Elezioni 2008 in Asia orientale e sudorientale

Politica e azioni giudiziarie continuano a intrecciarsi  in Malaysia e Thailandia, mentre nel resto del sud-est asiatico i partiti al potere si confermano, pur con qualche eccezione (Figura 1).
In Malaysia il 2008 sancisce la fine del dominio assoluto del fronte nazionale malese (Barisan Nasional) guidato dalla United Malys National Organisation (UMNO), che ha vinto tutte le elezioni dal 1957. In marzo, il primo ministro Abdullah Badawi indice elezioni anticipate, già vinte nel 2004 con il 90% dei voti, e da allora è a capo del governo come successore del veterano Mahatir Mohamad. Il partito malese governa da sempre il Paese in coalizione con alcuni partiti etnici che raccolgono il consenso delle minoranze cinese e indiana. L'ex-delfino di Mahatir, Anwar Ibrahim, che ha passato sei anni in prigione con l'accusa (generalmente ritenuta politicamente motivata, e successivamente annullata) di sodomìa, non può aspirare a carica pubblica fino alla fine di aprile 2008, perché condannato nel 1999 per corruzione. Secondo alcune osservatori tra i motivi dell'anticipazione delle elezioni ci sarebbe stato anche l'intento  di evitare la candidatura di Anwar.

Con grande sorpresa, il fronte nazionale malese perde la maggioranza dei due terzi in parlamento che aveva dal 1969, e perde il controllo di cinque governi statali su tredici. I partiti delle minoranze e l'opposizione ottengono maggiore consenso criticando l'obsolescenza della Nuova Politica Economica del 1971, che originariamente aveva lo scopo di redistribuire la ricchezza alla maggioranza povera malese ma che ora, dopo quasi quarant'anni di sviluppo (Figura 2), sembra non avere più alcun fondamento sociale, mentre è vista come scusante per mantenere nel Paese una vasta ragnatela di corruzione e clientelismo.
Il fronte nazionale passa da 198 a 140 seggi e l'opposizione da 20 a 82, rappresentata dal Parti-Islam Se-Malysia (PAS), che un tempo auspicava la trasformazione dello Stato in senso islamico ma che ora è più pragmaticamente alleato con il partito di azione democratica (PAD), cinese, e con il partito della giustizia del popolo (PJP), l'unico partito multirazziale del paese, guidato dall'ex vice-primo ministro Anwar, che balza da 1 a 31 seggi.

Reagendo alla perdita di consenso, Badawi riforma il governo, rendendolo più snello, epurando i ministri in odore di corruzione, sostituendo il potente ministro del commercio, in carica da 20 anni, e istituendo l'obbligo per i ministri di dichiarare pubblicamente i propri patrimoni. In ogni caso, il governo non dispone più della maggioranza necessaria per potere cambiare autonomamente la costituzione. Anwar dapprima chiede ai parlamentari del Fronte di cambiare casacca e di lavorare con l'opposizione all'avvio di una nuova era, poi sostiene che almeno trenta parlamentari sono pronti a lasciare la maggioranza, anche perché critici verso Badawi che aveva promesso una riforma dell'ordine giudiziario (oggi controllato dall'esecutivo). Mentre a luglio 2008 Anwar viene nuovamente arrestato per sodomìa (Anwar si dichiara non colpevole e ritiene che si tratti ancora una volta di un caso politicamente motivato), e in seguito rilasciato su cauzione ed eletto nel corso di un'elezione parlamentare suppletiva, si avvicina il momento in cui, nel 2009,  Badawi lascerà, come annunciato, la guida dell'UMNO a Najib Razak, che diverrà quindi il nuovo Primo Ministro. Ciò potrebbe tuttavia non bastare ad arrestare il declino delle fortune elettorali del Fronte.

