Lo scioglimento della calotta glaciale artica sta aprendo nuovi scenari geopolitici e offre interessanti spunti di riflessione sui temi dello sviluppo sostenibile e della "green economy" (l'economia verde) che sono stati protagonisti della Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile tenutasi a Rio de Janeiro tra il 20 e il 22 giugno del 2012.

Non a caso, proprio al summit di Rio+20 le associazioni ambientaliste hanno richiamato l'attenzione sulla tutela dell'Artico, area storicamente poco frequentata ma che negli ultimi anni è diventata terreno di uno scontro che vede coinvolti governi, compagnie petrolifere e ambientalisti di tutto il mondo.

Per effetto del riscaldamento globale e delle mutate condizioni dell'atmosfera, la banchisa artica negli ultimi tre decenni si è ridotta velocemente, esponendo sempre maggiori superfici marine alla luce del sole e all'azione dell'uomo.
Nel settembre del 1980 i ghiacci che formavano la calotta glaciale artica si estendevano per quasi 8 milioni di chilometri quadrati, mentre nello stesso mese del 2010 la loro superficie non raggiungeva i 5 milioni di kilometri quadrati (Figura 1).
Una contrazione del 37,5% ben visibile nelle immagini satellitari  della Figura 2. Secondo gli scienziati, di questo passo potremmo assistere a estati senza banchisa artica già in questo secolo.

Lo sciogliersi dei ghiacci ha ovvie implicazioni per l'ecosistema artico: l'habitat in cui vivono orsi polari, trichechi e altre specie animali è a rischio. Anche il pianeta nel suo complesso risentirà degli effetti della diminuzione della banchisa artica: tra le altre cose, le temperature aumenteranno ulteriormente - per effetto dei raggi del sole che, non più riflessi da una superficie ghiacciata, si gettano direttamente in mare, riscaldandolo - e sempre più metano prima imprigionato sotto il permafrost siberiano fuoriuscirà sulla superficie del Mar Glaciale Artico andando a immettersi direttamente nell'atmosfera.

A questi e altri fenomeni naturali, si aggiungono altre implicazioni, che complicano non di poco il compito di chi vorrebbe preservare l'Artico.
Nei territori del Circolo Polare Artico un tempo coperti da ghiacci impenetrabili si potranno presto aprire nuove rotte per la pesca industriale e per il commercio - tra le quali il famoso passaggio a Nord-Ovest - e, soprattutto, sarà possibile raggiungere giacimenti di energia fossile potenzialmente molto ricchi. Nel 2008 un gruppo di scienziati dello U.S. Geological Survey (USGS) aveva stimato l'entità dei giacimenti di carburanti fossili non ancora scoperti e potenzialmente sfruttabili date le esistenti tecniche di trivellazione dell'Artico in circa 90 miliardi di barili di petrolio e 44 miliardi di barili di gas naturale.

Per capire di quali quantità si sta parlando, la Figura 3 riporta l'ammontare delle risorse di petrolio accertate e di quelle da scoprire e potenzialmente sfruttabili dell'intero pianeta.

La maggior parte delle riserve accertate è concentrata in Medio Oriente (e, in minore misura, in Africa), seguito dal Sud e Centro America, dai paesi che facevano parte dell'Unione Sovietica, e a maggiore distanza da Nord America, Asia e Pacifico, e Europa. Per quanto riguarda le riserve ancora da scoprire, le ultime due colonne della figura 3 mostrano che l'Artico potrebbe diventare la terza area geografica per importanza se si calcola il potenziale dei suoi giacimenti di petrolio.

Naturalmente la stima delle riserve da scoprire e recuperabili è un esercizio complicato: i numeri presentati da centri di ricerca privati e pubblici sono soggetti ad ampi margini di errore e calcolati mediante modelli probabilistici; tuttavia, possono essere utilizzati per avere una visione d'insieme del fenomeno di cui si sta parlando.

 

 

Supponendo che la produzione di petrolio rimanga ai livelli del 2010 (pari a circa 30 miliardi di barili), è possibile calcolare il numero di anni che rimangono prima dell'esaurimento delle riserve di petrolio disponibili sul nostro pianeta.

Come si vede nella Figura 3, le riserve attualmente accertate si esauriranno in circa 46 anni; numero a cui si potrebbero aggiungere, se le stime su quelle da scoprire e estraibili si riveleranno corrette, altri 19 anni. In questo scenario, lo sfruttamento dell'Artico consentirebbe di prolungare il ricorso al petrolio di tre anni; un orizzonte piuttosto ridotto se si confronta con i costi sociali associati allo sfruttamento di quei territori.

Dal punto di vista del benessere sociale, infatti, si avranno a disposizione più risorse ma si dovranno fare i conti anche con le esternalità negative legate all'attività di estrazione del petrolio, tra cui l'inquinamento fisico e acustico e i conseguenti danni all'ecosistema, e rischi di disastri ambientali ben superiori rispetto a quelli legati alle trivellazioni in altre parti del globo - tecnicamente, in caso di perdite di petrolio, i soccorsi in condizioni estreme come quelle artiche sarebbero più difficoltosi, se non impossibili; preoccupazioni recentemente espresse anche da compagnie assicurative come la londinese Lloyd's.

La corsa allo sfruttamento minerario dei territori del Circolo Polare Artico suona come un ritorno al passato, in netto contrasto con l'enfasi con la quale si discute la necessità di pensare a modelli di sviluppo sostenibile. Sostenibilità significa investire sulle energie rinnovabili e abbandonare gradualmente il ricorso a combustibili fossili dall'alto contenuto inquinante e destinati a esaurirsi.

Tra l'inizio degli anni Settanta e la fine del primo decennio del nuovo millennio la quota del petrolio utilizzato nel mondo è diminuita rispetto a quella di altre fonti di energia del 13,2% (Figura 4).
In termini relativi, questo combustibile è stato sostituito per lo più da carbone e torba (+2.6%), gas naturale (+4.9%), ed energia nucleare (+4.9%).

Nello stesso periodo, il livello di petrolio utilizzato è tuttavia aumentato dell'8% circa (Figura 5). Le stesse figure suggeriscono che la strada che dovrebbe portare a uno sviluppo sostenibile è ancora lunga: nel 2009 le energie rinnovabili soddisfacevano il 13,3% del fabbisogno energetico mondiale, attestandosi su una quota di poco superiore al 12,5% registrato nel 1973.

Quando si tratta di gestire beni pubblici globali come l'ambiente e le risorse naturali del pianeta è difficile raggiungere accordi che soddisfino gli interessi di tutti i paesi coinvolti. Nello scenario attuale, è razionale per le compagnie petrolifere agire in un'ottica di profitto; comportamento che andrebbe regolato da organismi internazionali e/o singoli governi.

Ed è comprensibile la preoccupazione di chi vede gli stessi governi che parlano di sostenibilità contendersi la proprietà dei fondali marini artici che ospitano la maggior parte delle riserve di materie prime custodite nel nord del pianeta, e firmare accordi che consentono ai privati le trivellazioni nell'Artico.

Nel secolo iniziato all'insegna dello sviluppo sostenibile, la corsa all'oro nero e altri combustibili fossili è ripresa in luoghi dove, nell'imaginario collettivo, orsi polari e animali in grado di sopportare temperature rigidissime abitano un gelido mare blu coperto dal bianco della banchisa artica.
L'immagine di quell'habitat estremo e incontaminato potrebbe diventare presto un ricordo, in un futuro che oggi non pare destinato ad ammantarsi del verde della sostenibilità.

                                                 Anna Lo Prete 

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

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