Accanto al capitale fisico (fabbriche, macchinari), al capitale finanziario, al capitale umano (potenzialità di produzione e reddito derivante dall’istruzione e dal saper fare) economisti e sociologi hanno scoperto (o riscoperto, perché ve ne sono frequenti accenni nel pensiero economico dell’Ottocento) il capitale sociale. E sostengono che è una componente importante, troppo spesso trascurata da chi si occupa di finanza, del “mix”, meraviglioso e un po’ misterioso, che ci porta alla crescita.

In tempi moderni, il capitale sociale è stato individuato nel 1993 dal sociologo americano Robert Putnam in uno studio sull’Italia e sulle sue tradizioni civiche. Si tratta di un complesso impalpabile, eppure molto reale, di rapporti tra le persone, di valori condivisi, di norme non scritte che contraddistinguono gli appartenenti a uno specifico gruppo (culturale, sociale, etnico, religioso, ecc.) e ne influenzano i comportamenti.
La Figura 1 ne offre un’interpretazione grafica.

Il capitale sociale si autoalimenta, per dir così, grazie ai comportamenti degli individui: a esempio, l’adesione di un individuo a un’associazione sociale, sportiva, religiosa (nella figura 1 a una rete di rapporti interpersonali) comporta per l’individuo la possibilità di ampliare la propria rete di conoscenze e allo stesso tempo costituisce un allargamento della rete, di cui possono beneficiare coloro che già se ne trovano all’interno. Putnam osserva che le regioni italiane la cui popolazione è maggiormente dotata di capitale sociale, presentano i migliori servizi pubblici in termini di funzionalità ed efficienza.

Così il capitale sociale diventa non solo oggetto di studio per gli economisti, i quali hanno costruito vari “indici di capitale sociale” ma anche fattore da considerare attentamente da parte dei manager in quanto importante al momento della messa punto delle strategie aziendali. La Figura 2, in cui ciascun punto rappresenta uno stato degli Stati Uniti mostra chiaramente che là dove l’indice di capitale è elevato, la disuguaglianza dei redditi, misurata dall’indice di Gini, è ridotta.

Minore diseguaglianza tra i redditi significa anche maggiore stabilità sociale, e quindi un migliore ambiente economico. Le relazioni interpersonali implicate dal capitale sociale possono inoltre sopperire alle inefficienze dei mercati e stabilire canali non ufficiali di comunicazione i quali rendono più facile il conseguimento di una posizione lavorativa consona al livello di istruzione ed alle aspettative dell’individuo, favorendone così la mobilità sociale.

Un’ulteriore verifica dell’importanza del capitale sociale è tratta da uno dei numerosi lavori di Robert Putnam e presentata nella Figura 3. Appare chiarissima la relazione positiva tra raggiungimento di elevati obbiettivi di profitto scolastico e capitale sociale presente all’interno dell’istituto stesso. Anche in questo caso ciascun punto rappresenta uno stato degli Stati Uniti e la forte correlazione positiva tra le due variabili è del tutto evidente; altri studi, sempre condotti in ambiente scolastico statunitense, evidenziano come le scuole che presentano maggiori livelli di capitale sociale siano anche meno soggette al fenomeno dell’abbandono degli studi. Da tutto ciò si può, tra l’altro, concludere che per promuovere una maggior efficienza ed efficacia del sistema scolastico è necessario offrire agli studenti un ambiente ricco di capitale sociale. Putnam ha anche osservato una correlazione positiva tra capitale sociale e livello medio di salute ed una negativa tra criminalità e capitale sociale.

Ambienti ricchi di capitale sociale mostrano quindi una maggiore probabilità di offrire alla società e all’economia (e quindi alle imprese) un fattore in più di sviluppo equilibrato.

                                                 Mario Deaglio

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