La palma di Paese costituzionalmente più tragicomico dell'Asia va nel 2008 alla Thailandia. Dopo 17 mesi in esilio, Thaksin Shinawatra torna in marzo a Bangkok, dove deve affrontare accuse di corruzione ed è bandito dalla vita politica. Il Primo Ministro Samak Sundaravej, del Partito del potere del popolo (PPP), intende seguire le stesse politiche economiche di Thaksin: diffusione del microcredito rurale, concessione di prestiti per le piccole imprese, congelamento dei debiti per i contadini, e aumento della spesa per le infrastrutture e per l'edilizia pubblica.

Mentre permane il problema del conflitto con la minoranza musulmana nel sud, a maggio ritornano nelle strade i dimostranti dell'Alleanza del popolo per la democrazia (PAD) contro Thaksin e ciò che egli rappresenta. Il PAD è costituito essenzialmente da esponenti dell'establishment realista e della borghesia di Bangkok, che non ha mai digerito la popolarità di cui Thaksin gode nelle campagne. Ad agosto 2008 iniziano i sit-in di protesta a Bangkok contro il governo, mentre Thaksin si rifugia in esilio a Londra e ad ottobre viene condannato a due anni di carcere per corruzione. Successivamente alla dichiarazione dello stato di emergenza da parte del Primo Ministro, la Commissione Elettorale chiede alla Corte Costituzionale  di dissolvere il PPP per frodi elettorali nelle elezioni del dicembre 2007. La stessa Corte sentenzia che il Primo Ministro deve lasciare l'incarico per avere partecipato come cuoco ad una trasmissione televisiva, violando il divieto di assumere incarichi retribuiti. In sostituzione, diventa primo ministro Somchai Wongsawat, ...il cognato di Thaksin!

A novembre 2008 gli scontri peggiorano: a Bangkok si contano due morti e più di 400 feriti; i militanti del PAD occupano la sede del governo, che si riunisce a Chiang Mai, e l'aeroporto internazionale di Bangkok, causando il blocco totale dei voli e assestando un serio colpo all'industria turistica nazionale. A dicembre la Corte Costituzionale decreta la dissoluzione del PPP e di altri due partiti per frode elettorale, e rifiuta la conferma di ventinove parlamentari, mentre il Primo Ministro viene dichiarato ineleggibile alle cariche pubbliche. In Parlamento si forma quindi un nuovo governo che segna la conquista del potere dei democratici, poiché molti eletti nelle fila del PPP cambiano partito. Gridando vittoria, il PAD pone fine ai disordini, e si tengono nuove elezioni per i ventinove seggi vacanti, con ottimo risultato del Partito dei democratici, guidato dal nuovo Primo Ministro Abhisit Vejjajiva, che trionfa anche nelle elezioni per il governatorato di Bangkok.

Tuttavia, come araba fenice, il PPP (un tempo chiamato Thai Rak Thai) si ri-costituisce per la seconda volta, con il nome di Puea Thai Party (PTP), facendo presagire una probabile continuazione della lotta tra la fazione dei gialli (PAD) e dei rossi (i fedeli di Thaksin), dal nome dei copricapi e delle t-shirt con cui nelle piazze le due diverse fazioni si vanno sfidando dalla fine dell'interregno militare, imposto dall'esercito proprio per sradicare dalla politica thailandese il "fenomeno" Thaksin. Continua quindi a pesare sul Paese l'ombra dell'ex-Primo Ministro, da molti considerato, per la ricchezza, la passione per il calcio e le vicende giudiziarie, ma anche per l'indubbio consenso di cui ancora gode in larga parte della Thailandia, "il Berlusconi d'Asia". Nel frattempo, la crisi economica globale e l'instabilità politica contribuiscono al crollo della produzione industriale (Figura 3 e Figura 4).

In Cambogia si registra la vittoria elettorale "a valanga" nelle elezioni parlamentari di luglio 2008 per il Partito del Popolo Cambogiano (CPP) al potere, guidato dal primo ministro Hun Sen, cui viene affidato un altro mandato quinquennale. Gli osservatori internazionali presenti sul territorio  ritengono che lo svolgimento della consultazioni non sia stato conforme agli standard democratici, a causa del clima di intimidazione durante la campagna elettorale, dell'utilizzo delle risorse finanziarie pubbliche per la propaganda del CPP, e delle migliaia di sostenitori dell'opposizione esclusi dai registri dei votanti. Peraltro, gli osservatori sottolineano anche che la vittoria del CPP non è contestabile, per la sua dimensione.

