Non si è ancora spenta l'eco della strage nella redazione di Charlie Hebdo, che già un ennesimo attacco terroristico dell'ISIS a Tripoli ha causato la morte di dodici persone in un hotel di lusso. Senza addentrarci in congetture sugli scopi e il senso di questa violenza globale che minaccia il mondo intero, né tanto meno sugli oscuri retroscena che sembrano celarsi dietro il terrorismo del XXI secolo, vediamo i dati che sono stati finora raccolti su questo tema.

L'andamento del fenomeno a livello globale negli ultimi 14 anni (2000-2013) è illustrato nella seconda edizione del Global Terrorism Index (GTI), report a cura dell' Institute for Economics and Peace (IEP), che analizza l'impatto diretto e indiretto del terrorismo in 162 paesi basandosi sui dati del Global Terrorism Database (Figura 1). Non esiste una definizione di terrorismo universalmente accettata: in questo caso con il termine si intende "la minaccia o l'effettivo uso non legale di forza e violenza da parte di attori non-stati per raggiungere obiettivi politici, economici, religiosi o sociali attraverso la paura, la coercizione o l'intimidazione", includendo dunque anche l'impatto psicologico sulla società.
L'attività terroristica (Figura 2 e Figura 3) è purtroppo cresciuta nel 2013, facendo registrare un totale di 17.958 vittime rispetto alle 11.133 del 2012 (+61%), con 24 paesi coinvolti con almeno 50 morti, con una distribuzione pressoché globale: se infatti l'82% delle perdite umane (Figura 4) si è concentrato in cinque paesi - Iraq, Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria - ben 55 altre nazioni hanno registrato almeno una vittima (Figura 5).


Il dato del 2013 impressiona maggiormente se confrontato ai "soli" 3.361 morti del 2000, con un balzo in avanti coincidente con l'inizio della guerra civile in Siria nel 2011.
Peraltro, il 66% degli atti terroristici con conseguenze mortali è stato rivendicato da sole quattro organizzazioni: ISIS, Boko Haram, Talebani ed Al Qaeda nelle sue diverse ramificazioni (Figura 6).

Le motivazioni principali dei diversi gruppi hanno una matrice ideologica-religiosa, soprattutto nell'Africa sub-sahariana, in Nord Africa, Medio Oriente e Asia meridionale, oppure esprimono istanze politiche, nazionaliste o separatiste, spesso correlate a istanze socio-economiche sostanzialmente di tre tipi: ostilità sociali fra diversi gruppi etnici, religiosi e linguistici poco coesi fra loro e con rivendicazioni contrastanti; atti di violenza di stato, come esecuzioni senza processo, terrore politico e gravi violazioni dei diritti umani; altri atti di violenza derivanti da conflitti organizzati, probabilità di manifestazioni violente, alti livelli di criminalità, reali o percepiti. Nel caso del terrorismo, dunque, paiono avere scarsa rilevanza la povertà e i fattori strettamente economici.
Il report indica e analizza tredici paesi ad alto rischio-terrorismo: Angola, Bangladesh, Burundi, Repubblica Centrafricana, Costa d'Avorio, Etiopia, Iran, Israele, Mali, Messico, Myanmar, Sri Lanka e Uganda.

Le due strategie più efficaci nella lotta al terrorismo fin dalla fine degli anni '60, in grado di stroncare oltre l'80% delle organizzazioni criminali, sono le operazioni di polizia o l'inizio di un processo politico. Si può dire che solo un 10% dei gruppi di terroristi possa affermare di aver raggiunto i suoi obiettivi, mentre solo il 7% ha richiesto un pieno intervento militare per la sua eliminazione. Ciononostante, questo genere di guerra asimmetrica non ha forse mai avuto una diffusione così globale e mezzi così sofisticati come avviene ai giorni nostri.
Oltre alle ben note vicende che affliggono Iraq (ancora al primo posto nel 2013 con il 35% delle vittime), Afghanistan, Pakistan, Nigeria e Siria, che restano di gran lunga i paesi più colpiti e con un trend purtroppo crescente, il 2013 ha fatto registrare un'anomala crescita di vittime anche in altri paesi: Algeria, Repubblica Centrafricana, Cina, Egitto, Libano, Libia, Mali, Sudan e Sud Sudan. La poco invidiabile classifica vede comunque al sesto posto l'India, seguita da Somalia, Yemen, Filippine e Thailandia. Gli stessi paesi dove si è registrata la maggior diminuzione di attacchi terroristici (Yemen, Colombia, Turchia, Thailandia e Costa d'Avorio) vivono tuttora una situazione assai critica (Figura 7).

La religione come spinta ideologica per azioni terroristiche ha avuto un'impressionante crescita (Figura 8), soprattutto dopo il 2006 in alcuni paesi dell'Africa settentrionale e subsahariana e del Medio Oriente, oltre che in Asia meridionale, mentre agli inizi del millennio prevalevano le istanze separatiste. L'uso di esplosivi è sempre stata caratteristica del terrorismo (circa il 60% degli attacchi), fortunatamente con una percentuale di vittime meno pesante negli ultimi anni, in cui "solo" il 10% circa degli attentati ha causato più di cinque morti. Gli attacchi suicidi sono stati solo il 5% dal 2000 e restano un fenomeno tipico dei paesi arabi, con Hamas che in percentuale è stata l'organizzazione a distinguersi maggiormente in questo campo, per quanto il fenomeno abbia mostrato la crescita più drammatica negli anni in Iraq.
Nell'arco temporale considerato, il sette per cento di tutte le azioni terroristiche (3151) e il cinque per cento di tutte le vittime (4861) hanno riguardato venti paesi dell'OCSE (otto nel 2013). Gli Stati Uniti hanno pagato il tributo più alto con ben 3042 perdite umane, per quanto 2996 siano da imputare all'11 settembre, seguiti da Israele (841 vittime) e dalla Turchia (445). Il fenomeno dunque, per quanto di maggior impatto mediatico, resta relativamente limitato se paragonato ad altre forme di violenza: le vittime di omicidio nel 2012 (437.000) sono state quaranta volte di più (11.000 per terrorismo). Inoltre circa il 50% delle azioni terroristiche non causano vittime, per quanto le varie organizzazioni abbiano affinato le loro tattiche (Figura 9) e siano spesso dotate di maggiori risorse non solo economiche, riuscendo ad avere successo in circa l'85% delle operazioni compiute nel 2013.

