La crisi costituzionale del Pakistan inizia già nel marzo 2007, quando otto giudici rassegnano le proprie dimissioni in segno di protesta in seguito al tentativo del generale Musharraf di licenziare Iftikhar Chaudhry, il presidente della corte suprema, adducendo pretestuose accuse di abuso di potere. L'intero corpo delle professioni legali, dotato di peso all'interno della società pachistana - eredità questa della dominazione britannica - organizza scioperi, boicottaggi e manifestazioni in difesa di Chaudhry (in seguito re-insediato nella sua carica dalla corte suprema stessa).

In luglio, il presidente Musharraf ordina all'esercito di rompere l'assedio alla "moschea rossa" di Islamabad, in cui si erano asserragliati gruppi di islamisti di vario genere (alcuni legati ad al-Qaeda  e alle milizie talebane) che chiedevano la fine del regime militare predicando l'instaurazione della legge islamica. L'azione militare si conclude con la vittoria dell'esercito e con la morte di almeno un centinaio di persone. Musharraf dichiara che il tragico evento dimostra che la minaccia terroristica e fondamentalista è tale da non permettere al Pakistan il lusso di un governo civile, pertanto egli stesso annuncia di volere ottenere la ri-elezione alla presidenza senza dismettere la divisa.

Nel frattempo, soprattutto dietro forte pressione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, il regime negozia il rientro dall'esilio di Benazir Bhutto. Dopo la ri-elezione, esplode nuovamente il conflitto fra il generale e i giudici della corte suprema, che dichiarano l'inammissibilità per Musharraf di dichiararsi vincitore, fino alla pronuncia dei giudici sulla sua eleggibilità mentre ancora ricopriva il ruolo di comandante in capo dell'esercito. In novembre Musharraf dichiara lo stato d'emergenza, con l'introduzione della legge marziale, l'arresto di centinaia di oppositori (inclusa la Bhutto, per un breve periodo), la sostituzione dei giudici critici nei confronti del presidente, e l'introduzione di limitazioni alla libertà di stampa.

Da quel momento, il Pakistan sprofonda nel completo caos istituzionale e nell'estrema violenza politica. La nuova corte suprema ratifica la ri-elezione di Musharraf, e vengono confermate le elezioni generali a gennaio 2008. Musharraf lascia la carica di comandante dell'esercito e giura in abiti civili. L'assassinio di Benazir Bhutto, in dicembre, seguito da violente manifestazioni in tutto il paese e da accuse reciproche tra il partito del popolo ed il governo, fornisce l'occasione a Musharraf per rimandare le elezioni al 18 febbraio 2008.

Le elezioni, caratterizzate dalla bassa affluenza alla urne (solo il 35%), registrano la sconfitta della Lega Musulmana del Pakistan (Q) del Presidente Musharraf, e la débacle dei partiti islamisti suoi alleati, che passano da 59 a soli tre seggi  in Parlamento.
Il primo partito, con 88 seggi conquistati, risulta essere il partito popolare del Pakistan, guidato dal vedovo della Bhutto, Asif Zardari, che tuttavia si limita a confermare i risultati delle elezioni del 2002.  La Lega Musulmana del Pakistan (N) dell'ex premier Sharif, invece, balza da 18 a 65 seggi. Si profila pertanto un governo di coalizione tra questi due partiti, che dovrà trovare una difficile coabitazione con Musharraf, sempre più impopolare.

In India alcune elezioni locali rappresentano già una sorta di "prova generale" per le elezioni nazionali del 2009. Negli Stati del Punjab e dell'Uttarakhand, il partito del congresso, al potere a New Delhi, perde le elezioni locali di febbraio 2007. La sconfitta elettorale, più ampia del previsto, è attribuita da più fonti al malcontento popolare dovuto ad un forte rialzo dei prezzi (l'inflazione annua registrata a livello nazionale in quei giorni è del 7%). La sconfitta spinge il ministro delle finanze a presentare in parlamento nuove misure dirette, da un lato, a contenere la spinta inflattiva, dall'altro ad incrementare i sussidi nell'agricoltura.

Elezioni ad aprile si tengono nell'Uttar Pradesh, lo stato più popoloso del Paese (170 milioni di abitanti) e storicamente un feudo della dinastia politica dei Gandhi, da generazioni a capo del partito del congresso, che ha governato lo stato ininterrottamente dal giorno dell'indipendenza fino al 1989. I risultati vedono la secca sconfitta del partito nazionalista indù, che riesce ad ottenere solo 51 seggi su 402 (il peggior risultato dal 1985), una tenuta del partito del congresso (22 seggi) e l'affermazione del partito Bahujan Samaj, che, allargando la propria tradizionale base elettorale dei senza-casta, ottiene consenso anche tra i bramini delle classi superiori e tra i musulmani. 

Al contrario, nello stato occidentale del Gujarat, al confine con il Pakistan, le elezioni di dicembre rafforzano la posizione del partito nazionalista indù e del primo ministro Narendra Modi, controversa figura che, dopo questo successo, potrebbe essere il candidato ufficiale del partito alla carica di primo ministro indiano nelle elezioni generali del 2009.

Il dialogo istituzionale nel Nepal dopo la sospensione delle attività di guerriglia del movimento maoista porta in aprile alla formazione di un governo transitorio, in cui per la prima volta i maoisti condividono il potere con i sette partiti costituzionali. Gli ex-terroristi del movimento ottengono cinque ministeri su 21.

Tuttavia, la commissione elettorale è costretta a rinviare, per motivi tecnici, l'elezione di un'assemblea costituente, che costituiva il secondo principale punto degli accordi di pace tra i partiti democratici e i maoisti.

