Entro quest'anno la Russia creerà un nuovo comando militare, denominato "Flotta Nord - Comando strategico unificato": secondo le agenzie Itar-Tass e Ria-Novosti, lo Stato Maggiore Generale delle Forze armate russe avrà il compito di tutelate gli interessi nazionali nella regione artica.
Da tempo il Cremlino sta rafforzando il suo apparato militare nella regione mediante la riapertura di aeroporti e altre infrastrutture militari abbandonate dopo la fine dell'Urss, specie negli arcipelaghi siberiani, come la Terra di Francesco Giuseppe: il nuovo comando, attivato intorno alla Flotta del Nord, anche se non avrà lo status di un Distretto militare vero e proprio (resteranno operativi i 4 esistenti: occidentale, meridionale, centrale e orientale - Figura 1) rafforzerà le presenza militare russa in una regione destinata a diventare cruciale per la produzione d'idrocarburi.

La decisione di Mosca va anche inquadrata nella fase di crescente tensione con l'Occidente, dopo lo scoppio della crisi ucraina, proprio mentre si potrebbero modificare gli equilibri strategico-militari dell'intera regione con l'intensificazione dei rapporti con la Nato di Svezia e Finlandia, possibile preludio alla loro piena adesione formale all'Alleanza.
La costituzione di un comando russo specifico per l'Artico è anche legata agli effetti prodotti dal progressivo scioglimento dei ghiacci dell'Artide, causato dall'aumento della temperatura globale (che nella regione è doppio rispetto al resto del pianeta), un fenomeno che appare in crescita irreversibile, con profonde conseguenze economico-strategiche. Infatti, la superficie sempre più ridotta della calotta artica permetterà di accedere a risorse d'idrocarburi e minerarie probabilmente colossali e di aprire nuove e più brevi rotte commerciali via mare, destinate a rivoluzionare i flussi degli scambi da e per l'Estremo oriente, con profonde ricadute in termini sia economici sia geo-politici.


La regione posta entro il Circolo polare artico, con un'estensione superiore a 21 milioni di km2 (pari al 6% dell'intero pianeta), offre infatti, oltre a 8 milioni di km2 di terraferma, circa 7 milioni di km2 di superficie marina con profondità inferiori a 500 metri, ideali (al di là di condizioni meteorologiche e climatiche spesso estreme) per estrarre idrocarburi.
La loro consistenza - che risulta ancora molto erratica anche perché è mancata finora la possibilità di svolgere prospezioni sistematiche e accurate - è stimata intorno a 100 miliardi di barili di petrolio equivalenti. Qualcuno però si spinge ben oltre. Il prestigioso Usgs (United States Geological Survey), l'ente statunitense che monitora le risorse minerarie mondiali, nel maggio 2008 ha pubblicato uno studio secondo il quale i fondali del Mare Artico po¬trebbero contenere fino al 22% delle risorse mondiali d'idrocarburi ancora da scoprire (13% del petrolio e il 30% del gas tecnicamente estraibili). La loro quantità è indicata in 90 miliardi di barili di greggio e in 47.240 miliardi di m3 di gas, per un totale di 412 miliardi di barili di petrolio equivalenti, pari al 14,2% delle risorse mondiali attualmente accertate. Secondo le mappe indicative di Usgs, il petrolio sarebbe collocato soprattutto nelle acque di Alaska, Canada e Groenlandia, mentre quelle della Russia conterrebbero in prevalenza gas.
Le stime di Wood Mackenzie, autorevole centro studi scozzese specializzato in materie prime, indicano invece che la quota più consistente, sia di gas sia di petrolio, si troverebbe soprattutto in acque russe (Figura 2).

A conferma di questa tesi, il solo giacimento di Shtokman (Figura 3), il maggiore al mondo off-shore attualmente conosciuto, scoperto al lar¬go di Murmansk alla fine degli anni 80, conterrebbe 3.900 miliardi di m3, oltre a 53 mi¬lioni di tonnellate di condensa¬ti. L'avvio dell'attività estrattiva, per una durata di quasi due secoli, con una produzione a regime prevista in 22 miliardi di m3 annui, - che dovrebbe essere gestita da una joint-venture tra la francese Total e la russa Gazprom, dopo il ritiro della norvegese Statoil a causa degli enormi costi di sviluppo, stimati in circa 20 miliardi di dollari - è stato tuttavia rinviato indefinitamente lo scorso anno (se ne riparlerà forse alla fine di questo decennio) a causa dell'eccesso produttivo che attualmente ingolfa i mercati mondiali. L'obiettivo è di avviare gran parte dell'estrazione verso la Germania attraverso il potenziamento (già previsto) del gasdotto sottomarino Nord Stream, in funzione dal settembre 2011.
A queste risorse occorre poi sommare enormi quantità d'idrati di gas, una combinazio¬ne di acqua e metano gelati di cui sono ricchissimi gli alti fondali marini, quelli sottostanti la banchisa artica e il perma¬frost delle regioni a nord del Circolo polare (la cui liberazione nell'aria, anche solo parziale, costituisce un incubo per gli ambientalisti). Le riserve di metano contenute negli idrati sono smisurate: si stimano in oltre il doppio dell'equivalente in metano di tutti i depositi conosciuti di combustibili fossili non rinnovabili (petrolio, carbone, gas naturale).
Milioni di miliardi di metri cubi di gas che, ovviamente, da sempre destano l'interesse di tutte le compagnie energetiche, che cercano metodi sicuri e remunerativi per poterli estrarre e commercializzare. Nel marzo 2013 il Giappone ha annunciato la prima produzione sperimentale di gas ricavato da idrati estratti lungo le grandi profondità oceaniche delle sue coste orientali.