Queste elezioni sono anche le meno violente dal 1993, quando l'intervento delle Nazioni Unite portò la necessaria assistenza al processo di riconciliazione nazionale e di ritorno alla democrazia del Paese.
Dei 123 seggi dell'assemblea in palio, 90 vanno al CPP, 27 al partito di Sam Rainsy, principale leader dell'opposizione, e solo due (ne avevano 26 nel parlamento uscente) vanno ai realisti del FUNCIPEC (il principe Norodom Ranariddh è in esilio). Il CPP vince grazie a una robusta crescita economica (+10,3% su base annua nel 2007), e alla resistenza diplomatico-militare opposta alla Thailandia per il controllo di Preah Vihear, una zona di confine dove si trova uno splendido tempio che potrebbe attrarre nuovi afflussi turistici. Grazie alla raggiunta stabilità, gli aiuti internazionali continueranno a sostenere i molteplici progetti di sviluppo attivati, soprattutto a favore dell'infanzia, per lo sviluppo delle zone di campagna, e per la lotta contro lo sfruttamento sessuale.

Nessuna novità positiva e sostanziale invece proviene dal Myanmar (ex-Birmania), dove in febbraio 2008 la giunta militare al potere annuncia la conclusione dei lavori dell'assemblea costituzionale istituita dal regime quattordici anni prima (sic!), un referendum costituzionale entro l'anno e elezioni multi-partitiche nel 2010. La bozza di costituzione assegna un quarto dei posti del Parlamento all'esercito, i ministeri-chiave agli ufficiali superiori e attribuisce alle forze armate la facoltà di dichiarare lo stato di emergenza in qualsiasi momento, dando vita a una sorta di "democrazia disciplinata", o sotto tutela dei militari. Il terrore dei governanti di questo bellissimo Paese, già parte dell'India britannica, suddiviso tra decine di etnie diverse, è che una transizione democratica possa portare alla dissoluzione dell'Unione, come avvenne in Yugoslavia negli anni '90.

L'annunciato referendum costituzionale si tiene in agosto, subito dopo il passaggio del ciclone Nagis, che causa la morte di più di 130.000 persone, mentre la  giunta si mostra restia a ricevere gli aiuti offerti dalla comunità internazionale. Naturalmente, il governo annuncia l'approvazione del referendum con il 93% dei voti, ma il risultato è altrettanto naturalmente privo di alcuna valenza democratica. Secondo alcune voci, dietro quest'operazione di cosmesi giuridica ci sarebbe l'opera di convincimento del grande alleato cinese, desideroso, nell'anno olimpico, di non essere additato a sostenitore di regimi che violano i diritti umani. Sembra anche che Than Shwe, leader della giunta, voglia assicurarsi una via d'uscita per la tutela della propria famiglia e per la salvaguardia del patrimonio personale. Intanto, con il passare del tempo si indebolisce la valenza politica del Premio Nobel per la pace Aung San Su Kyi e della sua Lega Nazionale per la Democrazia (che aveva vinto le elezioni nel 1990, mai riconosciute dal regime), malgrado la visita nella sua casa di Yangon compiuta da Ban-Ki Moon. E' altrettanto evidente che il regime delle sanzioni internazionali continua a non funzionare: la povertà continua ad essere diffusa e la giunta rimane saldamente al potere.

A Taiwan, dopo la vittoria alle legislative di gennaio 2008, in cui il partito nazionalista del Kuomintang aveva ottenuto la maggioranza assoluta (70%) dei seggi, mentre la sconfitta senza precedenti del Partito progressista democratico aveva costretto il presidente della Repubblica, Chen Shui-Bian, alle dimissioni dalla presidenza del partito, le elezioni presidenziali di marzo segnano il ritorno del Partito nazionalista del Kuomintang (KMT), stavolta tramite procedure democratiche, al dominio politico dell'isola. Viene infatti eletto alla presidenza l'ex-sindaco di Taipei Ma Ying-jeou, avvocato e laureato a Harvard, del KMT, battendo di diciassette punti percentuali il contendente Frank Hsieh del partito democratico progressista al governo.

