, invece, ci si aspetta un riavvicinamento agli Stati Uniti e all’Europa, senza abbandonare la benevolenza verso Chávez, che ha acquistato 5 milioni di dollari di obbligazioni argentine, ed ha favorito lo scambio tra petrolio venezuelano e macchine per l’agricoltura e prodotti agricoli argentini. La Kirchner ha anche promesso di ri-negoziare il debito di 7 milioni di dollari verso i prestatori del Club di Parigi, rimanendo tuttavia ostile al coinvolgimento del FMI nelle trattative.

                                            Giuseppe Gabusi

 

 

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