Il mondo si trova attualmente in un  momento cruciale: per la prima volta nella storia, il consumo energetico dei Paesi sviluppati è stato superato da quello dei Paesi in via di sviluppo (Figura 1).

Tutto ciò ha portato chiaramente, dal punto di vista economico, a una maggior diffusione del benessere sociale in Paesi come Cina, Brasile, India; ma, allo stesso tempo, ha causato la comparsa di nuovi grandi inquinatori, che mal digeriscono il fatto di dover sottostare a tetti di emissione, i quali minaccerebbero i loro ottimi risultati economici in termini di crescita del PIL, nonostante la crisi finanziaria ancora in pieno atto (la Figura 2 è molto chiara a questo proposito).

Ma siamo sicuri che alla lunga, per i Paesi di "nuovo sviluppo" come Cina e India, sia così conveniente, anche a livello economico, non intraprendere nessuna misura atta a diminuire il loro contributo all'inquinamento globale?
La Figura 3 pone proprio questa questione: oltre che nei Paesi Europei come Spagna, Portogallo, Grecia e la stessa Italia, anche Paesi come Cina e India rischiano di essere investiti da una delle più gravi conseguenze del surriscaldamento del globo: la desertificazione.

L'India ha quasi tutto il territorio a rischio alto e moderato; mentre la Cina, che fino a pochi anni fa sembrava non doversi preoccupare del fenomeno, ora si trova ad avere intere zone, anche nelle prossimità di Pechino, con alto rischio di desertificazione.
Un tale rischio in Paesi come la Cina significherebbe l'abbassamento della produttività delle campagne, quindi una minor capacità di rifornire il mercato interno e l'export.
In pratica ciò che è ora la forza della Cina, potrebbe essere intaccata da uno dei tanti problemi che si scatenerebbero con il global warming.

Per tutti questi motivi, le attese per il risultato della conferenza di Copenhagen erano alte.
Durante le ore della notte tra il 17 e il 18 dicembre, erano incominciate a circolare notizie pessimistiche sulla possibilità di trovare un accordo, e molti esperti del settore avevano temuto un fallimento totale della conferenza.
Ma il 18 dicembre tutte le agenzie stampa dichiarano con soddisfazione:"Accordo Raggiunto!". Probabilmente, l'ottimismo degli addetti al settore è durato dal momento dell'annuncio al momento in cui hanno letto le prime frasi dell'accordo.

I difetti maggiori dell'intesa firmata sono: 1)  la mancanza di un valore vincolante del documento, la quale cosa fa dubitare di molto la sua applicazione,

2)  la scomparsa dei famosi obiettivi fissati dall'Ipcc (Integovernmental Panel on Climate Change, agenzia legata all'Onu) della riduzione del 25% delle emissioni entro il 2020, e del 50% entro il 2050.

3)  l'insufficiente quantità di fondi destinata allo sviluppo di tecnologie pulite nei Paesi sottosviluppati

 

Il tema del surriscaldamento globale è più che mai legato all'economia mondiale: come si vede dalla Figura 4, i maggiori colpevoli dell'imminente disastro naturale che avverrà sono chiaramente i Paesi del Primo mondo con Cina e India.

Solo un numero esiguo di Paesi hanno puntato a sviluppare economie avanzate ma ecosostenibili , per esempio Svezia, Norvegia, Finlandia, Olanda, Belgio, Islanda, Svizzera e pochi altri.

E' da sottolineare che, ovviamente, tutti i dati espressi nelle figure da noi mostrate non devono essere considerati come informazioni incontestabili, anche a causa del fatto che per la maggior parte sono elaborati dal governo statunitense, il quale può ogni tanto tendere a sminuire il suo ruolo nell'inquinamento del mondo (il rapporto di "inquinamento pro-capite" prodotto in America rimane ancora il più alto in assoluto); possono comunque essere presi come semplice base di orientamento nel problema.

In ogni caso, la situazione sino agli anni 80-90 non era così allarmante, ma i problemi sono incominciati quando anche altri grandi Paesi del Terzo mondo hanno iniziato a richiedere grandi quantità di energia: come si vede dalla Figura 5, la quota di consumo di energia degli Usa, che può equivalere alla produzione di gas serra (la quota di energie rinnovabili sono per il momento irrilevanti nel bilancio mondiale) è rimasta per lo più costante nei decenni e lo rimarrà anche nel futuro vicino.

Le restanti due quote sono in continua espansione, specialmente quelle di Cina e India. Ciò è ancora più evidente nella Figura 6, che mostra l'evoluzione del consumo di carbone, una delle fonti energetiche più inquinanti da sempre: si vede come gli Usa abbiano aumentato di poco il suo uso, mentre l'India e soprattutto la Cina, dai primi anni del 2000, hanno effettuato un vero e proprio picco di consumo.

Nonostante tutti questi avvenimenti, purtroppo, ora ci ritroviamo di fronte a un accordo che difficilmente riuscirà a incidere sulle cose; ciò è stato causato anche da una sorprendente assenza dell'Unione Europea che avrebbe dovuto puntare più i piedi in quanto Europa, invece di limitarsi alle iniziative dei singoli Stati nazionali che a livello mondiale ormai contano ben poco.

Bisogna dire, però, che uno degli aspetti positivi della conferenza di Copenhagen è stato il fatto che Paesi come Usa e Cina, i quali in eventi precedenti si erano defilati dalla discussione, ora hanno voluto avere un ruolo da protagonisti, sentore che il problema sta incominciando ad essere percepito anche a livello economico dai Paesi.

Faranno in tempo i leader mondiali a prendere finalmente decisioni importanti prima che sia troppo tardi?

                                                      Alan Vartuli

Commenti

Comments are now closed for this entry