A pochi giorni di distanza dalla chiusura dei lavori del vertice G8 tenutosi in Giappone, in parte dedicato ai problemi dell’ambiente e dei cambiamenti climatici, il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha dichiarato alla stampa: "E' ora il momento di agire".

Il primo passo è stato la revoca di un decreto in vigore da quasi 20 anni, emanato nel 1990 da Bush padre e poi esteso sotto la presidenza Clinton, che vietava la trivellazione off-shore nella maggior parte delle acque costiere statunitensi. Il secondo è stato l’invito al Congresso ad allinearsi mettendo fine al proprio ulteriore divieto, che altrimenti impedirebbe la svolta storica, destinata a concretizzarsi in una fioritura di nuovi pozzi in zone caratterizzate da ecosistemi assai fragili, come le coste dell’Alaska.
Scopo dichiarato è incrementare la produzione petrolifera per ovviare all’attuale aumento dei prezzi del greggio; ma, dato che passeranno  tra i cinque e i dieci anni prima che il petrolio eventualmente trovato  giunga sul mercato, i benefici a breve termine saranno nulli.

Almeno in questo, l’amministrazione Bush si mostra coerente con le visioni sul futuro già emerse nel vertice G8: l’obiettivo di ridurre del 50% le emissioni di gas-serra entro il 2050 è stato commentato con sarcasmo e preoccupazione in tutto il mondo.
In che modo possano iniziare a concretizzarsi queste riduzioni non ci è dato sapere. Per il momento i grandi della terra hanno rivolto un accorato appello ai paesi dell’OPEC affinché aumentino subito la loro produzione, una strategia difficilmente interpretabile come un segnale di buona volontà.

Questa dicotomia insanabile tra crescita e riduzione sembra una costante perversa nell’approccio dei leader mondiali ai problemi dell’ambiente. Anche nella scoraggiante dichiarazione conclusiva del summit di Hokkaido, si legge che è necessario rallentare e fermare la crescita globale di emissioni di gas serra e indirizzarsi verso una “low carbon society”, ma in un quadro temporale che sia compatibile con la crescita economica. Come dire “teniamo un piede in due scarpe”.

Il fatto è che una delle due scarpe sta andando velocemente a pezzi: il problema del clima e dei gas serra è reale e incombe sul pianeta (Figura 1), come lo stesso documento del G8 ammette finalmente senza dubbi.
L’altra, l’espansione costante dell’economia e dei consumi, da alcuni indicata anche come “tossicodipendenza da PIL”, sembra ormai un dogma di cui si è perso il controllo nei paesi ricchi e un dovere fideistico nei paesi che aspirano ad esserlo.

Il resto del documento è un concentrato di obiettivi (tecnologie biofuel di seconda generazione e programmi nucleari sicuri, efficienza energetica) e di riaffermazioni di principi (responsabilità comune ma differenziata secondo le possibilità di ognuno; slogan delle 3 R- Riduzione, Riutilizzo, Riciclaggio); si accenna all’impatto maggiore che il clima ha sui paesi poveri (Figura 2), al problema della deforestazione, all'eliminazione delle barriere doganali su beni e servizi destinati alla lotta ai cambiamenti climatici.

L’impressione che si ricava dal tutto è quella di un circolo vizioso e senza vie di uscita.

Non essendo un organo formale, le decisioni del G8 hanno già in partenza un limite di applicabilità, oggi acuito dalle rivendicazioni spesso contrastanti dei paesi emergenti come Cina e India. Lo studio dei vari problemi mondiali è poi inevitabilmente rinviato a organismi tecnici di ogni tipo, dall’IPCC, per i rapporti scientifici sul clima, all’UNFCCC, che stabilisce i “protocolli” sulle emissioni di gas serra (il principale è quello di Kyoto), i quali, essendo organi di fatto consultivi e di indirizzo, rinviano a loro volta i loro lavori, a volte meritevoli, al G8, e così all’infinito. I singoli paesi esitano ad assumere iniziative isolate, aspettando direttive dall’alto. Le istanze, raggiunto così un peso elefantiaco e una complessità assoluta, approdano poi all’ONU, dove si inabissano nel gioco dei veti incrociati e degli interessi mai comuni.

Questo rituale alla fine non ha colpevoli né innocenti, né vincitori né vinti, se non il nostro pianeta (Figura 3 e Figura 4 – per una migliore comprensione di queste figure, di carattere scientifico, consigliamo la visione della sintesi dell’ultimo rapporto IPCC, in lingua italiana -).

Già nel 1992 lo storico e studioso di Relazioni internazionali inglese Paul Kennedy , nel suo libro "Preparing for the Twenty-first Century",  preconizzava un pianeta sovrappopolato nel terzo mondo, per metà affamato e quasi ovunque inquinato,  minacciato da guerre etniche e minato da una carenza endemica di risorse, aggravata dalla crescente industrializzazione di Cina e India e dallo spregiudicato controllo del sistema economico da parte delle multinazionali.

Negli anni le schiere di ambientalisti, scienziati ed economisti  critici dell’attuale sistema di sviluppo si sono infoltite notevolmente, ma il loro peso nelle scelte politiche continua a restare quasi nullo. Personaggi come il teorico della decrescita Serge Latouche o il pur celebre economista Jeremy Rifkin, che criticano fortemente la cultura dei consumi di massa illimitati e indiscriminati e le storture del libero mercato hanno spazio su alcuni mass-media, ma certo non nelle agende dei grandi leader.
Le manifestazioni di dissenso che accompagnano le riunioni del G8 sono ignorate, quando non bollate come azioni sovversive e quindi soffocate con la violenza da parte di imponenti schieramenti di forze dell’ordine, come è accaduto a Genova.

La ricetta per uscire dall’attuale crisi mondiale, ambientale ed economica, è forzatamente complessa, ma quando vengono negati il confronto e la mediazione con le istanze sollevate da una piccola ma significativa parte dell’opinione pubblica, la sensazione che si ha è quella di avere a che fare con dei sovrani medioevali isolati e protetti nei loro moderni castelli, ignari o indifferenti, quanto meno, a ogni cambiamento.

Come sosteneva lo scrittore e politico francese Chateaubriand agli inizi  dell‘800, le foreste precedono la civilizzazione ed i deserti la seguono.
Il  problema della nostra prospettiva nei confronti della natura andrebbe affrontato non solo sotto l’aspetto pratico, ma anche in senso estetico, metafisico ed etico, non solo in qualità di tecnici e di sempre più ingegnosi utilizzatori delle risorse, ma anche come esseri umani dotati di una natura morale  e con un inclinazione filosofica alla bellezza.
Storicamente, purtroppo, l'uomo sembra preferire guerre e carestie.

                                                   Luca Deaglio

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