La piattaforma elettorale di Ma Ying si basa sul miglioramento dei rapporti con la Cina, iniziando con l'apertura di collegamenti di trasporto diretti con la madrepatria (prima del 2008 era necessario fare scalo a Hong Kong). Giunto al potere nel 2000 con grandi aspettative, Chen Shui-Bian aveva poco a poco esaurito il suo credito morale, sia lasciando che la sua famiglia fosse coinvolta in scandali finanziari, sia promuovendo, al di sopra di tutto, una distinta identità taiwanese che alla fine era giunta a dividere profondamente l'opinione pubblica, come prova anche la bocciatura di due referenda sull'eventuale tentativo di Taiwan di entrare a far parte delle Nazioni Unite. Sulla questione taiwanese che divide Taipei e Pechino, Ma intende ripartire dal consenso del 1992, in cui le due parti si dicevano d'accordo che esiste una sola Cina, come da sempre sostenuto da Pechino, ma rimandavano al futuro (imprecisato) la definizione di questo termine. Per questo, Ma ha coniato la definizione, molto pragmaticamente corrispondente alla realtà, di "Mutua non-negazione". Un'altra sfida per Ma è rappresentata dal necessario rinnovamento della classe dirigente del KMT, vecchia e corrotta. A giugno 2008 riprendono quindi i colloqui, sospesi da dieci anni, con la Repubblica Popolare Cinese, mentre a luglio i primi voli charter non-stop tra Taiwan e Cina portano sull'isola i primi turisti cinesi. Con l'occasione,  Ma offre le scuse del KMT per l'uccisione e l'imprigionamento dei dissidenti durante la dittatura degli anni '50 e '60. A novembre 2008, Chen Shui-Bian viene arrestato con accuse di corruzione, e inizia un lungo e drammatico sciopero della fame. Nel mese di gennaio 2009, inizia il processo nei suoi confronti, che Chen Shui-Bian ritiene essere politicamente motivato, anche se in realtà tre membri della sua famiglia si professano colpevoli di riciclaggio di denaro.

A Hong Kong, a settembre 2008, si tengono le elezioni del Consiglio Legislativo (Legco), formato da sessanta membri, trenta eletti con suffragio universale diretto e trenta dalle corporazioni imprenditoriali e professionali. La consistenza del campo pro-Pechino, guidato dal partito liberale e costituito soprattutto da ricchi uomini d'affari, scende da 35 a 30 eletti, mentre aumentano i candidati indipendenti, e la coalizione dell'opposizione democratica perde due seggi, mantenendone 23, numero che gli consente comunque di porre il veto a eventuali proposte di cambiamento costituzionale. Sempre nel corso del 2008, Pechino ha affermato che il chief executive di Hong Kong e il Legco potrebbero essere eletti a suffragio universale, rispettivamente nel 2017 e nel 2020.

Elezioni per il Grande Hural (il Parlamento) si svolgono anche in Mongolia, in giugno 2008, e sono vinte dal partito ex-comunista al potere, il partito rivoluzionario del popolo mongolo, che conquista 45 seggi su 76. Si consolida tuttavia, come seconda forza del Paese, il Partito democratico. Dopo la proclamazione delle elezioni si registrano scontri nella capitale Ulaan Bator, poiché l'opposizione accusa di frodi elettorali il partito vittorioso, malgrado gli osservatori ritengano che le elezioni (che registrano un'alta affluenza al voto, pari al 74%) si siano sostanzialmente svolte nella regolarità. Il Partito rivoluzionario del popolo può vantarsi di un'economia che, grazie al boom del grande vicino cinese, cresce al ritmo del 10% annuo, mentre nuovi investitori stranieri sono desiderosi di fare la loro comparsa nel settore minerario (soprattutto oro e rame).

                                            Giuseppe Gabusi

 

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