Quasi ogni giorno almeno una notizia dall'estero sui giornali arriva da un fronte di guerra.
Il "Human Security Report 2012" dell'Università Simon Fraser del Canada, dopo l'impatto della guerra sull'educazione scolastica, esamina il trend regionale e globale nell'incidenza e intensità del conflitto armato e di altre forme di violenza organizzata.

In particolare, osserva l'andamento relativo al numero e alla mortalità dei conflitti armati state-based, ovvero quei conflitti in cui almeno una delle parti belligeranti è un governo. Il rapporto mostra inoltre come il luogo geografico delle guerre più cruenti si sia spostato nel tempo, concludendo che attualmente, mentre l'Africa possiede il maggior numero di guerre al mondo, quelle più fatali si verificano nelle regioni dell'Asia centrale e meridionale. In ultimo, lo studio esamina il fenomeno dei conflitti internazionalizzati intrastate, ovvero interni a uno stato. Quest'ultimi fanno riferimento a guerre civili in cui forze militari esterne intervengono a sostegno di almeno una delle parti in guerra.
Questi conflitti annoverano molti degli scontri che coinvolgono le maggiori potenze mondiali. La guerra del Vietnam, l'intervento sovietico in Afghanistan, la guerra civile in Iraq e l'attuale conflitto in Afghanistan rappresentano alcuni esempi chiave.

Il numero dei conflitti è diminuito costantemente dopo la guerra fredda, per aumentare nuovamente dal 2004 al 2008, a cui è seguito un lieve calo nel 2009, Tuttavia, i dati non evidenziano l'inizio di una tendenza al ribasso (Figura 1).
Le stime più recenti mostrano un consolidamento intorno a quota 30-40 conflitti attivi all'anno.

La media dei decessi, nel periodo successivo alla guerra fredda, è del 76% inferiore rispetto al periodo della guerra stessa. Tale numero ha raggiunto diversi picchi: nel 1950 dovuto alla guerra di Corea, nel 1970 alla guerra del Vietnam e nel 1980 a causa della guerra tra Iraq-Iran e i conflitti in Afghanistan. Tuttavia, i decessi sono diminuiti a partire dal 1946(Figura 2).  Una parte di questo declino deriva dalla riduzione del numero di guerre ad alta intensità, ovvero conflitti che raggiungono 1000 o più decessi nell'arco di un anno. Questo valore si è dimezzato dagli anni '80 fino al nuovo millennio (Figura 3).

Nel 2009 i tre conflitti più letali al mondo si sono manifestati nell'Asia centrale e meridionale (Figura 4): Sri Lanka, Pakistan e Afghanistan. Soltanto tre scontri della stessa intensità si sono verificati al di fuori di quest'area, ovvero in Iraq, Somalia e Repubblica democratica del Congo (RDC). Di questi sei conflitti, ad alta intensità, quelli in Afghanistan, Iraq, Somalia e RDC sono denominati conflitti internazionalizzati intrastate. Questi tendono ad essere molto più distruttivi rispetto alle guerre civili in cui non sono presenti interventi militari da parte di potenze esterne. Inoltre, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i conflitti internazionali più gravi hanno ripetutamente cambiato area geografica.

Quasi la metà dei decessi globali state-based che si sono verificati tra il 1989 e il 2009 sono stati causati dalle guerre nella regione dell'Africa sub-sahariana.
Solo a partire dal 2000 il tasso di mortalità dell'area è diminuito. Tuttavia, un ulteriore cambiamento - verificatosi nel nuovo millennio - è quello relativo alla riduzione del numero di persone uccise nei conflitti armati state-based nella regione dell'Africa sub-sahariana, nonostante il numero di scontri presenti in quest'area sia rimasto elevato (Figura 5).

Dalla metà deli anni 2000 in avanti, l'Asia centrale e meridionale ha preso il posto dell'Africa, diventando la regione con la più alta intensità di decessi. Sebbene il numero dei conflitti nella regione sia rimasto piuttosto immutato, il bilancio della mortalità è invece quintuplicato tra il 2005 e il 2009, a causa delle guerre in Sri Lanka, Pakistan e Afghanistan. Questi rappresentano gli scontri mondiali più letali soprattutto nel periodo 2008-2009. Il dato in questione evidenzia come, in media, questi eventi stiano diventando sempre più distruttivi (Figura 6).