Tuttavia, la commissione elettorale è costretta a rinviare, per motivi tecnici, l'elezione di un'assemblea costituente, che costituiva il secondo principale punto degli accordi di pace tra i partiti democratici e i maoisti.
In settembre, i maoisti abbandonano il governo, poiché non vengono accolte le loro richieste di abolizione immediata della monarchia, mentre la costituzione transitoria del Paese stabilisce che la forma di Stato venga decisa nel corso della prima riunione dell'assemblea costituente. Le elezioni, le prime in Nepal dal 1999, per formare tale assemblea, programmate per il mese di novembre, vengono procrastinate indefinitamente. In un fragile tentativo di recuperare i maoisti al governo, il parlamento in dicembre sentenzia la fine del regno dell'odiato re Gyanendra, della monarchia e dei suoi 240 anni di storia, anche se demanda alla futura costituente il compito di confermare la decisione.

In un altro regno himalayano, il Bhutan, il re organizza delle elezioni-prova, senza alcun effetto giuridico, come parte del proprio piano di educazione e transizione verso una monarchia costituzionale, da realizzarsi nel 2008. Tra i finti partiti in lizza, trionfa il partito giallo del drago del tuono, che porta i colori delle insegne reali.  L'amato re Jigme Singye Wanghuck, che ha governato il Paese per 34 anni prima di abdicare, nel dicembre 2006, in favore di uno dei figli (il ventisettenne Jigme Khesar Wangchuck, istruito a Oxford), ha supervisionato lo sviluppo del regno, in cui il PIL pro-capite è attualmente pari 1.400 dollari USA, il doppio di quello indiano, e in cui l'aspettativa media di vita è passata da 40 a 64 anni. Il governo spende il 25% del budget in sanità ed istruzione, ed i lavori più umili sono spesso affidati alla minoranza nepalese, una parte della quale ha perso i diritti di cittadinanza in seguito ad una rivolta negli anni '90. Per questo larga parte della popolazione non comprende la necessità di adottare riforme democratiche, ed infatti alle elezioni simulate partecipa solo il 28% degli aventi diritto. In ogni caso, la famiglia reale continuerà ad avere un grosso peso nell'economia,  soprattutto nell'industria idroelettrica di Stato, le cui esportazioni di energia verso l'India rappresentano l'87.5% delle esportazioni totali.  

Nessuna novità democratica in Bangladesh, dove ancora non si svolgono le elezioni promesse dall'esercito che nel gennaio 2007 interviene formalmente per porre termine alla violenza e alla corruzione orchestrate dai due principali partiti bengalesi, tra loro acerrimi nemici (il partito nazionalista bengalese e la Lega Awami).L'esercito non sembra essere in grado di mettere in atto serie strategie di riforma istituzionale e di trasparenza amministrativa. Il "banchiere dei poveri" Muhammad Yunus, Premio Nobel per la pace 2006, che in un primo momento sembrava volersi candidare ad un ruolo di guida del Paese, preferisce in seguito rinunciare ad intervenire direttamente nello scontro politico.

E' da segnalare invece il ritorno alla prassi democratica nell'altro Paese asiatico che ha registrato un colpo di stato militare (e filo-monarchico) nel corso del 2006, la Thailandia, dove in aprile un comitato nominato dalla giunta al potere elabora il testo di una nuova costituzione. In agosto, la nuova costituzione è approvata di misura con referendum popolare, il primo della storia thailandese. Alcune modifiche della costituzione hanno lo scopo, oltre a quello di permettere nuove elezioni democratiche, di concedere più opportunità di affermazione ai piccoli partiti. In dicembre, il neo-costituito partito del potere del popolo (PPP), nato sulle ceneri del disciolto partito Thai Rak Thai (TRT) del deposto primo ministro Thaksin Shinawatra, vince le elezioni che segnano il ritorno alla democrazia nel Paese, aggiudicandosi 233 su 480 seggi. Anche il partito democratico di opposizione, comunque, guadagna seggi rispetto alle ultime elezioni del 2005, rafforzando il controllo sul nuovo governo di coalizione guidato dal nuovo leader del PPP, Samak Sundaravej. Paradossalmente, la parabola del colpo di stato escogitato per estromettere Thaksin dal potere potrebbe averne rafforzato l'eredità, come dimostra il rientro in patria dall'esilio londinese, nei primi giorni del marzo 2008.


Le elezioni locali in Cambogia confermano una larga vittoria del partito del popolo cambogiano del controverso primo ministro Hun Sen, accusato dal partito di opposizione (Sam Rainsy) di frodi nel corso del processo elettorale. Secondo gli analisti internazionali, le elezioni sono state sufficientemente libere, ed il successo del partito al potere sembra dipendere dall'abilità di Hun Sen di dividere gli avversari e di distribuire i frutti del progresso economico, causato da una crescita annua del 10.5% nel 2006. Il primo ministro, al potere dal 1997, può così replicare agli avversari sottolineando di avere portato nel Paese pace e stabilità dopo gli orrori del periodo dei khmer rossi, i cui ultimi esponenti vengono sottoposti al giudizio di un tribunale misto formato da giudci nazionali e da personale ONU.

Uno spiraglio di maggiore libertà democratica sembra aprirsi in Vietnam, dove per la prima volta si presentano alle elezioni di maggio per l'Assemblea Nazionale 238 candidati indipendenti. Benché l'organo legislativo formale abbia di recente dimostrato un ruolo più assertivo e meno cerimoniale nei confronti del partito comunista al potere, quest'ultimo mantiene salde nelle proprie mani le leve di repressione del dissenso e dei movimenti democratici quali "Blocco 8406", formatosi nel 2006.

                                            Giuseppe Gabusi

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