Sempre secondo l'Usgs, i fon¬dali artici conterrebbero anche notevoli quantità di noduli di stagno, manganese, nickel, oltre a platino e diamanti, cui vanno aggiunti vari altri minerali soprattutto le terre rare (con riserve stimate fino a 10,3 milioni di tonnellate) e uranio (260mila tonnellate di ossido), di cui è ricca la Groenlandia.
Un primo accordo, del valore di 2,3 miliardi di dollari, è stato firmato nel 2012, durante una visita a Copenaghen dell'allora presidente cinese Hu Jintao, per estrarre 15 milioni di tonnellate di ferro l'anno che finiranno in Cina. Occorre inoltre tener conto che, grazie al progressivo riscal¬damento del Mare Artico, è prevedibile un forte incremento delle risorse ittiche che troveranno un habitat ideale in acque più temperate e rimaste finora incontaminate.
Per valutare appieno la rivoluzione geo- economica che prefigura lo scioglimento dei ghiacci artici va infine considerato l'enorme interesse che suscita l'apertura di nuove rotte commerciali tra Occidente ed Estremo oriente, in particolare lungo le coste siberiane (Figura 4) - oltre al mitico "passaggio di Nord-Ovest", ricercato invano fin dai primi del '500, che mette in comunicazione gli oceani Atlantico e Pacifico attraverso l'arcipelago artico canadese.
Nel caso della rotta di Nord Est (Northern Sea Route, Nsr), si tratta di un tragitto che consente - per ora nei mesi estivi e grazie all'uso di rompighiaccio - di economizzare quasi 4.000 miglia marine rispetto alle 11.000 normalmente richieste dalla via che collega i principali porti estremo-orientali a quelli del Nord Europa attraverso l'Oceano Indiano e il canale di Suez. Ciò si traduce in un risparmio tra 13 e 20 giorni quanto a tempi medi di percorrenza e a quasi 800mila tonnellate di carburante rispetto ai consumi per altre rotte.
Il crescente successo di questa via è testimoniato dal moltiplicarsi dei transiti, passati da 4 a 71 navi tra il 2010 e il 2013 (l'85% costituite da petroliere, quasi tutte di grande stazza), con ben 635 richieste presentate all'autorità statale russa incaricata di vagliarle. Ultimo, ma non meno importante, è il fatto che la rotta di Nord-Est consente di evitare le acque del Mar Rosso, tuttora in preda al fenomeno della pirateria.

Prima di tentare di mettere le mani su questi tesori, materiali e commerciali, resta però da risolvere un quesito fondamentale: a chi appartengono? O meglio: a chi appartengono le acque sui cui fondali giacciono o in cui devono transitare le navi? Le ricchezze che si prospettano hanno ovviamente scatenato gli appetiti dei Paesi affacciati sul Mar Artico (e in questa chiave va cercata la spiegazione della creazione del Comando militare artico russo). Con il conseguente moltiplicarsi delle rivendicazioni territoriali la cui origine risale a oltre un secolo fa a testimonianza dell'incertezza in cui versa la materia (Figura 5), considerato che la presenza di una sorta di "terra composta di ghiacci" che pareva¬no eterni e immutabili, come di fatto è sta¬to finora l'Oceano Artico, ha in sostanza impedito, sotto il profilo giuridico, l'equiparazione al ma¬re, cui peraltro è assimilabile. Specie ora che i ghiacci stanno tornando...liquidi.
Se dunque di mare si tratta (e si tratterà sempre più, con il rapido scioglimento della banchisa), il solo regime giuridico applicabile è quello della cosiddetta "legge del mare", che prende nome dalla convenzione dell'Onu di Montego Bay del dicembre 1982, ratificata finora da 166 Paesi (ma non dagli Usa, che la ritengono troppo limitati¬va della libertà di navigazione), in base a cui il limite massimo esercitabile degli interessi degli Stati rivieraschi (la cosiddetta Zee, Zona economica esclusiva) è di 200 miglia nautiche (371 km).

Andrebbero quindi respinte le pretese russe (ma anche quelle, più sommesse, danesi) di portare fino al Polo la rivendicazione della propria sovranità, avanzate con il pretesto della "dorsale di Lomonosov", una catena montuosa sottomarina che costituirebbe un prolungamento del continente euro-asiatico. Ma il presidente Putin ha intenzione, entro la primavera 2015, di presentare alla Commissione Onu sui limiti della piattaforma continentale (Unclcs) la documentazione che comproverebbe la fondatezza delle sue rivendicazioni.
Questi "appetiti" sembrano quindi preludere a una delle più colossali "corse all'oro" della Storia, che nei prossimi decenni potrebbe alterare gli equilibri politico-strategici finora faticosamente mantenuti grazie al dialogo e alla ricerca di un accordo collettivo tra le parti in causa, attuato attraverso un organismo poco noto ma finora efficace nella sua azione qual è il Consiglio artico.

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