Molte delle guerre civili più cruente degli ultimi venti anni hanno coinvolto forze militari esterne. Questi conflitti internazionalizzati intrastate sono, in media, due volte più dannosi rispetto alle guerre intrastate in cui non è presente un intervento militare.

 

I conflitti extrastate, al di fuori di uno stato, si sono invece conclusi entro il 1975, mentre le ostilità tra stati sono diventate sempre più rare negli anni 2000.
Di conseguenza, tutte le guerre presenti nel 2009 erano intrastate e quasi un quarto di queste erano internazionalizzate   (Figura 7).

I conflitti internazionalizzati intrastate rappresentano una tipologia di guerra civile in cui le forze militari di uno o più governi esterni combattono a supporto di una delle parti coinvolte. Tale tipologia di eventi può includere anche gli interventi umanitari, nel caso in cui le forze militari esterne - con l'uso di truppe - si schierino ufficialmente a sostegno di una delle parti. Tale definizione non include invece molte missioni di pace, le quali sono impegnate nella negoziazione di accordi. Attualmente, il conflitto globale intrastate  più rappresentativo è quello in Afghanistan.

Il trend di dati relativo ai conflitti internazionalizzati intrastate mostra una forte correlazione diretta tra coinvolgimento esterno e bilancio dei decessi. La guerra in Iraq - tra il 2004 e il 2009 - è uno di questi esempi di guerra internazionalizzata intrastate, il cui bilancio in vite umane è molto più elevato rispetto a qualsiasi precedente scontro svoltosi nella regione. Tuttavia, i limitati risultati di ricerca forniscono poco più della conferma che l'operazione militare di governi esterni è associata ad un elevato numero di decessi. L'analisi quantitativa tende, però, a non trarre conclusioni solide circa la causalità di tale risultato.

Questa tipologia di conflitto può rappresentare una minaccia crescente? La studiosa Bethany Lacina, che si occupa di guerre civili per l' International Peace Research Institute di Oslo, confrontando il bilancio dei decessi relativi a conflitti iniziati durante la guerra fredda rispetto a quelli iniziati successivamente, esamina l'impatto dell'assistenza militare sulla severità del conflitto. L'analisi ha rivelato che le guerre iniziate in tale periodo avevano un numero di decessi superiore rispetto al periodo post-guerra fredda di un fattore di 1,8. Mentre tale studio potrebbe suggerire che queste tipologie di conflitti sono diminuite all'indomani della guerra fredda, la realtà indica il contrario. Il numero di azioni militari estere è aumentato negli ultimi venti anni, mentre il numero di conflitti intrastate che non prevedono tali operazioni è diminuito notevolmente.
Nel nuovo millennio, il numero di guerre in cui forze esterne sono intervenute militarmente è del 70% più alto rispetto agli anni '80. Il picco drammatico raggiunto nel 1997 era principalmente dovuto ai conflitti presenti nella repubblica del Congo, un esempio di guerra internazionalizzata intrastate (Figura 8).

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Russia hanno ripetutamente inviato forze militari all'estero per assistere governi o ribelli in diversi conflitti armati. Ciò che sorprende, è che le operazioni militari da parte di potenze minori sono associate a bilanci tanto elevati quanto quelli derivanti dai leader mondiali. La guerra in Angola ne è un esempio: il coinvolgimento di truppe armate esterne riguardava potenze minori, quali Cuba, Sud Africa e la RDC.
Eppure, tale conflitto ha generato più di 1000 decessi all'anno tra il 1975 e il 1989.

In conclusione, alcuni studiosi hanno suggerito che gli interventi internazionali militari sono un mezzo effettivo per terminare le guerre civili. Tuttavia, è stato dimostrato che le operazioni effettuate da truppe estere è generalmente associato ad un più alto numero di decessi rispetto ai casi in cui non è presente un intervento esterno. Al contrario, è possibile dimostrare che gli impegni internazionali atti a risolvere i conflitti, attraverso la diplomazia, le negoziazioni e le operazioni di pace hanno avuto successo nel ridurre il numero di guerre nel mondo. Inoltre - nel nuovo millennio - il numero di scontri armati che interessano appoggi militari esteri è aumentato. Ciononostante, le scarse evidenze disponibili non sono sufficienti a provare che tali interventi generano conflitti più devastanti.

Accanto a tale analisi, sarà interessante proseguire lo studio del rapporto dell'Università canadese analizzando in una prossima scheda la crescente difficoltà nel porre fine alle guerre civili.

                                          Angela De Martiis

                   

                                    

                                  

                                          

 

 

                                               

                                                                         

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

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