Sebbene gli attacchi siano stati in assoluto numericamente pochi, alcuni di questi hanno però avuto proporzioni notevoli, dall'incredibile vicenda delle Twin Towers, alle bombe sul treno a Madrid (191 morti), al massacro di studenti in Norvegia (77), dalle esplosioni in metropolitana a Londra (56) fino al recente assalto alla redazione di Charlie Hebdo (12 morti, non ancora computati in questo rapporto). Turchia e Messico sono stati i paesi più colpiti nell'ultimo quinquennio: nel 2013 si è registrato qui il maggior numero di vittime, 57 e 40 rispettivamente. Il PKK curdo è l'organizzazione di gran lunga più attiva nei paesi OCSE (segnatamente in Turchia), seguita dai cosiddetti "attori inviduali" (che formalmente non appartengono ad alcun gruppo organizzato, per quanto possano avere saltuari collegamenti e finanziamenti), dall'ISIS, dagli Individualidades Tendiendo a lo Salvaje (Individuals Tending Toward Savagery, un gruppo anarco eco-terrorista che si oppone alle nanotecnologie in Messico) e al Devrimci Halk Kurtulus Cephesi ( un partito marxista-leninista in Turchia).
Gli effetti diretti del terrorismo non sono dunque numericamente così devastanti come vengono percepiti dall'opinione pubblica. Ma vanno considerati anche altri aspetti, come per esempio i costi economici: maggiori costi per la sicurezza, maggiori spese militari e di assicurazione, maggior incertezza nei mercati, calo degli investimenti esteri e così via, con un effetto più amplificato sulle economie dei paesi in via di sviluppo.
Nel 2001 il Fmi valutò che il terrorismo costasse agli USA lo 0,75 per cento del PIL (approssimativamente 75 miliardi di dollari all'anno); al terrorismo in Nigeria nel 2010 furono associati ribassi di Investimenti Diretti esteri del 30 per cento. Costi indiretti a cui vanno aggiunti possibili cali nel commercio o nel turismo e che possono avere effetti anche sul lungo periodo, fino a raggiungere anche venti volte la cifra dei costi diretti. Quantificare i costi globali risulta comunque arduo.

Una relativamente nuova figura emersa nell'universo del terrorismo in seguito al conflitto in Siria è quella dei "foreign fighters", jihadisti nati in occidente, ma in prevalenza in altri paesi arabi, che dopo essere stati addestrati e aver combattuto in Medio Oriente tornano ai paesi d'origine con l'intenzione di proseguire qui le loro attività belliche con la benedizione di Al Qaeda o ISIS. Il numero di questi lupi solitari non è probabilmente chiaro a nessuno e le stime variano da circa 2.000 a oltre 8.000.
In ogni caso negli ultimi dieci anni l'attività terroristica ha avuto una forte crescita, mutando i suoi fini dalle rivendicazioni nazionaliste ed etniche locali ad aspirazioni globali basate su ideologie religiose e politiche in aperto contrasto con quelle occidentali. Questa crescita ha comportato la contemporanea scomparsa o il declino di gruppi in voga fino a pochi anni fa, come le FARC in Colombia, le Tigri Tamil in Sri Lanka o i ribelli ceceni, ma anche Hamas e gruppi ad esso collegati in Israele e i separatisti maoisti in Cina (complessivamente il 62% dei gruppi attivi dal 1968 al 2006 sono scomparsi, ma di questi solo il 32% aveva matrice religiosa e in genere è confluito in gruppi più grandi). Generalmente, come detto, sono stati i processi politici a far venir meno i presupposti per la lotta armata, oppure la definitiva sconfitta di queste organizzazioni. In alcune zone i gruppi con rivendicazioni etniche si sono uniti o sono stati sostituiti da quelli religiosi parte di network internazionali più ampi.
Sembrano dunque passati i tempi quasi romantici in cui diversi gruppi terroristici, aldilà delle loro azioni spesso cruente e deplorevoli, riuscivano a guadagnarsi, se non nuovi seguaci, quanto meno un moto di vaga simpatia in certe frange di popolazione grazie agli ideali che propugnavano. L'IRA in Irlanda del Nord, l'ETA nei Paesi Baschi e l'EZLN in Chiapas divennero simboli di lotta contro l'oppressione ben oltre i loro confini territoriali, mentre è ancora oggi possibile trovare in vendita magliette con i loghi di Brigate Rosse, RAF o Farc; l'Esercito di Liberazione Simbionese è ancora ricordato per la sua visionaria lotta rivoluzionaria e per la vicenda di Patty Hearst, il terrorista venezuelano Carlos divenne figura ai confini della leggenda, ma del terrorismo odierno resterà solo il ricordo di una cieca e retriva violenza in nome di una distorta ideologia religiosa e una scia di morte e distruzione che suscita il quasi unanime sdegno.

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